Psichicità: l’oggetto intrusivo ovvero la memoria scomoda

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14 luglio 2019

Sant’Agostino, che era un precursore non male di noi psicologi (anche se ho molte riserve sull’intero suo impianto ideologico…) affermava che la memoria è “il gran ventre della ragione”. In altre parole l’influenza di ciò che abbiamo immagazzinato nel serbatoio mnestico ha non solo un’estensione enorme, basti pensare a quante migliaia di parole ricordiamo nel nostro linguaggio, ma diventa costitutivo del nostro modo di ragionare (come dice Sant’Agostino), e inoltre continua ad incombere, suscitare, sviluppare, reprimere stati d’animo, indurre emozioni, determinare comportamenti ecc..

Poi ci si è messo di mezzo anche Freud affermando che c’è una memoria non consapevolizzata ma inconscia, nascosta, repressa che, e questa è l’aggravante, continua ad agire su di noi mediante trasformazioni, simbolizzazioni, impulsi ad agire o a inibire.

Ora negli ultimi tempi l’attenzione di noi della parrocchia psicoanalitica si è molto concentrata su quanto degli “oggetti” (cioè rappresentazioni visive o verbali) derivati dall’esperienza reale, si sono insinuati (e si insinuano) dentro di noi, con effetti non propriamente felici e non solo di fastidiosa persecutorietà ma anche (questo interessa molto politici, pubblicitari, comunicatori di professione, religiosi e simili, cioè costruttori professionali di ideologie) di asservimento che lascia sempre minori spazi per qualcosa d’altro (le anime belle magari chiamano questo qualcosa d’altro: libertà, autenticità, spontaneità ecc.).

Mentre cerchiamo di far funzionare una censura continua per evitare che ci vengano in mente rappresentazioni spiacevoli, qualcosa trabocca e basta uno stimolo indiretto (percepito nella realtà o indotto dalla catena di altri pensieri) perché un pezzetto di ricordo si affacci al nostro sguardo o alle nostre orecchie, interne. A questo punto sono i nostri variegati sistemi di difesa che messi in allarme reagiscono. O bloccando subito la rappresentazione spiacevole o introducendosi nella rappresentazione indigesta con un’altra rappresentazione che la annulli, la neutralizzi, la sconfigga, magari con un serrato intervento verbale che faccia sentire tutta la nostra capacità e forza.

Purtroppo c’è anche la situazione depressiva per la quale si è passivi, si subisce, ci si sente annichiliti o disistimati (anche se, al riguardo, bisogna tenere d’occhio il perverso piacere masochistico della sofferenza). Per questa ultima situazione, ci si è molto concentrati sugli effetti di traumi reali, infantili ed adulti che sono caratterizzati da una persistenza di rappresentazioni distruttive nel tempo, sia nella loro forma originaria sia in trasformazioni che non riescono però ad eliminarne la penosità. D’altra parte, in altre occasioni che per noi analisti sono molto interessanti, nei sogni, vi è un guazzabuglio di frammenti mnestici eterogenei, dal giorno prima alla nostra prima infanzia, che vengono messi in ordine in uno schema narrativo inverosimile e accettato, al momento, da un Se stesso che accetta come reali questi contenuti incredibili e qualche volta anche terribilmente persecutori.

Ma c’è un aspetto fondamentalmente importante,sia diurno che notturno, nella dinamica di questa moltitudine dei nostri contenuti di memoria. E cioè che sempre nuove percezioni di fatti reali, visti o uditi, continuano ad essere immagazzinati, connessi alla rete di ricordi, rientrare in nuove scene attuali o remote, incastrati in un teatrino di fantasie, sogni, impressioni o pensieri improvvisi. Queste scene sono a volte volute, cioè richiamate alla consapevolezza, per scopi difensivi, edonistici, oppure come pianificazioni per azioni future. Ma spesso entrano con forza nel nostro “venire in mente”, impossessarsi della nostra illusione di controllare e orientare pensieri e percezioni. E questo lo si gioca continuamente da parte di chi, politici, pubblicitari, religiosi ecc. e più in generale ideologi, che vogliono immettere contenuti che siano funzionali ai propri interessi. E bastano anche semplici parole, frasi, slogan, che vanno a inserirsi nel nostro tessuto mnestico, collegarsi ad altre rappresentazioni visive e/o verbali, suscitare emozioni edonistiche o persecutorie. E poi tralasciamo quello che noi psicoanalisti sosteniamo e cioè che dietro alle scene che ci vengono in mente, ci sono altre scene, magari datate ad un tempo remoto, dalle quali vogliamo difenderci.

È difficile accettare questa smentita all’illusione narcisistica del pieno controllo del nostro pensiero e quindi del nostro comportamento. Anche se la rappresentazione o la frase poco accettabile improvvisamente si fa viva nel nostro teatrino (non credibile) della consapevolezza.

 

TAG:
CAT: Psicologia

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