Psichicità: l’outlet delle immagini di sè

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7 ottobre 2018

Fin da bambino ci appropriamo di un’immagine di se stessi, come gli altri ci rimandano e come ci sentiamo, con l’autosservazione. Ma il sentirsi e il vedersi “bambino” se offre grandi privilegi (di protezione, di cura ecc.)però stona con quell’immagine dei “grandi” vissuti come onnipotenti, sicuri, e, soprattutto, con accesso a piaceri spesso sconosciuti, ma intuiti. Quindi, dato che “l’organo” della fantasia è quasi subito attivo, ecco che si creano immagini di Sè immaginarie, vissute nei sogni ad occhi aperti,nelle confabulazioni, nei giochi solitari e collettivi.

Qui il bambino può ribilanciare la minorazione data dall’immagine di Sè infantile, diventando sceriffo,astronauta, campione sportivo e, se bambina, madre (qui giustamente , c’è spazio per le recriminazioni femminili).
Con il crescere le immagini di Sè cambiano e,soprattutto nella tempestosità adolescenziale, che diventa frenetica.Poi tutto sembra acquietarsi in quell’equivoca condizione che si definisce adulta. E’ chiaro che le costrizioni date dallo status economico-sociale, dal genere, dai luoghi e residenze coatte, dalla progressione negativa dell’età e della salute ecc., costringono ad adattarsi. Ma è un adattamento apparente che tende a recuperare spazi contro l’insoddisfazione reale o psicologica, ridiventando sceriffi o astronauti, sotto altre spoglie. Non sto parlando delle fantasie a occhi aperti che sono un po’ una forma di autoerotismo reattivo alle frustrazioni. Sto parlando di nuovo delle rappresentazioni che abbiamo di noi stessi. Alle quali facciamo di tutto per crederci. Spesso è la struttura del carattere, questo agglomerato di difese sedimentato nel corso del tempo, che determina la scelta di un’immagine, piuttosto di un’altra. Per esempio un aggressivo-paranoide, accarezzerà con soddisfazione l’immagine di Sè come “uomo forte”. Un isterico-istrionico si rappresenta come un dominatore degli altri. Un depresso come persona buona e compassionevole o addirittura come contemplativo ( tipo quelli asiatici).

Ma vi sono anche gli avidi-rancorosi che si vedono come vendicatori sia personali che del mondo.
Vi sono poi a disposizione immagini di Sè più specialistiche come l’intellettuale o culturalmente approfondito, oppure come seduttore (non importa il sesso).Penso che molti tra di noi psicoanalisti si vedano anche come comprensivi di un pezzo di Freud, o i fisici di un pezzo di Einstein.
Cioè si può scendere in più specifiche articolazioni poichè l’outlet delle rappresentazioni individuali e/o collettive viene continuamente rifornito dalla grande distribuzione mediatica e dallo scambio relazionale : la scelta è ogni giorno molto ampia Ma poiché la rappresentazione di Sè non riguarda solo i tratti psicologici, ma anche quello che si è veramente nel mondo anche agli occhi degli altri, il proprio aspetto, il proprio look, il possesso,magari vistoso di attività e beni, socialmente pregiati, è una meta da raggiungere anche con ansia e magari con disperazione (che il marketing dei consumi sia interessato a tutto questo è ovvio).
Aldilà di una psicologia spicciola, il meccanismo di base sembra proprio attinente ad una reattività per le frustrazioni attuali e,forse, anche per quelle storiche infantili.

Cioè ci si basa sull’adozione di un narcisismo , cosiddetto di secondo livello, che fruisce della gratificazione dell’immagine di Sè. Ma purtroppo, spesso, qualcosa non va. Vi sono altre rappresentazioni negative di Sè, spesso generate, appunto dalla propria storia, rafforzate dalla realtà e dalla conflittualità relazionale, che vogliono essere presenti e avere un peso nella grande assemblea caotica delle tendenze più o meno consapevolizzate della nostra psichicità. Possiamo fare di tutto per ignorarle ma il loro agguato è sempre attivo, in molte circostanze :nelle improvvise comparse di ricordi traumatici, nei sogni, ed anche solo negli stati d’animo.Sono sempre dietro l’angolo.
Ed è un continuo combattere per tenerle a bada.

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CAT: Psicologia

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