Psicopolitica: fluttuazioni di voto e fluttuazioni caratteriali

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27 febbraio 2019

Nel 1905 Freud pubblicò uno dei testi fondativi più importanti della psicoanalisi: I tre saggi sulla teoria sessuale. In questo libro si dava corpo (è proprio il caso di dirlo) ad una sistemazione ipotetica delle vicende della pulsione (o istinto) sessuale che diventava totalitaria per la personalità umana.

Ora, prescindendo dalle varie diatribe sollevate (proprio anche all’interno della psicoanalisi, e, secondo me, per motivi ideologici) su questa totalizzazione dell’Eros, qui ci interessa considerare l’ipotesi esposta che questo Eros è plastico, fluttua da un oggetto all’altro, si stacca dalle fissazioni originarie, diventa, come si dice, polimorfo (e quindi anche perverso). Proviamo quindi a pensare se sia questo meccanismo a condizionare le fluttuazioni, gli spostamenti nelle scelte politiche.

Come mai vi sono larghi strati della popolazione che può (è da un anno circa ormai che lo registriamo) cambiare opinione subitanea nel comportamento politico? E come mai altri strati invece restano fedeli, “zoccoli duri”, di una parte o dell’altra?

Nel vecchio discorso marxiano era tutta questione del grado di presa di coscienza della propria posizione di classe. Ma questa mitica e nostalgica fede nel primato (hegeliano) della ragione non sembra del tutto applicabile, soprattutto per le continue retroversioni dei comportamenti politici che sembrano essere più diretti da una dinamica bizzarra di abbandoni, nuove accessioni e quindi ulteriori retromarce ecc. Un po’, guarda caso, nelle vicende amorose di molte persone. A meno di non aggrapparsi alla tentazione di un’antropologia discriminatoria (cioè razzista, diciamocelo) tra chi è nel giusto e chi è nell’erroneo.

Quindi possiamo dire che forse il problema stia proprio nelle fluttuazioni caratteriali di chi, facilmente, sposta il proprio Eros da un oggetto all’altro. Magari come avviene nel marketing, dove sapientemente si cerca di strappare i consumatori da una marca ad un’altra.

Ma esistono anche quelle persone che restano “fissate” alla propria marca di origine. Si chiama appunto nel marketing “brand fidelity”. Che sia un partito, una religione, una squadra di calcio o una marca di dadi per brodo, nulla scalfirà questa convinzione. Vorrei evitare termini ideologici tipo coerenza o simili: riempiono la bocca, gratificano la propria autostima e non spiegano niente.

Forse ci troviamo dinnanzi, invece, a costrutti caratteriali nel quale la loro rigidità è determinata sia dalle proprie vicende umane (sociologiche) sia da l’instaurazione di normatività severe introiettate (nel cosiddetto Super-Io come noi, della ns.parrocchia, lo definiamo). E allora gli altri, quelli che fluttuano da una scelta all’altra sono quelli “sani”? No, la loro, caratterialmente, ribellività, li conduce a cercare sempre nuove strade liberatorie da quelle normatività opprimente. Infatti può darsi che si giudichino “liberi”, liberi ogni volta da qualcosa o qualcuno che, a torto o ragione, hanno vissuto come opprimente.

Ma c’è un terzo strato delle popolazione che particolarmente impensierisce i politici: quelli che non votano (e sono tanti..). Ma qui si realizza la perfezione narcisistica dell’abbandono: meglio abbandonare che essere abbandonati. Non considerando l’ombra depressiva che sostanzialmente fa da sfondo a questo atteggiamento.

Queste, si dirà, sono le solite elucubrazioni dello psicoanalista che se le può permettere nel berceau confortevole del proprio studio, nell’esercizio della sua professione. Attenti però, che tramite una serie di metodiche computerizzate quali l’analisi del tono affettivo del linguaggio, le impronte fonetiche, quelle facciali e di postura ecc., già nel marketing dei prodotti se ne sta facendo un ampio uso, per classificare e quindi segmentare il pubblico per profili caratteriali. E dal marketing dei prodotti al marketing delle scelte politiche, il passo è breve ed è già iniziato.

 

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CAT: Psicologia

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