Psicopolitica: la cattiveria del leader legittima la cattiveria di ognuno

22 Agosto 2018

Se pensiamo ad un leader veramente “cattivo”, citiamo subito Hitler, riconoscendo che era un soggetto psicopatico paranoide e quindi se avesse trovato un buon analista, ci saremmo risparmiati 50 milioni di morti (a prescindere dal fatto che la 2° guerra mondiale l’avrebbe scatenata anche la democraticissima repubblica di Weimar, in quanto logica conseguenza della conclusione del primo conflitto). Ma resta invece il problema: come mai il popolo tedesco abbia seguito questo matto gareggiando quanto a crudeltà con lui stesso.

La questione non è soltanto storica ma investe anche tutte le presenti affermazioni e decisioni di leader che, però, almeno nel nostro mondo occidentale, non raggiungono i limiti cruenti del nazismo ed altri regimi.

Tuttavia producono effetti di intolleranza violenta, non solo a parole ma anche, spesso, nei fatti.

Ora proprio questa intolleranza serve a uomini politici a rafforzare il proprio consenso.

Dobbiamo scendere anzitutto nella psicologia individuale. Le tendenze aggressive, presupposto per la “cattiveria”, possono avere origini diverse e, ancora oggi, non è che le ipotesi al riguardo siano esaustive.

Che si tratti di componendoti neurofisiologiche (noradrenalina, dopamina, serotonina e c.) tipiche di ogni specie animale, oppure di reazioni a frustrazioni, oppure mezzi per arrivare alla gratificazione oppure prodotti di circostanze sociologiche, il problema resta. E cioè la reattività aggressiva è presente in tutti, con varie modalità, intensità, durata. Vi è però uno spartiacque non indifferente tra la confabulazione aggressiva che accompagna ogni momento della giornata e il comportamento effettivo di aggressione che può raggiungere anche la violenza più efferata.

E qui abbiamo il secondo termine della faccenda: bisogna trovare un oggetto sul quale scaricare questa aggressività. Come analisti pensiamo che trovare l’oggetto-bersaglio, fantasticato o reale, diventi fondamentale altrimenti l’aggressività si ritorcerebbe su noi stessi (qualche ipotesi sulla depressione va verso questa direzione). Ora probabilmente non basta prendere a calci una sedia o il gatto. Sono le persone i bersagli preferiti, sia a livello di fantasticazione confabulatoria sia livello di aggressione effettiva, dal verbale all’azione. Da qui l’instaurarsi delle persecutorietà paranoidi che si esplicano nel trovare il colpevole ad ogni costo. Da qui, assommando all’aggressività il piacere del possesso dell’oggetto-persona-vittima, lo sfociare in quella forma di sadismo che possiamo chiamare “cattiveria”.

E qui c’è il terzo atto del processo che sposta la gestione della propria cattiveria personale ad una cattiveria collettiva. È proprio un processo di socializzazione per il quale i miei sentimenti individuali vengono condivisi da altri.

Ma qual è il trigger, il grilletto, che fa scattare questo processo di trasformazione di un atteggiamento individuale in un atteggiamento collettivo?

Poichè l’atteggiamento aggressivo è sul piano sociale represso o meglio regolato (per mantenere la coesività collettiva) e quindi in ogni caso suscita, magari ampiamente represso a livello di consapevolezza, sensi di colpa, qualcosa o meglio qualcuno, dall’esterno, deve assolverci. Deve cioè legittimare la nostra aggressività e quindi assolverci dalla nostra cattiveria.

Ma questo può farlo solo un’autorità superiore: qualcuno al quale si riconosce o si delega dei poteri di interpretazione di ciò che è male e di ciò che è bene. Cioè l’infantilismo individuale necessita del permesso da parte del genitore che mi protegge (in termini psicoanalitici diciamo che si viene a patti con il proprio Super-Io).

L’identificazione di un bersaglio per la mia aggressività-cattiveria non può esaurirsi nel prendersela con la cognata o il capoufficio (anche se magari con ampie giustificazioni reali). Poiché, per la maggior parte delle persone, tutto ciò non si risolve in un trionfo ma spesso in uno stato di frustrazione.

Cioè mi sento solo. Sul piano collettivo, invece sento la solidarietà di altri che mi rafforza. Metto in comune parti di me con la collettività. È un vero fenomeno di socializzazione (so che le anime belle del sociale si scandalizzeranno a questa affermazione…). Ma se questo mi da la forza necessito sempre del permesso “morale” per superare gli interni sensi di colpa. Il personaggio, come lo si definisce carismatico, si assume consapevolmente (qualche volta anche delinquenzialmente) questo ruolo.

Nella continua trasformazione simbolica che è così comune agli esseri umani (e purtroppo anche dannosa), il leader assume quella funzione genitoriale che, nel bene e nel male, legittima gli impulsi e gli atteggiamenti di chi in ogni caso vive nel pericolo di una regressione infantile immanente (su questo fenomeno, cioè quello del transfert, si basa la prassi del trattamento psicoanalitico).

Ma resta un problema: come mai con alcuni questo fenomeno avviene e con altri no? Vi sono, probabilmente, varie componenti nel dissenso, di tipo sociologico-culturale e anche caratteriale. Varrà la pena, in futuro, di fare qualche riflessione, anche sui “dissenzienti”, per non fare sconti a nessuno.

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CAT: Psicologia

5 Commenti

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  1. luciano-crimi 2 anni fa

    Io sono un dissenziente. Anti lo sono diventato grazie a questo governo. Ho votato M5S e, dopo questa politica omofoba, xenofoba, razzista che esclude e non include, che toglie i diritti e non li allarga, ho deciso, dopo 13 anni di attivismo politico, diretto e indiretto nel M5S, di uscirmene. Non mi riconosco più in un Movimento che ho contribuito a far diventare grande. Speravo in una rivoluzione e invece ho assistito ad una omologazione con decisioni, dichiarazioni e atteggiamenti ordinari e comuni.

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  2. ennioabate-alice-it 2 anni fa

    Domanda: ma quando Renzi faceva passare il jobs act, imponeva la “buona”scuola, non era anche lui un leader *cattivo*?
    Da cosa si misura la “cattiveria”?
    E’ Salvini che è “cattivo” di carattere e avalla la “cattiveria” altrui o fa – tutt’altra cosa – una politica *cattiva* verso certi gruppi sociali in misura non diversa da Renzi che la faceva da “buono”?

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  3. gmajorino 2 anni fa

    Lungi da me che io supporti Renzi ma il problema è quale significato diamo alla parola “cattiveria”. Io, nel contesto, la definisco in termini di aggressività che da’ piacere (sadismo). Piacere di far male a qualcuno, farlo soffrire, avere il potere su di lui, distruggerlo. Non credo (ma non si sa mai…)che qualche sostenitore di Renzi abbia avuto un mezzo orgasmo alla notizia che con l’abrogazione dell’art.18 qualcuno si ritrovasse sul lastrico. Non credo (e l’esempio di Hitler è fuorviante) che in genere gli uomini politici siano “cattivi” e cioè sadici, bensì che la loro psicopatologia possa anche essere delinquenziale, proprio utilizzando le perversioni sado-masochistiche più o meno potenziali della gente, per rafforzare il proprio potere. Ovviamente la mia è una considerazione clinica (deformazione della professione…)

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  4. ennioabate-alice-it 2 anni fa

    @ Giorgio Majorino

    Rispetto la sua analisi. Al massimo ho qualche riserva sul fatto che Stati Generali ne pubblichi una solo adesso sotto il faccione tonto e truce di Salvini, mentre questa politica “aggressiva” la faceva in salsa buonista anche Renzi ( e prima ancora è stata di *tutti* gli altri). Si pensi a Minniti che ha avviato la politica dei “respingimenti” in Libia dei migranti che ora Salvini persegue con “cattiveria”. E tuttavia non posso dimenticare quanto, su una problematica simile, scrisse F. Fortini ai tempi della Guerra del Golfo (1990-’91):

    «Quando il generale Schwarkopf ordina di sventrare diecimila iracheni non lo fa perché da piccolo la mamma gli negava il seno o il padre lo minacciava di busse; tanto più che egli è probabilmente un uomo di buon cuore, pronto magari ad adottare un orfano di quegli iracheni e amante della musica popolare, dell’Arkansas o della lirica trovadorica o dell’allevamento dei ericeti. Lo fa perché non sarebbe a quel posto ove non fosse stato selezionato ai suoi compiti da un sistema complesso di cui fanno parte industriali, economisti, storici, psicologi, sociologi, uomini politici, insomma, tutta una cultura.
    Che poi quel complesso sistema abbia bisogno anche di truccare le proprie motivazioni ora evocando paure (e rassicurazioni) infantili («Il nemico è un orco sanguinario e pazzo e ognuno può contribuire a distruggerlo infilzando spilli in una sua effigie per poi tornare a mangiare il tacchino e la torta di mele con mamma, moglie e figli nel Giorno del Ringraziamento») ora fornendo argomenti solo apparentemente più realistici («vogliamo il petrolio») ma altrettanto menzogneri o parziali – tutto questo ci dimostra che «la pace» è una parola vuota e consolatoria se non si definisce bene a quale conflitto, a quale lotta o guerra si opponga. Si opponga, appunto. Negare un conflitto equivale a istituirne un altro.

    «La vita dell’uomo sulla terra è un servizio militare», «lo sono venuto a portare la spada»: Chi ha detto queste frasi è la
    medesima bocca che ha detto: «Beati coloro che si adoperano per la pace». Credo non ci sia nessuna contraddizione. La prima frase riconosce che la conflittualità (tra «bene» e «male», tra «giusto» e «ingiusto») e la sua sofferenza sono costitutive, come la sua gioia, dell’ essere umano e del suo fondamentale bisogno di conservazione e riproduzione, ossia di «lavoro». La seconda ci avverte che il latore di consapevolezza è anche latore di conflitti,La terza vuol dire che i facitori di pace sono coloro che, accrescendo la cerchia dei rapporti, dei temi o delle ragioni di non-conflitto, spostano la frontiera degli inevitabili e fecondi conflitti, inducendo sempre più ampie alleanze e sempre più precisamente definendo e chiamando per nome i nemici, trasforrnandoli prima in avversari, poi in collaboratori necessari e preziosi. Ogni individuo, ogni classe, ogni società è «pacifica» all’interno della cerchia del proprio «fuoco di bivacco», ma non può non avere sentinelle poste a difesa della fraternità e della solidarietà sempre minacciate da «dentro» come da «fuori»».

    (F. Fortini, Parola chiave:conflitto, in Disobbedienze II, pagg. 167-169, manifesto libri, Roma 1996)

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  5. andrea-marelli 2 anni fa

    Salvini tutti giorni ha parole di astio verso categorie precise di persone…”gli stranieri”,i rom,chi arriva con i barconi e via dicendo.In più si rifiuta di salvare persone in mare e pure denigra le associazioni che cercano di salvarle.Sui suoi canali social i suoi fans commentano che bisognerebbe mettere tutte queste persone nei campi di concentramento più altre cose ripugnanti e lui non prende le distanze.Finitela di fare paragoni assurdi con renzi che per quanto non mi stia tanto simpatico almeno non supera i limiti della decenza quando si tratta di vite umane

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