La storia di Lara. E di altre 9milioni di italiane

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16 marzo 2018

La storia di Lara è la storia di nove milioni le italiane che hanno subito molestie, ricatti o abusi di potere a sfondo sessuale. Più di 3mila – sempre secondo ISTAT – solo negli ultimi tre anni. Un milione e mezzo sul posto di lavoro.

Lara vive in Toscana, è una donna dai grandi occhi verdi, i lunghissimi capelli castani e ondulati. È magra, il sorriso contagioso, l’aria buona di chi è abituato ad accogliere il prossimo. La tenacia di chi ha imparato che per difendere i propri diritti bisogna battersi in prima persona. Non arrendersi mai.

Lara è stata licenziata in tronco per le troppe assenze. Il motivo? Stava male. E perché stava male? Perché il suo capo non faceva che molestarla. Prima a parole, poi con i fatti.

 

“Ce l’hai murata con il cemento. Non la tenere sotto sale. Almeno una volta dammela”. Ecco cosa le ripeteva. Fino a quando, un giorno non la mise al muro.

 

Lara, cominciamo dall’inizio. Tu hai denunciato e raccontato la tua storia. Non per diventare un simbolo, come mi hai sempre detto, ma per svelare cosa ti è accaduto perché nelle tue condizioni ci sono migliaia di donne che sopportano, che fanno finta di niente. Quando il tuo capo ti molestava, come hai provato a reagire?

Fui molto chiara. Fin da subito gli dissi che non mi interessavano i suoi pensieri e il mio rifiuto lo sbalordì. Sì mostrò esterrefatto. Mi disse che dovevo sentirmi lusingata. Gli risposi che non sono il tipo di persona che si lusinga per queste cose.

Ma le cose non migliorarono. Anzi.

Lui ha continuato, e io provavo a ignorarlo per scoraggiarlo. Non era una persona con cui potevo esprimere più di tanto i miei pensieri perché non considerava mai quello che dicevo, anche quello che dicevo per lavoro.

 

Un giorno prima di uscire dall’ufficio mi disse che voleva darmi un bacio in bocca. Gli risposi chiaramente che non volevo, mi prese con la forza e mi spinse contro il muro. Poi mi guardò ridendo e soddisfatto e mi disse: hai visto se sono riuscito a baciarti?

 

Avevo provato di tutto: a dirgli che non mi interessava, a ignorarlo, a dirgli che non volevo essere baciata. Ma a lui non interessavano né le mie reazioni né i miei pensieri.

Impotenza. Rassegnazione. Rabbia. Quanto hanno influito le molestie sulla tua quotidianità?

All’epoca dei fatti impotenza rabbia e rassegnazione hanno influito molto perché avevo un mutuo da pagare e del lavoro avevo bisogno. Cercavo altri lavori, ma non li trovavo, quindi mi sono dovuta adattare a sopportare una situazione negativa. Oggi se ripenso a quel periodo non sento più impotenza, rassegnazione o rabbia.

Cosa vedi adesso?

Vedo una Lara che, nonostante tutto, cercava una via d’uscita a una situazione che era diventata per lei una regola di vita.

Quando raccontavi la tua storia, come reagivano le persone?

All’inizio si fa una grande fatica a raccontare queste cose. Si ha paura di non essere credute e si ha paura che tutto venga minimizzato. Ma questo aspetto, mi sono poi resa conto che fa parte di un vecchio retaggio culturale. Quando ho preso forza dentro di me e ho iniziato a raccontare, le persone erano schifate. Questo mi ha sbalordito e mi ha dato ancora più forza di raccontare.

Perché sbalordita?

 

Perché non credevo che i particolari di questa storia sensibilizzassero così le persone. Io invito le donne che hanno subito le molestie e i giornalisti a raccontare veramente con quali parole e con quali atteggiamenti veniamo apostrofate. Se non si fa questo, le persone non potranno mai prendere coscienza di cosa sia veramente una molestia, rimarrà un concetto astratto nelle loro menti.

 

Tante donne in qualche modo, e inspiegabilmente, si sentono colpevoli. Ecco, tu ti sei mai sentita responsabile delle violenze che eri costretta a subire?
Assolutamente no. Responsabile di cosa? Di aver istigato lui a fare o dire certe cose? Io me ne stavo tranquilla alla mia scrivania a lavorare, lui le diceva, le faceva e se le rideva. L’unico pensiero che mi balenava in testa era: questo è malato di mente. Non mi sento responsabile, non mi sono mai vergognata. Assolutamente! Se c’è uno che è responsabile e si deve vergognare è lui che ha creato questa situazione. Ma è finito in tribunale, ha subito un processo ed è stato condannato per questo.

Quando hai deciso di reagire?
Ho deciso di reagire quando il mio fisico e la mia mente hanno iniziato a perdere colpi. Quando il malessere era diventato la mia regola di vita… Ho capito che era arrivato il momento di dire basta.

Cosa avvertivi?

 

Troppa sopportazione mi avevano provocato una forte depressione, non ridevo più, avevo perso il sorriso, non avevo più concentrazione, ero nervosa, soffrivo di colite, nausea, sudorazione, tremito e tachicardia. La notte dormivo malissimo. Mi svegliavo di soprassalto e tutto questo mi provocava una forte stanchezza. Questi malesseri non li avevo mai provati prima. Mai.

 

Le molestie sessuali lasciano tracce indelebili.

Tante. Ma non bisogna dimenticare che le molestie sessuali fanno parte di vecchi schemi culturali. Non solo gli uomini dovrebbero evolversi, ma anche le donne devono prendere coscienza e staccarsi da un retaggio culturale che non le riconosce come individui dotati di una volontà e una libertà. La donna non è nata per subire, è nata per crearsi e vivere una vita fatta di volontà propria. Quando osservo da vicino un uomo che molesta una donna, non vedo un prepotente. In realtà vedo un uomo piuttosto fragile e patetico. Oggi sono serena, voglio vivere e vivo con sentimenti positivi, la vita mi ha insegnata a essere resiliente in tutti i suoi aspetti.

Quali sono i passi che hai messo in atto?

Quando cominciai a stare male, andai dal mio medico. Nel frattempo andai anche dai sindacati in CGIL, i quali mi misero subito in contatto con l’Avvocato del lavoro Marina Capponi. L’avvocato, dopo avermi ascoltata e aver osservato il mio malessere, decise di mandarmi a Pisa, al reparto di Medicina del lavoro, nello specifico al Centro di disadattamento per disturbo lavorativo. Qui mi è stata riconosciuta la malattia professionale, e poi sono passata agli infortuni. Da Pisa partì la denuncia d’ufficio alla procura e partirono le indagini. Nel frattempo tramite l’Avvocato fu mandata una lettera all’azienda spiegando il motivo per cui ero ormai assente da lavoro da mesi.

Cosa successe dopo?

L’azienda dopo quella lettera non mi ha nemmeno contattato telefonicamente per chiedermi spiegazioni. Mi ha licenziato in tronco dandomi della bugiarda. Non credevano che fosse vero, che io stessi per davvero male.

 

E allora cosa avete fatto?

Abbiamo impugnato il licenziamento, ed è stata fatta una causa civile. Parallelemente, affiancata gli Avvocati Francesco Paolo Guidotti e Amelia Vetrone, ho esposto querela nei confronti del mio molestatore. È stata fatta una causa penale.

Come è finita?

Le ho vinte entrambe.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TAG: femminicidio, Flavia Piccinni, lara, molestie, storia di lara, violenza donne, violenza sul lavoro
CAT: Questioni di genere

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