Le denunce di vent’anni dopo, e la giusta impotenza dello stato di diritto

4 Novembre 2017

Vent’anni dopo. Cosa si può sapere di quel che è successo vent’anni fa? Tutto, diremmo di certe cose che ci riguardano. Niente, diremmo di cose che guardiamo da lontano o, se siamo in malafede, se ci riguardano per qualcosa di brutto che ci vede dalla parte degli attori e non delle vittime. Cosa è successo vent’anni fa però può essere rilevante per la vita sociale, per il bene della comunità, per la coscienza politica e per la civiltà giuridica che fondano una comunità.

Non è facile provare a guardare con occhio laico, distaccato, obiettivo e rispettoso dei principi democratici e liberali quelli che invade i giornali in queste settimane. Il caso Weinstein, il lunghissimo persistente dibattito che ha seguito le inchieste americane e le rivelazioni italiane. Ultimo capitolo, che non riguarda Weinstein ma il ben più ampio tema del maschilismo molesto, finanche violento, che spesso chiede, talora pretende  pretenderebbe prestazioni sessuali da parte di donne in cambio di aiuti alla carriera. Da un lato il potere, maschio, dall’altro la carriera, femmina. Do ut des. Meno è libera la dante, più è abusivo il comportamento del ricevente. Fino ai casi di reato, anche grave.

In una bella intervista rilasciata ieri a Vanity Fair, una nota showgirl italiana, Miriana Trevisan, denuncia il tentativo di violenza mossole da Giuseppe Tornatore, uno dei più noti e premiati registi cinematografici italiani viventi. La denuncia segue un efficace spaccato, scritto dalla Trevisan per Linkiesta, in cui racconta il foro interno e il foro esterno della vita della donna di spettacolo in un mondo di maschi che detengono il potere e gli ormoni, e chissà in che ordine. Il fatto che riguarda, riguarderebbe Tornatore, è vecchio di decenni. Il condizionale è doloroso ma, in un paese civile giuridicamente, ovviamente obbligatorio.

Il punto infatti è questo, vale per Trevisan e Tornatore, e vale infine per tutti i casi analoghi. Sarà possibile provare in una sede preposta dalle convenzioni sociali e dall’ordinamento – tipicamente: un tribunale – provare cos’è successo nelle stanze in cui Tornatore ricevette Trevisan per parlarle di un film? La stessa Miriana è cosciente della fatica quasi insormontabile e dice: “so bene che è la mia parola contro la sua”. La sua parola, quella di Giuseppe, non tarda ad arrivare. Con dubbio gusto premette che è gratificato dalle attenzioni di una bella signora, aggiungendo però che sono calunnie e che si tutelerà legalmente in ogni sede.

L’opinione pubblica, ormai allenata a superare il cane di Pavlov in prontezza di riflessi, è già pronta a dividersi in curve da stadio. Chi starà con Miriana, chi starà con Giuseppe. Chi dirà che una donna che denuncia un abuso fa un atto di coraggio che va rispettato, anche perché porta una breccia nell’omertà maschilista che cementa l’obbriobrioso “diritto all’abuso”. E questo è vero. Ma se Tornatore fosse del tutto innocente, come la metteremmo? Saremmo di fronte a un uomo che vede rovinata la sua reputazione da un’intervista, e nessuno di noi vorrebbe che capitasse a sè stesso. E se, di contro, fosse colpevole, nei termini detti da Trevisan, ma fosse ora e per sempre impossibile provarlo, come la stessa showgirl sembra consapevole mostra di sapere? Avrebbe fatto male Trevisan a dirlo?

Siamo insomma di fronte al caso – estremo, ma semplice – in cui lo stato di diritto mostra la corda. La probabilità che questa vicenda, anche in tribunale, finisca con un’ingiustizia, è endemicamente assai elevata, ed è ineliminabile. Faccio così una proposta di coscienza, di quelle che anche i marxisti e i liberali più ortodossi possono accettare, in contesti estremi come questo. Una proposta che riguarda i generi: le donne di buona volontà si impegnano a riconoscere che anche una donna può mentire, può acconsentire, può accettare o stimolare un comportamento scorretto, deontologicamente, in cambio della carriera. Può anche non provarne un grave fastidio, e se lo prova, anche lieve, invece deve denunciarlo, e deve vivere in una società che aiuti la denuncia e stigmatizzi duramente la molestia. E noi uomini, però, guardiamoci in faccia, guardiamoci dentro, che sappiamo quando è stato solo sesso, e quando è stato sesso in forza di potere. In varie sfumature, che possono andare dalla sgradevolezza al reato.

E infine una proposta a entrambi: parliamoci, con franchezza, scazziamo anche. È una gran cosa. Tra l’altro a volte alla fine si finisce col fare serenamente, gioiosamente e ovviamente liberamente all’amore. Roba per donne e uomini veri: proviamo a diventarlo, dai.

TAG: Giuseppe Tornatore, Miriana Trevisan
CAT: Questioni di genere

Un commento

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  1. undog 3 anni fa

    Direttore, potrei aver malcompreso, ma è sicuro della consecutività, del nesso e della scelta lessicale (nello specifico l’attributo “libera” relativo si direbbe alla carriera) dei tre periodi che trovo nell’articolo? Cito: “Do ut des. Meno è libera la dante, più è abusivo il comportamento del ricevente. Fino ai casi di reato, anche grave.” Parafrasandola: Do perché tu mi dia. Meno libera è l’aspirante alla carriera (?) nel dare, più abusa il potere (maschio?) ricevente nel prendere (?). Insomma l’azione parte dalla carriera (più o meno libera) che da, per avere… o il contrario? Domando, senza ironia. Avrei apprezzato un link all’articolo su Vanity citato. Grazie.

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