Velo e autodeterminazione femminile

10 Luglio 2020

Dopo gli insulti e le minacce sui social network, Silvia Romano ha parlato della sua conversione all’Islam e della scelta di mettere il velo in una intervista al giornale on-line islamico La luce. Nella parte che riguarda l’hijab afferma:

Il concetto di libertà è soggettivo e per questo è relativo. Per molti la libertà per la donna è sinonimo di mostrare le forme che ha; nemmeno di vestirsi come vuole, ma come qualcuno desidera. Io pensavo di essere libera prima, ma subivo un’imposizione da parte della società e questo si è rivelato nel momento in cui sono apparsa vestita diversamente e sono stata fatta oggetto di attacchi ed offese molto pesanti.
C’è qualcosa di molto sbagliato se l’unico ambito di libertà della donna sta nello scoprire il proprio corpo.
Per me il mio velo è un simbolo di libertà, perché sento dentro che Dio mi chiede di indossare il velo per elevare la mia dignità e il mio onore, perché coprendo il mio corpo so che una persona potrà vedere la mia anima.
Per me la libertà è non venire mercificata, non venire considerata un oggetto sessuale.

Sulla conversione all’Islam aveva scritto cose dure Cinzia Sciuto, autrice dell’ottimo Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo (Feltrinelli); leggo ora su Micromega un intervento, non meno duro, di Monica Lanfranco. Due donne che stimo, ma con le quali non sono d’accordo.
Prima di spiegare perché, occorre una premessa. Sono ateo, e forse potrei considerarmi perfino un ateo militante (sono iscritto all’UAAR). Considero le religioni un male sociale e in particolare ritengo che i monoteismi abbiano causato infinite tragedie storiche. Non ho alcuna simpatia per l’Islam, fatta eccezione per il sufismo. Ritengo che sia importante fare una battaglia culturale per denunciare la violenza simbolica delle religioni. Politicamente, sono di area anarchica ed antiautoritaria, pur consapevole di tutti i problemi di una tale collocazione.
La questione del velo provoca non poco imbarazzo nelle persone di sinistra perché fa entrare in conflitto due valori importanti: il riconoscimento dei diritti delle minoranze, e in particolare dei migranti, e la libertà ed autodeterminazione delle donne. Che succede, ora, se una minoranza nega il secondo valore? Quale posizione assumere nei confronti di una minoranza che nega i diritti delle donne? Bisogna accettare limitazioni alle libertà femminili in nome del multiculturalismo o rigettare (come fa Cinzia Sciuto) l’idea stessa di un multiculturalismo che diventa il cavallo di Troia per far arretrare le società occidentali nel campo dei diritti civili delle donne?
Vorrei provare, seguendo le parole di Silvia Romano, a chiedermi se non sia possibile un punto di vista diverso. Preciso che non parlo in generale della questione del velo, perché non ha alcun senso parlarne all’ingrosso, mettendo su uno stesso piatto, per dire, Afganistan, Albania e Italia. Parlo dell’uso dell’hijab da parte di una donna musulmana nel nostro Paese.
Il diverso punto di vista è quello del diritto delle donne di dare un significato al loro corpo ed a quel rapporto con il loro corpo che è l’abbigliamento.
Le donne che subiscono violenza sessuale sono spesso sottoposte alla ulteriore umiliazione di dover spiegare come erano vestite e perché. Per qualcuno il fatto che una donna sia vestita in modo considerato provocante può comportare una attenuante per il violentatore. Un certo abbigliamento non è forse segno certo di disponibilità sessuale? No, rispondono le donne, non lo è. Una donna ha il diritto di vestirsi come vuole, senza che nessuno si senta autorizzato a dare alcun significato a quell’abbigliamento. Soprattutto: solo una donna ha il diritto di dare un significato al suo modo di vestirsi. Nessun altro. Solo una donna ha il diritto di dire di essersi vestita per piacere a sé stessa, per piacere agli altri o solo perché così le andava.
Consideriamo ora il velo. Silvia Romano afferma che portare il velo per lei significa sottrarsi a dinamiche sociali che non ama. Che la seduzione sia una pratica sociale è innegabile. È una pratica sociale tutt’altro che condannabile, ma alla quale qualcuno può legittimamente decidere di non partecipare. Simone Weil, una delle più lucide intelligenze del Novecento, vi si sottrasse per tutta la sua breve vita. “Essere oggetto di desiderio: è questo che genera in me, dopo il Luxembourg, una repulsione e un’umiliazione fortunatamente invincibili”, scriveva. L’accenno ai giardini del Luxembourg resta misterioso; non è da escludere che si riferisca all’incontro con un esibizionista quando era adolescente. Ma sarebbe un grave errore considerare queste repulsione come un tratto patologico dovuto ad un evento traumatico, così come sarebbe semplicemente ridicolo vedere in quelle parole una qualche imposizione maschile. È  la scelta di una delle donne più libere del Novecento e fa parte in modo significativo della sua eccezionale spiritualità. Non aveva bisogno del velo, Simone Weil. Esprimeva il suo rifiuto di essere oggetto di desiderio con tutto l’abbigliamento e in generale con un atteggiamento che spesso sconcertava e intimoriva chi la incontrava.
Silvia Romano afferma che per lei il velo ha un significato. Indica la scelta di essere al di fuori del gioco sociale della seduzione. Monica Lanfranco afferma che invece il velo ha un altro significato: indica la violenza simbolica dell’uomo sulla donna, e le parole di Silvia Romano non sono che “formule insopportabili e ipocrite, quando si pensa ai milioni di donne nel mondo costrette a portarlo, pena anche la morte, da feroci dittature teocratiche totalitari”. Non è un grande argomento, perché qui non parla una donna afgana, ma una donna italiana, e non c’è nessuna prova che qualcuno la costringa a portare il velo, pena la morte. Se una donna è costretta a portare il velo, evidentemente è un male, come è un male qualunque imposizione; ma qui si parla d’altro. Qui c’è una donna che parla del suo abbigliamento e della sua scelta. E dice cosa significa, per lei, quell’abbigliamento. Replicare che quelle parole non esprimono realmente un punto di vista personale, ma una manipolazione culturale, è sbagliato per due ragioni. La prima è che si può vedere qualche forma di manipolazione culturale in qualsiasi esperienza o scelta, e la stessa Silvia Romano considera frutto di “un’imposizione da parte della società” il suo precedente modo di vestirsi. La seconda è che significa attuare una disconferma, quel meccanismo studiato dalla scuola di Palo Alto per cui in uno scambio comunicativo si nega l’esistenza stessa dell’altro come parlante. Non si tratta di discutere le affermazioni dell’altro; gli di dice: “Tu non esisti”. Ed è esattamente quello che accade a Silvia Romano. Le sue parole non vengono prese realmente in considerazione, non è una vera interlocutrice in un discorso pubblico. Si ritene che per sua bocca parli il Patriarcato, o qualcosa del genere. E questa è evidentemente una violenza. È una violenza, quando una donna parla, ritenere che sia un uomo a parlare in sua vece, se dice cose che non ci piacciono. E metterla così a tacere.
Nessuno – che sia uomo o donna – ha il diritto di stabilire il significato dell’abbigliamento di una donna, se non la donna stessa. Non sono affatto convinto che il velo sia indice di qualsiasi libertà, mi piacerebbe piuttosto vivere in una società in cui tutti abbiano il diritto e la libertà di andare in giro completamente nudi, se lo vogliono, ma sono anche consapevole che la liberà si incarna in forme diversissime. E che l’individuo stesso è l’unico cui si può riconoscere il diritto di dare un significato alla propria esperienza. Qualsiasi alternativa conduce a conseguenze disastrose.

Note
(1) S. Pétrement, La vita di Simone Weil, Adelphi, Milano 2010, p. 303.

Nella foto: Silvia Romano. Fonte: https://www.laluce.news

TAG: Cinzia Sciuto, diritti civili, Monica Lanfranco, questione islamica, Silvia Romano, velo islamico
CAT: Questioni di genere

11 Commenti

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  1. marcogiov 1 mese fa

    Velo islamico autodeterminazione femminile non vanno d’accordo. Inutile scrivere articoli da sofista, mettendosi fette di salame davanti agli occhi per non voler ricordare che il velo è IMPOSTO nella stragrande maggioranza dei Paesi musulmani e dalla cultura patriarcale, sessuofoba e repressiva degli islamici migrati in Occidente.

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  2. naciketas 1 mese fa

    Mi pare di aver precisato nell’articolo che qui parlo del velo di una musulmana in Italia.

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  3. alesparis69 1 mese fa

    Questo discorso confarebbe una grinza se si stesse parlando del velo delle suore. O meglio farebbe tante grinze, ad esempio circa l’identificazione tra libertà e obbedienza a un sistema ideologico totalitario (intellettualmente e moralmente, quando non politicamente, ad esempio in Iran e Arabia).

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  4. naciketas 1 mese fa

    Io non condivido il moralismo di chi ritiene che la libertà sia vera libertà solo quando viene usata in modi che noi approviamo.

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  5. danesto 1 mese fa

    Dissento.Innanzitutto perchè il ragionamento in sè non regge :qui non si tratta della libertà di vestirsi come si vuole,ma di un dichiarato intento di sottrarsi al proporsi come oggetto. Prima, dice lei, era socialmente condizionata (come, secondo lei ,tutte le donne in occidente). Ma non è una battaglia che si vince nascondendosi.Questo si configura come una resa a qualcosa che viene accettato come ineluttabile. Le donne hanno DIRITTO a non essere considerate oggetti (di concupiscenza), comunque decidano di vestirsi. Altrimenti si dà ragione a chi colpevolizza le vittime di stupro perchè avevano la minigonna. Peraltro pare che non si contempli il fatto che una donna possa innanzitutto piacere a se stessa, indipendentemente dai condizionamenti sociali. Io, che sono una anziana signora, ma sono stata un giovane di gradevole aspetto, mi sono sempre vestita secondo il mio gusto e sono sempre riuscita a farmi rispettare, comunque decidessi di abbigliarmi. Mi ritrovo in pieno nelle parole di Simone Weil. Inoltre, nel discorso di Silvia (altre cose dette durante l’intervista) emerge anche un altro elemento inquietante : ritenere che dio l’abbia punita per la sua “sregolatezza” precedente. Questo implica un giudizio pesante su tutte le altre donne , che vestendosi in modo “scoperto”, meriterebbero di essere punite. E’ , peraltro, quello che mi disse un musulmano osservante (persona istruita) in Marocco : le donne berbere che non si coprono il capo e vanno a viso scoperto, sono delle donne “poco serie”. Poi, nel caso di Silvia, molte cose si possono comprendere alla luce della terribile esperienza che ha vissuto, ma fare delle sue parole una legittima rivendicazione di libertà, mi pare del tutto azzardato.

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  6. naciketas 4 settimane fa

    No, il tema dell’articolo è il diritto delle donne di dare un significato a ciò che indossano, senza che nessun altro possa stabilire il significato al posto loro – una azione che mi sembra ugualmente violenta nel caso della ragazza stuprata alla cui minigonna si impone dall’esterno il significato di disponibilità sessuale e nel caso della donna al cui velo si impone dall’esterno il significato di oppressione. Sembra che decenni di antropologia culturale non siano serviti a nulla. Continuiamo ad avere uno sguardo etico su tutto ciò che riguarda l’Islam, senza nemmeno tentare lo sforzo di ascoltare la voce di chi è musulmano. E, ripeto, lo dico da persona che non ha proprio nessuna simpatia per l’Islam.

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  7. gianmario-nava 4 settimane fa

    quindi, per seguire il ragionamento di marcogiov, se silvia romano non vuole togliersi il velo gli imoniamo di toglierselo?
    non è una domanda polemica, voglio capire le implicazioni nel caso pratico di un ragionamento così posto

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  8. danesto 4 settimane fa

    A prescindere dal fatto che di questo io ho molto parlato con ragazze musulmane che vivono in Italia e insieme alle quali ho offerto assistenza ai profughi siriani,Io ho talmente ascoltato il discorso di Silvia , che ne colgo le contraddizioni interne.In realtà, mentre si rivendica la propria libertà si accusano le altre di non esserlo : ” di vestirsi come qualcuno desidera”. Quindi è lei ad attribuire arbitrariamente un significato a ciò che indossano le altre donne.
    Inoltre, nascondersi non può essere una scelta di libertà. Chi si sente obbligato a nascondersi non è , per definizione, libero. Una donna deve avere diritto a non venire mercificata, a non essere considerata un oggetto sessuale, comunque si vesta. Altrimenti, si accetta come “normale” ciò che è profondamente ingiusto nei confronti delle donne.
    Se avesse detto, mi vesto così, perchè così mi piace, non ci sarebbe nulla da eccepire. Io vesto spesso “pajama” indiani : mi piacciono molto, sono femminili ed eleganti, anche se molto semplici. lo faccio, appunto, perchè mi piace, anche se non è un modo usuale di vestirsi in Europa.

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  9. marcogiov 4 settimane fa

    Quello che mi SCANDALIZZA è che si voglia deliberatamente ignorare che il velo islamico è imposto a centinaia di milioni di donne nel mondo e quindi è esso stesso il simbolo dell’oppressione. Chi da europeo lo mette fa esattamente come chi sventola la bandiera degli Stati Confederati d’America, fa propaganda all’oppressione e se non lo capite è inutile continuare a discuterne, restate con le vostre belle idee e sognate pure quanto è bella e libera la vita della donna nell’Islam, soprattutto la vita sessuale.

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  10. naciketas 4 settimane fa

    La realtà è complessa, fattene una ragione. Quando protesto per la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche dello Stato italiano, i cattolici mi rispondono che quello per loro è un simbolo di pace e di amore valido anche per i non credenti. E credo che siano in buona fede. I simboli sono complessi, quello che per te è oppressione per un altro è libertà. E se si tratta di discutere della presenza di un simbolo su un muro dello Stato, nessuno ha il diritto di attribuire un senso a un simbolo ignorando la sensibilità altrui. Se si tratta del proprio corpo, non vedo come si possa negare all’individuo il diritto alle proprie significazioni.

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