Memoria e Futuro

90 euro di tungsteno

di Marco Di Salvo 18 Febbraio 2026

Ieri la Camera ha impiegato ore per dibattere se l’Italia dovesse partecipare come osservatore al Board of Peace di Trump. Il governo ha giustificato la scelta con le gabole che bypassano l’articolo 11 della Costituzione, le opposizioni hanno gridato all’asservimento atlantico, i talk show si sono riempiti di retoriche sulla dignità nazionale. Nel frattempo, per mostrarsi sensibili alle situazioni più delicate economicamente, il Consiglio dei Ministri ha preparato un decreto bollette che prevede un contributo straordinario di 90 euro — novanta euro (vi ricorda qualcosa?) — per i titolari del bonus sociale. Novanta euro che dovrebbero aiutare le famiglie a fronteggiare il caro energia. È questo il teatro della politica italiana: ore di discussione costituzionale su un tavolo diplomatico dal quale siamo gli unici europei presenti, e bonus cosmetici spacciati per interventi strutturali.

“Meanwhile”, direbbero in un fumetto americano, una newsletter di nicchia — “Metalli Rari” su Substack — lancia l’allarme che nessuno pare voler sentire. Il tungsteno, materiale cruciale per l’industria meccanica e bellica, ha raggiunto scorte ai minimi dal 2013. L’Indonesia, primo produttore di nichel, pianifica tagli produttivi di un terzo. E soprattutto: la Cina sta stringendo la morsa sui metalli critici che rendono possibile quella stessa transizione ecologica che l’Europa ha (aveva?) trasformato nel suo manifesto politico. È il paradosso perfetto: voler salvare il pianeta senza controllare i materiali che servono a farlo. È come dichiarare guerra avendo già consegnato le munizioni al nemico. Sarebbero questi i temi su cui fare dei bei dibattiti parlamentari, altro che il derby d’Italia o i comici a Sanremo. Ma l’ignoranza (intesa nel senso più ampio e meno offensivo possibile) domina.

Il tungsteno è l’esempio emblematico. Non fa notizia come il litio, ma decide chi vince le guerre e chi comanda l’industria pesante. Ha il punto di fusione più alto di qualsiasi metallo e densità paragonabile all’oro. Serve per armi anticarro, missili, meccanica di precisione. La Cina controlla oltre l’80% della produzione mondiale, con scorte europee ai minimi e prezzi ai massimi dal 2013.

I nostri partners storici non sembrano più attenti. Gli Stati Uniti non hanno estratto un grammo di tungsteno dal 2015, quando ha chiuso l’ultima miniera. Non è che manchino giacimenti: mancano la volontà politica e la capacità industriale di estrarlo. Tra permessi ambientali che richiedono decenni e la concorrenza sleale dei prezzi cinesi del passato, l’industria mineraria occidentale è stata smantellata. Il Pentagono ha classificato il tungsteno come “minerale critico” e cerca di bloccare l’acquisto di materiali cinesi o russi, ma le leggi non scavano la roccia. Senza miniere attive, le restrizioni rimangono carta straccia.

La situazione è altrettanto critica per il nichel. L’Indonesia — che fornisce oltre la metà del nichel mondiale — ha annunciato tagli produttivi e restrizioni alle licenze di estrazione. Il governo indonesiano, dopo aver vietato le esportazioni di minerale grezzo per attirare investimenti nella raffinazione locale, ora scopre che l’espansione estrattiva ha generato disastri ambientali. Foreste tropicali grandi come New York City sono state abbattute per le concessioni minerarie. Le comunità locali sono avvelenate da rifiuti tossici. Tesla e Ford hanno investito miliardi in questi giacimenti, ma ora pagano il prezzo di una crescita senza controllo.

E la Cina? Mentre l’Occidente discuteva, Pechino faceva incetta di realtà. Domina le terre rare, detiene un monopolio quasi assoluto sul tungsteno e controlla la raffinazione globale: oltre l’80% per grafite, tungsteno, germanio e cobalto; 99% per gallio; 91% per terre rare. Ha investito in giacimenti in Congo, Indonesia, e controlla il 93% delle scorte mondiali di rame. Non si limita a esportare materia prima: punta al valore aggiunto.

La NATO ha individuato 12 materie prime critiche per l’industria della difesa. Le più a rischio? Alluminio e grafite, con alta probabilità di interruzione delle forniture e alto impatto sulla produzione di armamenti. La Cina produce il 70% o più di grafite, tungsteno e terre rare. L’Europa? È presente in quote bassissime solo per litio, bauxite, cobalto e tungsteno. Per sette materie prime su dodici il consumo UE dipende interamente dalle importazioni.

Il Green Deal europeo aveva promesso una rivoluzione verde. Il Critical Raw Materials Act ha fissato obiettivi ambiziosi: estrarre il 10% e trattare il 40% del consumo annuo entro il 2030, riciclare il 25% delle materie prime critiche. Ma l’attuazione pratica rimane inesistente. I tempi per aprire nuovi siti estrattivi nell’UE superano i dieci anni — incompatibili con la rapidità della domanda industriale.

La Corte dei Conti europea ha pubblicato un rapporto che definisce la situazione “grave e rischiosa”. Senza scorte strategiche coordinate e una diplomazia economica aggressiva, l’Europa rischia una “deindustrializzazione forzata” entro cinque anni. L’industria italiana dipende per 686 miliardi di euro — il 38% del PIL — da importazioni extra-UE di materie prime critiche. Siamo primi in Europa per vulnerabilità.

Il paradosso è evidente: l’Europa ha trasformato la transizione ecologica in un manifesto ideologico, imponendo scadenze rigide e vincoli normativi, ma ha dimenticato che l’innovazione non si decreta — si costruisce. Servono capitali, infrastrutture, tempo e strategie. Invece abbiamo consegnato il futuro green alla Cina, passando dalla dipendenza dal gas russo a una dipendenza ancora più vincolante: quella dai metalli che servono per le turbine eoliche, i pannelli fotovoltaici, le batterie elettriche.

Non si tratta di demonizzare Pechino, ma di riconoscere un errore di pianificazione. Una transizione concepita per ridurre la dipendenza energetica dai combustibili fossili rischia di crearne una nuova, più silenziosa e più vincolante. Il Green Deal delle buone intenzioni rischia di trasformarsi nel tallone d’Achille dell’Europa: vuoi salvare il pianeta? Devi chiedere permesso a Pechino. Mentre scriviamo, la politica italiana continua a dibattere d’altro (e il giornalismo segue a ruota). Nessuno parla di tungsteno, di nichel, di grafite. Nessuno spiega agli italiani che la nostra industria meccanica — quella che (finora) esporta e genera ricchezza — dipende da materiali che non controlliamo e non estraiamo. A Roma, pensiamo a Pucci e Bastoni.

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