Memoria e Futuro

A proposito di Harry

di Marco Di Salvo 22 Gennaio 2026

Quella che segue non è la lamentela di un siciliano di mare aperto, per dirla con Sciascia. È semplicemente l’osservazione di un modus operandi che chiunque vada al governo non cambia mai: la geografia dell’indifferenza italiana, dove le emergenze hanno un peso diverso a seconda di dove accadono. Il ciclone Harry che ha devastato Sicilia, Sardegna e Calabria tra il 19 e il 21 gennaio ne è l’ennesima, plastica dimostrazione.

Mentre venti oltre i 120 km/h spazzavano le coste, onde alte 8 metri a Acitrezza e sulla costa ionica messinese distruggevano lungomari, centinaia di famiglie venivano evacuate e si stimavano oltre mezzo miliardo di euro di danni, a Roma accadeva quello che accade sempre: si discuteva di altro. Nello specifico, di chi dovesse presiedere la Consob, con Lega e Forza Italia che si accusavano reciprocamente di slealtà mentre le isole annegavano.

Ma ancora prima di parlare della risposta politica, occorre denunciare (sempre serva a qualcosa) il silenzio dei media nazionali. Mentre i meteorologi annunciavano una delle tempeste più violenti degli ultimi vent’anni, mentre la Protezione Civile diramava allerte rosse, i telegiornali nazionali brillavano per la loro assenza, concentrati ad analizzare i post su Truth di Trump. Solo Sky TG24 e alcuni media online coprivano l’evento, probabilmente per riempire i vuoti di palinsesto. I grandi telegiornali nazionali si sono “accorti” della tempesta solo dopo, quando le onde avevano già devastato tutto, saccheggiando i video pubblicati sui social dai cittadini.

Quando l’alluvione colpisce, solo a titolo di esempio, l’Emilia-Romagna, ci sono dirette continue, inviati sul campo, speciali di approfondimento. Quando il ciclone Harry devasta tre regioni del Sud, nei giorni precedenti la notizia è praticamente inesistente. Non è campanilismo: è cronaca di un sistema informativo che ha una geografia precisa delle priorità.

Di fronte all’emergenza, il governo ha risposto con il copione consueto. Il ministro Musumeci (nato e cresciuto politicamente in provincia di Catania) ha dichiarato che “non è ancora il momento di fare la conta dei danni, ma di vigilare sulla corretta applicazione di ogni condotta responsabile”. Traduzione: aspettiamo, vediamo, temporeggiamo. Palazzo Chigi ha diffuso una nota in cui Meloni segue “con attenzione, in costante contatto con il Ministro Musumeci” l’evoluzione della situazione. Tra un viaggio e l’altro all’estero, mentre prova a schivare i colpi figli del suo equilibrismo internazionale. Comunicati stampa, dichiarazioni, sopralluoghi programmati per dopo. Le autorità locali erano già sul campo da giorni, mentre il governo centrale prometteva solo a parole.

Nel frattempo, nel Consiglio dei ministri si consumava lo scontro sulla nomina di Federico Freni, sottosegretario leghista, alla presidenza della Consob. Lega e Forza Italia si accusavano reciprocamente di slealtà, con la nomina rinviata per l’alta tensione nella maggioranza. Giuseppe Conte denunciava che il governo si riuniva “per litigare furiosamente” mentre i cittadini contavano i danni. Le poltrone prima delle persone, i calcoli di potere prima delle emergenze. Ma anche l’opposizione ha brillato per assenza su Harry.

E il ministro dei trasporti, che faceva il ministro dei trasporti le cui ferrovie sono per l’ennesima volta bloccate sulla linea Messina – Catania? Matteo Salvini trasformava l’emergenza in spot propagandistico per il Ponte sullo Stretto. Durante il question time alla Camera, il ministro delle Infrastrutture ha dichiarato: “Pensiamo ad avere in queste ore di mare in tempesta il Ponte piuttosto che i traghetti fermi”. La tempesta diventa occasione per vendere il suo sogno infrastrutturale, un’opera promessa nell’estate 2024, poi a novembre 2025, poi a inizio 2026, e ora chissà quando.

Salvini ha parlato di 50 miliardi di euro di cantieri in Calabria e Sicilia “in attesa del Ponte”. Ma chi vive in quelle regioni sa bene che molti di quei cantieri sono fermi da anni, che secondo Legambiente i treni calabresi sono i più vecchi d’Italia, che il Ponte rimane un miraggio che cambia data ogni stagione. La Lega si interessa alla Sicilia solo quando può parlare del Ponte. Non quando ci sono mareggiate che distruggono case. Non quando centinaia di famiglie vengono evacuate. Non quando i collegamenti sono interrotti. In quei momenti, evidentemente, ci sono questioni più urgenti. Come litigare per una poltrona alla Consob.

Qui sta il punto: non è questione di questa maggioranza. È un vizio di sistema, un modus operandi che attraversa governi di destra e di sinistra, che prescinde dai colori politici. La geografia dell’indifferenza italiana è una costante: più sei lontano da Roma, meno conti. Più sei isola, più sei periferia, più sei facilmente dimenticabile.

Il ciclone Harry ha messo a nudo questa doppia discriminazione, politica e mediatica. Mentre in Sicilia si stimano oltre mezzo miliardo di euro di danni, con circolazione dei treni sospesa, lungomari distrutti, abitazioni danneggiate, a Roma si è discusso di nomine e Salvini ha fatto propaganda. Il governo ha annunciato 6,5 milioni per eventi precedenti e promesso sopralluoghi futuri. La solita liturgia: promesse, rinvii, temporeggiamenti.

C’è un parallelo inquietante tra la decisione dei giorni scorsi dell’EPA di Trump di smettere di calcolare i benefici economici delle vite salvate dalle norme anti-inquinamento e il trattamento delle isole italiane durante le emergenze climatiche. In entrambi i casi, alcune vite semplicemente smettono di avere valore.

Sotto Biden, l’EPA stimava che le norme sul particolato fine avrebbero prevenuto fino a 4.500 morti premature entro il 2032, con 77 dollari di benefici per la salute per ogni dollaro speso. Trump ha annunciato che l’agenzia smetterà di “monetizzare” questi benefici, sostenendo che le stime siano “fuorvianti”. Tradotto: quando calcolare il valore delle vite salvate costa troppo all’industria, si smette semplicemente di contarle.

In Italia accade qualcosa di simile, ma attraverso l’indifferenza invece che il calcolo. Quando il ciclone Harry devasta Sicilia, Sardegna e Calabria, causando oltre mezzo miliardo di euro di danni, il governo temporeggia, i media nazionali ignorano l’emergenza fino al giorno dopo, e Roma litiga sulle nomine alla Consob. Non c’è un decreto che dica “non contiamo queste vite”, ma il risultato è lo stesso: alcune morti, alcuni danni, alcune tragedie semplicemente pesano meno.

È la stessa logica con una diversa maschera. L’EPA di Trump dice esplicitamente che non calcolerà più il valore delle vite salvate per non ostacolare l’industria. Il sistema italiano non lo dice, ma lo pratica attraverso la geografia dell’indifferenza: più sei lontano dal centro, meno la tua emergenza conta. In entrambi i casi, c’è una valutazione implicita che alcune vite valgono meno di altre: negli Stati Uniti valgono meno dei profitti industriali, in Italia valgono meno della distanza da Roma.

Il paradosso è che entrambi i sistemi proclamano il contrario. L’EPA sostiene di voler “risultati per il popolo americano”, mentre elimina proprio i calcoli che dimostrano quanti americani verrebbero salvati. Il governo italiano parla di unità nazionale mentre risponde alle emergenze del Sud con comunicati stampa invece che con interventi concreti. La retorica è universale, la pratica è selettiva.

La lezione è amara ma chiara: in democrazie avanzate e ricche, il valore della vita umana non è un principio assoluto ma una variabile politica. Dipende da chi sei, dove vivi, e quanto costa salvarti. L’EPA di Trump lo ammette smettendo di fare i conti. L’Italia lo nega ma lo pratica ogni volta che una tempesta colpisce le isole e i telegiornali nazionali guardano altrove.

La tempesta Harry non insegnerà nulla. Alla prossima emergenza che colpirà il Sud o le isole, si ripeterà lo stesso copione: silenzio mediatico preventivo, risposta politica tardiva, comunicati rassicuranti, sopralluoghi programmati per dopo, litigi sulle poltrone mentre i cittadini soffrono. E qualche ministro trasformerà la tragedia in spot per la sua opera simbolo.

Perché questo è il sistema: un’Italia a due velocità dove la tua emergenza conta meno o più a seconda della geografia. Non serve lamentarsi come siciliani di mare aperto. Basta osservare, registrare, documentare. Il modus operandi è sempre lo stesso, chiunque governi. E continuerà a esserlo, finché qualcuno non avrà il coraggio di riconoscere che in questo paese alcune vite, alcune terre, alcune emergenze contano semplicemente meno di altre.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.