Memoria e Futuro

A volo d’uccello

di Marco Di Salvo 29 Gennaio 2026

Ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è arrivata a Niscemi con un elicottero, sorvolando dall’alto la collina che crolla, quella che rischia di trascinare con sé centinaia di case e 1.500 persone già evacuate. Uno spettacolo “impressionante”, ha ammesso la premier. Chissà se guardando quella frana dall’alto non si sia fatta venire qualche scrupolo di scendere. Ma, purtroppo per lei, e per come funziona il “meccanismo” oggi, doveva farlo: il giorno prima la leader dell’opposizione Elly Schlein, assieme a una serie di rappresentanti del Partito Democratico tra cui Peppe Provenzano, erano stati in mezzo alle persone in paese, a prendersi gli insulti, le paure, la rabbia di chi aveva perso tutto. E così, tra il rischio di sentirsi dire che era un fantasma e le accuse di fare una passerella che erano già nell’aria, ha scelto, con il consueto buonumore, le seconde. Non poteva lasciare il palco scoperto.

Dopo il volo d’uccello è scesa al municipio per  una “riunione operativa” con il sindaco Massimiliano Conti. Alcune cronache dicono che il primo cittadino non era neanche stato avvertito, visto che ha scoperto della visita solo quando ha visto l’elicottero atterrare. Un’ora di incontro a porte chiuse, poi l’uscita. Circondata dai cronisti che chiedevano dichiarazioni, Meloni ha liquidato tutti con un’alzata di mano: “Non facciamo piazzate, siamo qui per lavorare”. Troppo rumore, troppo casino, troppi giornalisti. Eppure quella “piazzata” mediatica era necessaria: serviva per garantire ai niscemesi che “il 1997 non si ripeterà”, che non dovranno aspettare anni o decenni per gli indennizzi. Promesse che risuonano vuote quando si guarda ai fatti concreti di questi due anni e mezzo di governo.

E la questione non riguarda solo Niscemi. A guardare con attenzione abbiamo davanti una fotografia impietosa di come questo governo – certo, non solo questo governo – abbia gestito la tutela del territorio. Il 94% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico. Servirerebbero 27 miliardi per mettere in sicurezza il Paese. Dal 2013 al 2023 sono stati spesi 13,8 miliardi per le emergenze, una media di 1,25 miliardi all’anno per rincorrere le tragedie. Per la prevenzione? Solo 186 milioni all’anno. Mentre si ciancia di esercito sì, esercito no nelle strade contro i maranza e dopo aver per decenni pensato alla “sicurezza come fiera della forca e del fascino della divisa” (per citare Lo Stato Sociale), sarebbe forse il caso di riprendere l’idea del geologo di quartiere, altro che il vigile. Proposta antica più di trent’anni e da trent’anni ignorata da chi lucra sulle emergenze.

E poi c’è il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, che del dissesto idrogeologico dovrebbe occuparsi per mestiere. Un ministro che sembra soffrire di una grave confusione d’identità: non si capisce bene se sia il ministro dell’Ambiente o il ministro dell’Energia. Quando ha dubitato pubblicamente che i comportamenti umani incidano sui cambiamenti climatici, quando ha parlato di “disfattismo ideologico” sui fondi tagliati al dissesto, ha mostrato il volto di un governo che considera l’emergenza climatica una fastidiosa congiura ecologista, non una priorità nazionale.

Purtroppo le responsabilità dell’attuale esecutivo non si possono nascondere. Nel luglio 2023, il governo Meloni ha operato una maxirevisione del PNRR che ha fatto sparire 1,287 miliardi di euro destinati alla prevenzione del dissesto idrogeologico. Circa la metà dei 2,49 miliardi originariamente stanziati per mettere in sicurezza 1,5 milioni di italiani in zone a rischio. Progetti per vasche di laminazione, dragaggio di fiumi, interventi strutturali: eliminati completamente.

Dove sono finiti quei soldi? Principalmente nel piano RePowerEU, il nuovo capitolo da 19 miliardi dedicato alla transizione energetica (da cui erano stati distratti fondi per altro). I beneficiari principali? Eni, Enel, Terna, Snam, Confindustria. Poi un nuovo Ecobonus da 4 miliardi per abitazioni private. Una parte, a gennaio 2024, è stata riconvertita per la ricostruzione dei territori alluvionati in Emilia-Romagna, Toscana e Marche nel maggio 2023: 1,2 miliardi per scuole, strade, centri sportivi.

La giustificazione ufficiale del ministro Raffaele Fitto è stata che si trattava di “progetti in essere” che non rispettavano i tempi del PNRR, con scadenza al 30 giugno 2026 (finalmente manca poco, vedremo quanti progetti “irrealizzabili” sono stati sostituiti da quelli “pronta consegna”). Difficoltà di rendicontazione, problemi di ammissibilità. Il ministro Pichetto Fratin aveva promesso che “le opere verranno realizzate con altri fondi”. Quali fondi? Il Fondo Sviluppo e Coesione, dicevano. Ma la Corte dei Conti ha già evidenziato “un problema di individuazione di finanziamenti, allo stato non ancora puntualmente definiti”. In pratica: promesse senza copertura.

L’operazione è paradossale nella sua crudeltà: si tagliano i fondi per prevenire le tragedie proprio mentre le tragedie continuano a colpire. La Sicilia, nel solo 2025, ha registrato 48 eventi meteo estremi. Niscemi crolla. E il governo risponde stanziando 100 milioni per tre regioni (Sicilia, Calabria, Sardegna), di cui solo 33 milioni alla Sicilia. Meloni si è detta “dispiaciuta per le polemiche”, ha chiarito che si tratta di un “primissimo stanziamento emergenziale”. Ma anche qui, l’approccio è lo stesso di sempre: inseguire l’emergenza invece di prevenirla.

Il presidente della Regione Schifani parla di danni per 2 miliardi. Promette 90 milioni dalla Regione, 5.000 euro a famiglia. E intanto respinge l’idea di Elly Schlein di usare i fondi del Ponte sullo Stretto per aiutare i territori colpiti: “Il ponte seguirà la sua strada”, ha detto. Come se le due cose non fossero collegate. Come se investire miliardi in un’opera contestata mentre il territorio sprofonda sotto i piedi dei cittadini fosse una scelta razionale.

Il ministro Nello Musumeci, titolare della Protezione Civile, ha definito la sciagura di Niscemi “annunciata”. Che quel terreno fosse franoso “lo sapevano anche i bambini”, ha detto. “Le esperienze passate purtroppo non hanno insegnato nulla”. E la pianificazione urbanistica? “Non ha tenuto conto della fragilità del suolo. Troppa pressione antropica, lì non si doveva costruire”. Dire che lui è ministro dal giorno uno del governo e che nulla ha fatto finora è sottolineare l’ovvio?

Al solito, preferisce esercitarsi in altro. Un suo cavallo di battaglia. Parole giuste, tardive, insufficienti. Perché se lo sapevano anche i bambini, perché nessuno ha fatto nulla? Perché invece di stanziare fondi per la prevenzione, il governo ha deciso di distrarli verso altri capitoli? E perché oggi, mentre Niscemi affonda, la risposta è ancora una volta l’emergenza anziché un piano strutturale?

La visita di Meloni a Niscemi è stata una passerella forse necessaria per questioni di immagine ed etichetta tipiche di questi anni sballati, ma sostanzialmente vuota. Le promesse di “risposte celeri” si scontrano con i numeri: 1,287 miliardi tagliati dalla prevenzione del dissesto, zero progetti PNRR a Niscemi, un sistema di monitoraggio inesistente. Un ministro dell’Ambiente che sembra non credere al cambiamento climatico. Un governo che preferisce investire nell’energia delle grandi aziende piuttosto che nella sicurezza del territorio.

Niscemi intanto scivola, come scivola il paese, lentamente, quasi senza fare rumore. Fosse mai che si disturbi e infastidisca chi sta al governo.

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