Memoria e Futuro
Alla lettera
Probabilmente fra vent’anni, quando (e se) gli storici della comunicazione e della politica italiana riprenderanno in mano questa settimana di marzo 2026, la chiameranno così: la settimana delle lettere. Perché le quattro lettere di cui stiamo parlando, in questo preciso momento della nostra storia, hanno detto tutto quello che c’era da dire sulla dissoluzione del linguaggio pubblico italiano, sulla morte della sincerità non mediata, sulla conquista definitiva della forma sul contenuto. E soprattutto, sulla scoperta inquietante che persino un ragazzino di tredici anni in crisi ha imparato quella che dovrebbe essere una lezione riservata ai tecnici della comunicazione: come trasformare il caos in messaggio coerente.
Penso a cosa accadrà fra vent’anni quando gli studenti di una facoltà di scienze della comunicazione rileggeranno questi quattro testi. Leggeranno la lettera di dimissioni della ministra Santanchè e riconosceranno tutti i tratti della comunicazione ministeriale di un certo livello: il dosaggio delle responsabilità, la lealtà finale al capo, l’uso della forma istituzionale come scudo. La sua lettera di dimissioni a Meloni ha quella struttura che si riconosce subito: ogni paragrafo scorre nel suo alveo prestabilito, come se fosse stato discusso prima con un consulente di comunicazione. C’è l’osservazione istituzionale sulla “sensibilità”, il richiamo al dovere, la virata finale verso la lealtà personale. Non c’è l’inciampo della sincerità grezza, non c’è il momento in cui la rabbia morde la sintassi e la rende scabra, autentica. È una dimissione scritta come se fosse un comunicato stampa. Leggeranno la lettera del sottosegretario Delmastro e vedranno esattamente la stessa struttura, replicata, perfezionata addirittura: la confessione controllata, l’ammissione della colpa trasformata in gesto di responsabilità, quella frase che sembra quasi nobile pur essendo, in realtà, solo ben costruita. Leggeranno il manifesto del ragazzino di Trescore e si chiederanno: “Quando è che abbiamo insegnato a un adolescente in disperazione a scrivere come se fosse un consulente di comunicazione?” E infine leggeranno la lettera della professoressa Mocchi, quella dettata con la voce ancora flebile, quella scritta senza filtri, e capiranno che quella è l’unica che non può essere insegnata, l’unica che non può essere costruita, perché è l’unica che viene dal luogo dove il linguaggio non serve a nulla, dove basta essere vivi per avere qualcosa da dire.
Ma il vero significato storico di questa settimana non sta in quattro lettere. Sta nel fatto che abbiamo cominciato a vedere un problema che non avevamo mai formalmente riconosciuto: il problema dell’alleanza fra il linguaggio del potere e il linguaggio della disperazione. Perché qui succede qualcosa di radicale. Non è che il potere abbia insegnato a questo ragazzino come comunicare — il potere non sa nemmeno che questo ragazzino esiste, finché non fa qualcosa di terribile. È che il ragazzino ha imparato, guardando il mondo dei grandi, che l’unico modo di essere ascoltato è (forse) attraverso un gesto eclatante messo comunicativamente nella forma giusta. E, probabilmente, al netto delle paure per un influenza “esterna” via social paventata da genitori e dalle forze dell’ordine che stanno indagando, si è semplicemente fatto ad aiutare da una IA, magari sotto forma di app sullo smartphone che anche tradotto in inglese più o meno perfetto le sue farneticazioni.
Qui sta la tragedia vera della settimana delle lettere. Non è che ci sia un’app di intelligenza artificiale che aiuta tutti a scrivere bene — il problema è che è diventato così normale ricorrere a qualcosa di esterno per “migliorare” la propria comunicazione che persino un adolescente in crisi non riesce a immaginare un’alternativa. Non riesce a gridare il suo dolore così com’è, rotto, disarticolato, vero. Deve prima trasformarlo. Deve prima renderlo coerente. Deve prima farsi capire attraverso la forma, come ha imparato guardando gli adulti fare la stessa cosa.
E la professoressa Mocchi, invece, grida dal suo letto con la voce flebile. Non sa di stare facendo la cosa giusta. Non sa che la sua mancanza di struttura è precisamente quello che la rende vera, credibile, memorabile. Non sa che fra vent’anni gli studenti di quella facoltà di scienze della comunicazione leggeranno la sua lettera e capiranno come un messaggio vero suona quando non è stato passato attraverso nessun filtro, quando non è stato dosato da nessun consulente, quando è semplicemente il suono di una voce umana che ha passato il tempo nel dolore e sta cercando di raccontarlo.
Questa è la settimana che cambierà il modo in cui comprendiamo il rapporto fra potere e comunicazione in Italia. Perché finora pensavamo che il problema fosse il fatto che i politici mentono, che costruiscono storie false, che usano il linguaggio per nascondere la realtà. Ma questa settimana ci mostra un problema molto più profondo: il fatto che il linguaggio stesso è diventato il vero territorio di battaglia. Che non importa se stai dimettendoti perché hai fallito, se stai confessando una colpa che non è poi così grave, o se stai tentando di uccidere la tua insegnante — quello che importa è come lo dici. E abbiamo insegnato a tutti, dal ministro al ragazzino di tredici anni, che il grido non conta se non è ben costruito.
Fra vent’anni gli storici diranno che la settimana delle lettere è stata il momento in cui abbiamo capito che il vero potere non è nel contenuto dei messaggi. È nella loro forma. Che il vero scandalo non è che le app scrivono al posto nostro, ma che ormai scriviamo come se fossimo app. Che persino un ragazzino disperato ha imparato a pensare come una macchina, a strutturare il caos come se fosse un programmatore che deve risolvere un problema. E mentre tre persone — una ministra, un sottosegretario, un adolescente — affidano la propria sincerità a filtri invisibili, una sola persona ancora osa dire la verità della sua voce, con i tremolii, con la fragilità, senza la garanzia che qualcuno la capirà bene.
Ecco cosa resterà della settimana delle lettere negli annali della cronaca italiana: non il fatto che una ministra si è dimessa, non il fatto che un sottosegretario ha confessato, non il fatto che un ragazzino ha tentato un omicidio. Resterà il momento preciso in cui abbiamo visto chiaramente che il linguaggio ha vinto sulla realtà. Che la forma ha divorato il contenuto. Che persino la disperazione, per essere credibile, deve passare attraverso la geometria. E che l’unica voce ancora vera, l’unica che ancora suona autentica, è quella di una donna che grida dal suo letto di ospedale senza sapere di stare facendo la cosa più importante: semplicemente, umilmente, sinceramente essere se stessa.
Questa settimana sarà ricordata come il momento in cui l’Italia ha realizzato, guardando quattro lettere, che il vero problema non era più come comunicare la realtà. Il vero problema era che la realtà era stata completamente sostituita dalla forma di come la comunichiamo. E nessuno, finora, se n’era neanche accorto.
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