Memoria e Futuro

Aveva ragione Lafargue

di Marco Di Salvo 4 Dicembre 2025

Pochi giorni fa Mario Draghi ha fatto un altro dei suoi dotti interventi. Questa volta dal Politecnico di Milano, con il solito tono da monito presidenziale (si vede che gli manca il Quirinale, eh?) che ormai lo caratterizza. Sarà la nostalgia dei tempi in cui partecipava a qualcosa di più grande di una conferenza, ma l’ex premier sembra non riuscire a rinunciare al ruolo di predicatore della nazione, con sempre meno appeal anche per le testate che avevano sempre promosso, a livello di dibattito generale, le sue dichiarazioni.

L’argomento stavolta era l’intelligenza artificiale e i toni stentorei: l’Europa si è inceppata, nel 2024 gli Stati Uniti hanno sviluppato 40 grandi modelli di IA, la Cina 15, l’Unione europea solo 3. Secondo Draghi, se non colmiamo questo divario rischiamo la stagnazione. Ha accusato l’Europa di aver trasformato valutazioni provvisorie in leggi difficili da modificare, insomma: mentre Stati Uniti e Cina corrono, noi ci impantaniamo nella burocrazia.

Ha anche rassicurato che l’IA non causerà disoccupazione di massa e potrebbe addirittura ridurre le disuguaglianze, a partire dai tempi di attesa nella sanità. Bel pensiero, che ricorda un po’ quando un altro professore (Romano Prodi) giurava e spergiurava sulla funzione salvifica dell’euro per le tasche degli italiani. E sappiamo com’è andata. Peccato che intanto, mentre Draghi “monita”, circa 2 milioni di posti di lavoro italiani rischiano di sparire per colpa dell’intelligenza artificiale, il numero più alto in Europa dopo Germania e Francia. E la differenza rispetto al passato è sostanziale: mentre l’automazione industriale ha colpito negli scorsi decenni i lavoratori manuali, l’IA generativa sta eliminando professioni creative, gestionali e analitiche. Il Fondo Monetario stima che globalmente il 40% dei posti di lavoro verrà spazzato via o radicalmente trasformato dall’intelligenza artificiale, con metà di questi destinati a vedere calare salari e assunzioni perché le macchine faranno il lavoro che oggi fanno gli umani.

Eppure, proprio mentre Draghi prosegue il tour e rimpiange i tempi in cui le sue parole muovevano mercati invece che solo i tagli bassi dei quotidiani, alcune aziende italiane stanno sperimentando qualcosa di diverso. Non aumentare la produttività attraverso l’automazione selvaggia, ma ripensare radicalmente il tempo di lavoro. Chissà se a Draghi verrebbe in mente di citare Paul Lafargue, il rivoluzionario francese (genero di Karl Marx) che nel 1883 scrisse un pamphlet provocatorio: “Il diritto alla pigrizia”. Lafargue criticava quella che definiva la strana follia che si era impossessata della società moderna: l’amore per il lavoro. Secondo lui, la passione per il lavoro era causa della degenerazione intellettuale delle società capitalistiche. E aggiungeva, con sarcasmo pungente, che i macchinari sempre più precisi e veloci non portavano a un’effettiva riduzione delle ore di lavoro umane, quasi si volesse competere con la macchina.

Negli stabilimenti Luxottica del Veneto sta accadendo qualcosa che Lafargue avrebbe apprezzato. La sperimentazione della settimana corta partita nel 2024 con 600 operai ha avuto risultati molto positivi: i lavoratori che l’hanno provata vogliono ripeterla. Il modello è semplice: quattro giorni di lavoro dal lunedì al giovedì per 20 settimane all’anno, venerdì libero, stipendio invariato. A seguito del successo della sperimentazione iniziale, che ha visto raddoppiare le adesioni per il 2025, l’azienda ha deciso di estendere la settimana corta a un intero sito produttivo (quello di Lauriano, in provincia di Torino) a partire dal 1° gennaio 2026.

Ma Luxottica non è sola. Intesa Sanpaolo ha proposto ai suoi dipendenti di concentrare l’orario in quattro giorni da 9 ore. Lamborghini ha introdotto la settimana corta flessibile. Lavazza ha scelto i “venerdì brevi” nei mesi estivi. Sace, controllata dal MEF, ha lanciato smart working illimitato e settimana di 4 giorni: il 65% dei dipendenti ha segnalato un migliore equilibrio vita-lavoro. Sono esperimenti limitati, ma mostrano una tendenza che forse Draghi, concentrato sui suoi allarmi tecnologici, non sta cogliendo: c’è chi sta provando a rispondere alla sfida dell’automazione non solo con l’ossessione di restare competitivi nel mercato mondiale, ma vivendo meglio.

Dal punto di vista degli esperimenti, emergono due strade: la settimana di 4 giorni o la giornata di 6 ore. Nel Regno Unito, 2.900 dipendenti di 61 aziende hanno testato per sei mesi la settimana di quattro giorni. Le entrate aziendali sono rimaste invariate, anzi con un aumento medio dell’1,4%. Il 39% dei dipendenti risultava meno stressato e il 71% aveva ridotto il burnout. Alla fine, 56 aziende hanno esteso la prova e 18 l’hanno resa permanente. Un giorno libero in più cambia la vita: non è solo riposo, ma tempo per le cure familiari, per sé stessi, per vivere. E sorprendentemente (per i critici) non danneggia la produttività, anzi spesso la migliora.

La Svezia ha provato la strada opposta: ridurre le ore giornaliere da 8 a 6, mantenendo i cinque giorni. Già nel 2015 nella casa di riposo di Svartedalen i risultati furono ottimi: meno malattia, personale più felice, anziani più soddisfatti. Il service centre di Toyota a Göteborg passò a 6 ore 13 anni fa, le vendite salirono del 25%.

Ma la giornata da 6 ore nel settore pubblico svedese fu abbandonata per i costi: servivano nuove assunzioni. Nel privato ha funzionato solo dove l’aumento di produttività compensava i costi aggiuntivi. Gli studi internazionali mostrano che entrambi i modelli funzionano, ma in contesti diversi. La settimana corta è ideale per lavori intellettuali, creativi, dove conta la qualità. La giornata ridotta funziona meglio dove serve continuità operativa quotidiana con turni più leggeri.

Qui arriviamo al punto dolente italiano. Il 95% delle imprese ha meno di 10 dipendenti. Introdurre questi modelli in una piccola bottega artigiana è complicato. Serve struttura organizzativa, pianificazione, margini per sperimentare. E poi c’è la cultura del lavoro italiana, dove si confonde il tempo in ufficio con la produttività. L’idea che si possa produrre lo stesso lavorando meno è vista con sospetto.

Draghi ha ragione quando dice che l’Europa rischia la stagnazione senza investimenti in IA. Se l’intelligenza artificiale aumentasse la produttività come il digitale negli Stati Uniti, potremmo avere una crescita dello 0,8% annuo. Numeri importanti. Ma crescita per fare cosa? Per lavorare ancora di più, o per vivere meglio? Gli esperimenti di Luxottica, Intesa Sanpaolo, Toyota e le aziende britanniche dicono che è possibile produrre lo stesso lavorando meno. Non è utopia, è realtà documentata.

Lafargue affermava che i progressi tecnologici avrebbero reso realistica la lotta per una giornata lavorativa di quattro ore o meno, aprendo le strade per una nuova età dell’oro. Aveva ragione, ma con 140 anni di ritardo. L’intelligenza artificiale può essere un’opportunità: può liberare tempo, ridurre i lavori ripetitivi, permetterci di concentrarci su creatività, empatia, relazioni, pensiero critico. Ma solo se scegliamo di usarla così.

La settimana corta e la giornata ridotta non sono soluzioni universali. Non funzionano per tutti i settori. Ma possono essere strumenti potenti nei contesti giusti. Forse la vera sfida dell’Europa non è solo recuperare terreno sull’IA, come continua a ripeterci Draghi nei suoi sempre più frequenti interventi. È decidere che tipo di società vogliamo: una dove lavoriamo sempre di più per produrre sempre di più, o una dove l’innovazione serve a vivere meglio. Le aziende che stanno sperimentando ci stanno provando. Staremo a vedere se l’Italia avrà il coraggio di seguire questa strada, o se continueremo a inseguire il modello del “sempre di più, sempre più veloce”, mentre ascoltiamo pazientemente l’ennesimo monito di chi non può fare a meno di darci consigli.

1 Commento
  1. Sì, a Lafargue è dedicato uno dei primi capitoli di “Scritti di Alter EGOnomia”. Tuttavia il mio approccio al lavoro artificiale è leggermente diverso: non punto al vecchio “lavorare meno, lavorare tutti” che non ha funzionato sin qui (almeno da noi, ma neanche in Francia), propongo di andare incontro all’automazione della maggior parte dei lavori (che è comunque inevitabile, nel lungo, ma non troppo, periodo) con incentivi alle imprese e di “girare” il reddito prodotto dalle “macchine” alle persone, per sostenere il sistema con i consumi. I redditi da lavoro scompariranno, quelli che non devono e non possono scomparire saranno i consumi che questi redditi rendevano possibili. Non è una cosa così improponibile (anche qui da noi, che siamo tanto indietro su questi temi) perché la direttrice dell’INPS Valeria Vittimberga ha proposto che l’AI inizi a pagare i contributi per le pensioni (RAI1 nel programma “Codice” del 4-7-2025). Allora, forza, ancora un passettino e facciamoci pagare tutto lo stipendio.

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.