Memoria e Futuro
Capri e capre
Quando le cose vanno male in politica, la tentazione è sempre la stessa. Non si cambia rotta, non ci si chiede se il progetto era sbagliato, se le argomentazioni erano fragili, se il consenso era davvero quello che si diceva di avere. No. Si cercano i capri espiatori. E qui il modo di reagire è importante e spiega molto, al netto delle dichiarazioni di prammatica: perché quando il governo fallisce, ha bisogno di vittime da immolare sull’altare della comunicazione.
La sconfitta del referendum dovrebbe far riflettere. Un governo che si credeva e si presentava come espressione della volontà “popolare” schiacciante si è visto ripudiare su una riforma che presentava come cruciale, democratica, necessaria. Il messaggio non poteva essere più chiaro: gli italiani hanno detto no.
Nelle ventiquattrore successive lo spoglio dalle parti di Palazzo Chigi sembra di essere dentro questa scena del film demenziale del 1982 L’aereo più pazzo del mondo… sempre più pazzo (Airplane II: The Sequel).
A pochi minuti dalla diffusione dei primi risultati definitivi, Meloni si presenta con un videomessaggio sui social: “La sovranità appartiene al popolo e gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza. Il governo ha fatto quello che aveva promesso… Resta chiaramente il rammarico per una occasione persa di modernizzare l’Italia ma questo non cambia il nostro impegno”. Un video. Sui social. Niente conferenza stampa, niente domande, niente contraddittorio. Scelto il setting perfetto — una siepe alle spalle, il maglione grigio (grazie al quale viene memeizzata a più non posso)— ogni dettaglio calcolato per una narrazione di sobrietà istituzionale. Il messaggio arriva in monologo: gli italiani hanno parlato, noi rispettiamo. Fine. No panic. Il computer di bordo urla nella cabina del governo: mantenete la calma, tutto sotto controllo.
Ma già il video non era dialogo, era proclama. Né era trasparenza: era il controllo totale della narrazione attraverso uno schermo. I social permettono a Meloni di escludere qualsiasi contraddittorio, di non rispondere a una sola domanda sulla responsabilità politica, sulla campagna aggressiva che persino i suoi alleati ammettevano aver leso il tono istituzionale. Tajani stesso aveva chiesto “che nessuno usi più toni da guerra civile”. Ma a chi chiede responsabilità di questo linguaggio? A nessuno. Il video dissolve il problema in venti secondi di comunicazione verticale. Questo è quello che hanno imparato i governi moderni: non dovete ammettere errori, dovete controllare lo spazio dove gli errori vengono discussi.
Nel frattempo, mentre Meloni parla da una siepe, Salvini è in trasferta da Viktor Orban in Ungheria e ci vogliono ore per un commento. Non è assenza casuale. È il segno dell’isteria dentro la coalizione. Il leader della Lega non commenta il risultato per ore. I leghisti spariscono dalle reti televisive. Non sanno che cosa dire? O non vogliono essere compartecipi della sconfitta? Attendono forse il primo che li chiami in causa per la sconfitta per rinfacciare che le uniche tre regioni in cui il si è risultato vincente sono le loro. E quindi anche questa tensione sta sullo sfondo ma non esplode. No panic. La compattezza che il governo rivendica — quella che il video di Meloni celebra — non esiste. Esistono solo i silenzi imbarazzati di chi sa che la sconfitta non è tecnica, è politica.
Al mattino viene pubblicata un’intervista al ministro Nordio. Con Salvatore Merlo il ministro della Giustizia tira fuori la retorica dell’uomo coraggioso che non scappa: “Non penso di dovermi dimettere né sarò certo io a cercare altri capri espiatori, o scuse per la sconfitta. Era una battaglia in cui credevo e l’abbiamo persa perché il popolo non ci ha creduto, tutto qua”. Parole nobili. Assunzione di responsabilità. Niente capri. No panic.
E poi, poche ore dopo l’intervista, Delmastro e Bartolozzi rassegnano le dimissioni. Non spontanee. Richieste. Forzate. Lo sa perfino Nordio, che durante il medesimo colloquio aveva difeso strenuamente il sottosegretario: “Sono certo che riuscirà a chiarire. Se vai a cena in un ristorante non è che puoi chiedere la carta d’identità del proprietario”. Una difesa quasi toccante — Nordio che si schiera al fianco di Delmastro davanti a chi lo accusa della vicenda Bisteccheria d’Italia. Su Bartolozzi: “Non è in discussione”. Nemmeno quella è in discussione. Eppure, entrambi vengono sacrificati.
Questo è il merito oscuro della comunicazione di governo negli ultimi anni della democrazia italiana. Dici una cosa, ne fai un’altra, e chiami il tutto coerenza. Nordio non cerca capri espiatori — ma sacrifica due capri. Nordio assume la responsabilità della sconfitta — ma la delega a Delmastro e Bartolozzi, che spariscono così, come danni collaterali. È il linguaggio di chi vuole avere ragione due volte, contemporaneamente.
Sul Foglio, Nordio ragiona da sconfitto dignitoso: “È una battaglia che io ho sostenuto, con il massimo del mio vigore, della mia energia, della mia convinzione. Quindi è anche una sconfitta mia, di cui rivendico la paternità, perché se c’è una cosa che non mi manca è il coraggio”. Vero? No. Quello che manca è la capacità di dire: abbiamo perso, continuiamo a credere nella riforma, ma riconosciamo che gli italiani hanno detto di no, quindi la riforma è finita, punto. Invece no. Invece la tattica è: prendiamo due persone, che avevano già da tempo problemi prima, e buttiamole giù. Poi diciamo che il governo è compatto, che continueremo a lavorare, che la riforma rimane una priorità politica per il futuro.
Perché se Nordio avesse davvero creduto che niente doveva cambiare, se avesse davvero voluto opporsi ai capri espiatori, Delmastro e Bartolozzi sarebbero rimasti al loro posto. Invece sono scomparsi. Questo dice che Nordio sa benissimo che quella sconfitta ha bisogno di vittime, che il governo non può continuare come se nulla fosse senza mostrare che “ha agito”. E allora le condanna. Con dolcezza, con una difesa perfino affettuosa — “Se vai a cena in un ristorante non è che puoi chiedere la carta d’identità del proprietario” è quasi una carezza di un padre che manda il figlio a fare da capro espiatorio — ma le condanna.
Della Bartolozzi nulla si sa, ma Delmastro scrive: “Pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza”. Non dimissioni volontarie. Dimissioni richieste. Forzate. Il computer cambia messaggio: Ok, panic. E allora tutto scoppia in operazioni di controllo dei danni. Il governo ha bisogno di capri. Li sacrifica. Meloni esprime apprezzamento per la scelta di Delmastro e Bartolozzi di rimettere gli incarichi e auspica che “analoga scelta sia condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanchè”. Un terzo capro, questo parrebbe trascinato a forza verso l’altare sacrificale. Una, due, tre teste. Quanto più visibile il sacrificio, tanto meno visibile il fallimento della riforma.
Ma Nordio rimane intatto. Il vero frontman della riforma continua a sedere al ministero della Giustizia, impassibile. Ha già fatto sapere che non intende fare alcun passo indietro, dicendo “Non la considero una sconfitta personale”. Quindi: il governo ammette il disastro sacrificando tre teste ai margini della struttura del potere, mentre il centro — Meloni, Nordio, la direzione politica della coalizione — rimane completamente intatto. Il video dalla siepe proclama responsabilità. Le dimissioni forzate proclamano autocorrezione. Ma la rotta non cambia. L’aereo continua dritto.
No panic, panic. Il governo legge il voto popolare come un evento comunicativo da gestire, non come un mandato da seguire.
Capre e capri. Distratti ad accusarsi reciprocamente mentre c’è qualcosa che li attende. Dall’altro lato ci sono i cavoli: i problemi reali, quelli che i governi devono risolvere. E che cosa sta facendo il governo davanti a salari, pensioni, carburanti, imprese, guerra? Che cosa ha da dire sulla giustizia ora che il popolo ha bocciato la sua riforma? Nulla. Continua. Come se nulla fosse.
Questo è il panico di un aereo che non sa dove andare ma che comunque vola. Le persone corrono da una parte all’altra della cabina, cercano di usare un estintore, rompono il vetro di emergenza. Sacrificano i passeggeri ai quali dicono poi che l’essere al centro della tempesta è colpa loro, non del pilota. Il pilota rimane seduto. I comandi rimangono nelle sue mani.
Secondo Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario e consigliere fedele di Meloni, “nelle situazioni di grande incertezza i cittadini non vogliono fare salti nel vuoto e preferiscono lo status quo”. Una affermazione che sarebbe comica se non fosse tragica. Gli italiani hanno appena detto no a un cambiamento radicale della Costituzione, hanno parlato chiaro, inequivocabile, e il governo interpreta questo messaggio come: volete che continuiamo come prima. Cioè: il voto popolare significa che dovete continuare a fare quello che stavate facendo, solo con un po’ meno di gente ai vertici.
Ventiquattro ore dopo il voto: Meloni rimane ovviamente presidente del consiglio, Nordio rimane ministro della Giustizia (almeno per ora), la coalizione rimane compatta, i problemi reali — salari, pensioni, carburanti, deficit — rimangono irrisolti. Due persone si sono dimesse. Una terza è caldamente invitata a farlo (e la sua resistenza dovrebbe fare pensare a qualcosa di veramente preoccupante per parte dei vertici di Fratelli d’Italia). Un referendum è stato perso. Ma l’aereo continua a volare nella stessa direzione. I passeggeri hanno gridato no dal loro posti. Il pilota ha preso nota. E ha continuato dritto.
No panic, panic. Poi di nuovo no panic. È così che funziona la macchina del governo italiano quando deve affrontare una sconfitta. Fino al momento dell’ OK Panic.
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