Memoria e Futuro

Che classe!

di Marco Di Salvo 12 Gennaio 2026

C’è oramai qualcosa di profondamente imbarazzante nel vedere la conferenza stampa di inizio anno della presidente del Consiglio. Non solo per i contenuti – quelli sarebbero materia di dibattito politico legittimo – ma per la forma, per il teatrino che si è consumato sotto gli occhi del paese anche qualche giorno fa. Da una parte una premier che oscilla tra l’insofferenza mal celata e la sicurezza vuota di chi recita una parte; dall’altra una platea di giornalisti che sembrano più interessati a mettersi in mostra che a fare il proprio mestiere. Il risultato è uno spettacolo penoso che ricorda più una classe sottoposta ad un’interrogazione di prima media che un momento istituzionale di un paese del G7.

Partiamo dalla presidente del Consiglio. L’atteggiamento è quello di chi sa di dover stare lì, davanti ai microfoni, almeno una volta l’anno ma lo fa con la stessa grazia di un adolescente costretto a presentarsi all’interrogazione senza aver studiato o, peggio, senza aver capito cosa ha studiato. C’è quel tono, inconfondibile, della studentessa che mentre risponde annuisce convulsamente – “sì sì, questa ‘a so’, questa ‘a so'” – e che a volte risponde con un tono sopra le righe, come se l’enfasi potesse compensare la sostanza. Le risposte “giuste” scivolano via lisce, piene di formule preconfezionate e slogan già sentiti mille volte. Niente che faccia male, niente che rischi, niente che rimanga.

Ma è quando arrivano le domande scomode che il quadretto si completa. Lì l’atteggiamento cambia: spunta quell’aria infastidita, quel tono al vetriolo di chi proprio non può credere che qualcuno osi disturbare la narrazione prestabilita. Le risposte si fanno taglienti, spruzzate di quel veleno tanto caro alla comunicazione politica contemporanea. Non si argomenta, si punzecchia. Non si spiega, si respinge con una battuta al limite dell’arroganza. È la tecnica del “ma come ti permetti”, quella che trasforma un legittimo contraddittorio in un duello personale dove conta più umiliare l’interlocutore che rispondere nel merito.

Il problema è che questa doppiezza – l’assertività vuota quando le acque sono calme, l’aggressività difensiva quando il mare si fa mosso – tradisce un’insicurezza di fondo. E si vede. Si vede nell’incapacità di reggere il confronto con serenità, nell’impossibilità di ammettere un dubbio o un errore, nella necessità compulsiva di trasformare ogni domanda in un’occasione per riaffermare la propria superiorità.

Ma se la premier fa la sua parte in questa farsa, i giornalisti non sono certo da meno. Seduti lì, davanti alla presidente del Consiglio, sembrano gli studenti della stessa classe: c’è quello che alza la mano per primo perché vuole fare il fenomeno, quello che si allunga nella domanda pur di farsi notare, quello che fa la domanda polemica tanto per dimostrare di avere carattere. Il risultato è una sequenza di interventi che spesso lasciano il tempo che trovano.

Le domande si allungano inutilmente, come se la quantità di parole potesse compensare la qualità dell’interrogativo. Si costruiscono premesse infinite per arrivare a quesiti banali. Si cerca la polemica fine a se stessa, quella che fa scena ma non scalfisce minimamente il potere. È tutta una questione di postura: sembrare coraggiosi senza esserlo davvero, fare i duri senza mai arrivare al punto che farebbe davvero male.

Perché il paradosso è proprio questo: in tutta quella conferenza durata più di tre ore, con tutte quelle domande, non si è mai arrivati ai temi che realmente potrebbero mettere in difficoltà il governo. Si gira intorno, si raschiano le superfici, si solleva la polvere senza mai scavare dove il terreno è davvero fragile. È un gioco delle parti in cui entrambi gli attori sanno dove possono spingersi e dove no, in cui l’aggressività è sempre controllata, sempre contenuta entro i confini del politically acceptable.

Il risultato è un teatrino stancante, dove la sostanza è scomparsa da tempo e resta solo la recita. Da una parte chi governa crede di poter cavarsela con slogan e battute al vetriolo, dall’altra chi dovrebbe controllare si accontenta di fare scena senza mai davvero disturbare il manovratore.

E il cittadino? I pochi interessati al tema restano a guardare questo spettacolo imbarazzante, questa conferenza stampa che sembra la ricreazione di una prima media, dove ad un certo momento pare che tutti gridino (sottovoce) ma nessuno dica nulla. Resta con l’amarezza di chi vede istituzioni e informazione ridotte a una parodia di se stesse, dove conta più l’apparenza che la sostanza, più il tornaconto immediato che il servizio al paese.

Forse è questo l’aspetto più deprimente: non tanto la singola conferenza andata male, ma la sensazione che questo sia ormai il livello. Che questa sia la normalità a cui ci siamo assuefatti, una democrazia dell’apparenza dove tutti recitano la loro parte senza più credere davvero in quello che fanno.

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