Memoria e Futuro
Che toni, signora mia
C’è un genere letterario che fiorisce in Italia ogni volta che si avvicina una scadenza elettorale, referendaria, o semplicemente ogni volta che qualcuno dice una cosa particolarmente infelice in televisione. È il lamento sui toni. Funziona così: qualcuno urla, qualcuno risponde urlando, e poi entrambi — o terzi osservatori — si dicono costernati dalla qualità dello scambio. “Bisognerebbe tornare al merito.” “È tutto troppo politicizzato.” “Mattarella ha ragione, abbassiamo i toni.” Poi ci si siede e si ricomincia daccapo.
Il referendum sulla separazione delle carriere in magistratura, in programma il 22 e 23 marzo, è diventato il palcoscenico perfetto per questa recita collettiva. E vale la pena fermarsi un momento — non sul merito della riforma, che è cosa seria e divisiva — ma sul modo in cui la conversazione pubblica attorno ad essa si è svolta. O meglio, si è degradata. Con la compiacenza di tutti.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, padre della riforma e dunque primo testimonial della campagna per il Sì, è l’emblema vivente di questa contraddizione. È lui che, intervistato dal Tempo a margine del convegno di Fratelli d’Italia a Bologna, ha detto di volere evitare il “muro contro muro” e di essere stufo delle “contumelie”. È lo stesso Nordio che, pochi giorni prima, aveva definito il Consiglio Superiore della Magistratura “para-mafioso”, scatenando una reazione immediata del Presidente della Repubblica — che se ne stava a Cortina a seguire le Olimpiadi — e dell’intera opposizione. È lui che, in un’altra occasione, ha dichiarato: “se vince il No, non sarà la vittoria di Schlein ma delle procure” — un’affermazione che trasforma il voto referendario in una resa dei conti tra poteri dello Stato, esattamente il tipo di clima che dice di voler evitare. Insomma, un personaggio in prima fila per il premio Francesco Cossiga per la coerenza dei commenti, degni del presidente “lepre marzolina”.
Il caso Nordio merita però un approfondimento ulteriore, perché contiene una sottigliezza che la polemica quotidiana tende a schiacciare. Nemmeno un mese fa, il ministro ha scritto e presentato un libro — 144 pagine, titolo Una nuova giustizia — per spiegare ai cittadini la riforma referendaria. Un gesto, in sé, apprezzabile. Se non fosse che nel frattempo le sue dichiarazioni pubbliche hanno sortito l’effetto diametralmente opposto a quello voluto. E non lo dice solo l’opposizione: la deputata leghista Simonetta Matone, magistrato di lungo corso, ha detto senza mezzi termini che “grazie alle dichiarazioni folli di Nordio, da dieci a zero siamo diventati dieci a dieci”. Sua alleata di governo. Non un avversario. Una collega di maggioranza che ha aggiunto, come se fosse la cosa più ovvia del mondo: “Lui confonde ciò che si può dire in un salotto da quello che si può dire pubblicamente.”
Ed ecco il nodo. Nordio è convinto — lo ripete in ogni intervista — di avere ragione nel merito. E forse ce l’ha, su molte cose. Ma il modo in cui comunica quella ragione produce rumore, non persuasione. Produce scontro, non dibattito. E poi arriva Fazzolari.
Ieri, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha suggerito — prima come “battuta” a un giornalista, poi rivendicata come concetto — che Putin voterebbe No alla riforma. Il ragionamento è tanto semplice quanto devastante nella sua implicazione: se in Russia non c’è separazione delle carriere, allora chi vota No si trova, in qualche modo, dalla parte di Putin. Il giorno del quarto anniversario dell’invasione dell’Ucraina. Difficile fare di peggio, sul piano della decenza argomentativa.
La reazione dell’opposizione è stata immediata e, in larga parte, giusta nel merito. Elly Schlein ha osservato che si trattava dell’ennesima dimostrazione di come il governo continui ad alzare i toni anziché abbassarli, malgrado l’autorevole appello del Presidente della Repubblica. Francesco Boccia ha parlato in Aula di “propaganda” e di “dichiarazioni vergognose”. Tutto corretto. Ma c’è un problema: la stessa opposizione, nei giorni precedenti, non aveva esitato a trasformare ogni singola dichiarazione infelice del ministro Nordio in un’arma da usare nella campagna referendaria. Il che, sia chiaro, è politica. Ma non è abbassare i toni.
Il punto, in realtà, non è chi ha torto o ragione nel singolo episodio. Il punto è la struttura del gioco. C’è una dinamica che si ripete con la precisione di un meccanismo a orologeria: qualcuno esagera, qualcuno si indigna per l’esagerazione esagerando a propria volta, e infine entrambi i campi si lamentano che il dibattito è diventato indegno. Come se la causa fosse sempre l’altro. Come se il disgusto per i toni fosse un sentimento puro, non anch’esso uno strumento di battaglia.
C’è poi un aspetto ancora più sottile, che rischia di perdersi nel frastuono. Il professor Andrea Pertici, ordinario di Diritto Costituzionale a Pisa, intervistato il 19 febbraio da Radio Radicale, ha messo il dito su una questione che dovrebbe imbarazzare tutti: si discute di “separazione delle carriere” come se fosse la riforma che darà finalmente certezza del diritto e tempi ragionevoli ai processi — le cose che i cittadini chiedono davvero. Mentre in realtà, ha spiegato Pertici, si tratta anzitutto di una riforma sugli organi di governo della magistratura, e “pochi si soffermano sulla spiegazione dei contenuti: per ora hanno prevalso gli slogan.” Una diagnosi impietosa, ma difficile da contestare. Le card di Fratelli d’Italia reclamizzano “una giustizia più efficace, veloce, giusta”. Lo stesso Nordio, in ogni intervista tecnica, ammette che questa riforma non renderà i processi più veloci. Il ministro smentisce le card dello stesso partito che lo ha voluto ministro. I toni urlati, allora, non coprono solo un avversario: coprono un vuoto di sostanza. Coprono la distanza enorme tra la domanda dei cittadini — “perché i processi durano vent’anni?” — e la risposta che si sta mettendo ai voti.
Quando la politica non riesce a portare soluzioni concrete, alza il volume. Lo fa da entrambe le parti: il governo che trasforma ogni sentenza scomoda in un attacco alla democrazia, l’opposizione che trasforma ogni gaffe governativa in prova di un disegno eversivo. Il risultato è che i cittadini — che devono decidere se votare Sì o No il 22 marzo a una riforma costituzionale complessa e tecnica — si trovano di fronte a uno spettacolo nel quale è sempre più difficile capire cosa sta succedendo davvero.
Questo è il vero problema dei toni: non che siano brutti da sentire. È che sono funzionali a non capire. Sono il fumo che copre il fuoco — o, più spesso, la mancanza di fuoco. Tutti si lamentano del clima. Pochi rinunciano a contribuirvi. E nessuno, alla fine, sembra davvero disgustato quanto dice.
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