Memoria e Futuro

Dare i numeri

di Marco Di Salvo 23 Marzo 2026

Qualunque sia il risultato del referendum, anche questa consultazione ci offre la conferma di una regola semplice: le persone votano quando c’è una vera campagna elettorale. Non importa se questa campagna è condotta bene o male, se gli argomenti sono corretti o distorti. Quello che conta è che se ne parli, che il tema sia vivo, che qualcuno lo difenda e qualcuno lo attacchi. Sulla separazione delle carriere abbiamo avuto una campagna, per quanto contraddittoria e priva di chiarezza. Ma spesso, nel nostro paese, per i referendum non è stato così.

Nel 1999, i Radicali (con Mario Segni ed Antonio Di Pietro) presentarono un referendum sull’abolizione della quota proporzionale nella legge elettorale della Camera. Arrivò al 49,6 per cento di affluenza: sfiorò il quorum di poco. Mancò di soli quattro decimi di punto. Era una battaglia legittima su un tema che lo stesso  Berlusconi, allora all’opposizione, riteneva importante. E lì si vide per la prima volta come la campagna fosse il fattore decisivo: il dibattito stava producendo effetti reali, l’affluenza saliva verso il limite, il risultato era incerto. Ma la forza dei partiti al governo riuscì a scardinare il previsto successo (previsto anche dai primi exit poll) con la forza dell’indifferenza.

Nel 2000, i Radicali presentarono sette quesiti referendari: liberalizzazione economica, riforma del fisco, previdenza, licenziamenti. Temi sui quali Berlusconi avrebbe dovuto schierarsi con entusiasmo. La raccolta firme aveva ottenuto 16 milioni di firme, il record assoluto. La campagna era stata montata con continuità e risorse significative. Ma dopo il ritrovato accordo tra Berlusconi e la Lega Nord, dopo che il centrodestra pensò di poter vincere le elezioni del 2001 senza i Radicali, accadde qualcosa di particolarmente cinico. Berlusconi invitò direttamente i suoi elettori ad astenersi. Non disse “votate no”. Disse “non andate a votare”. Li definì addirittura comunisti, quei referendum, a causa del sostegno dei Democratici di Sinistra a uno solo dei quesiti. La campagna del silenzio ebbe successo. Affluenza al 32,5 per cento. Il quorum non fu nemmeno sfiorato. Qui il meccanismo è esplicito: Berlusconi aveva interesse formale a questi referendum libertari, ma nessun interesse reale. Perché una volta che sei al governo, una riforma la fai per legge — non per referendum. Naturalmente quelle riforme (in parte) attendono ancora…

Nel 2005, la storia si ripeté ancora. La Chiesa cattolica decise di non combattere contro i quattro quesiti sulla fecondazione assistita. Decise invece di scappare. Il cardinale Ruini promosse apertamente l’astensionismo. Il risultato fu che il 75 per cento degli italiani che andò a votare disse sì all’abrogazione della legge 40. Ma il 74 per cento della popolazione non votò. La campagna del silenzio aveva vinto, e il quorum crollò al 25,9 per cento. Non era una vittoria della Chiesa. Era una vittoria della strategia del non-dibattito.

Anche il referendum costituzionale del 2006 sulla devolution — riforma di Berlusconi stesso — subirà lo stesso trattamento: assenza di campagna vera, il centrodestra sconfitto da poco alle elezioni non mobilitò, informazione frammentaria, risultato: vince il No con il 61,3 per cento dei voti. Ma a votare andò soltanto il 22,4 per cento. Nel 2022, accadrà di nuovo: cinque referendum sulla giustizia, tema serissimo in parte coincidente con quello odierno, affluenza al 20,9 per cento, quorum non raggiunto. Il pattern è identico da vent’anni.

Quando i poteri — politici, religiosi, mediatici — decidono di non fare campagna su un referendum, stanno usando uno strumento legale per uccidere la partecipazione. Non è vietato dalla legge. È anzi calcolato, accorto, ben orchestrato.

Questo referendum sulla separazione delle carriere come ci ripetono dall’inizio di questa campagna è diverso per un motivo: non ha quorum. È un referendum confermativo, non abrogativo. Il Sì vince al 50 per cento più uno anche se vota il 30 per cento della popolazione. Eppure la battaglia si è trasformata lo stesso in una guerra sui numeri e sull’affluenza, perché i sondaggi dicono che il voto alto favorisce il Sì e il voto basso il No. Sarà così?

C’è un dato da confrontare a quello dei sondaggi su questo referendum: quello della fiducia nelle istituzioni. E questo dato  potrebbe essere il vero termometro di quello che sta accadendo.

Secondo i rilevamenti di marzo 2026, gli italiani dichiarano il 58 per cento di fiducia nella magistratura. Contemporaneamente, però, questa fiducia è calata dal 47 per cento del 2024 al 43,9 per cento secondo Eurispes. Nel Parlamento la fiducia è al 35 per cento. Nel governo al 34 per cento. Nei partiti ancora più bassa. Questo paradosso è il vero test della consultazione.

Se il Sì dovesse vincere, tutti questi numeri sulla diffidenza verrebbero smentiti dal voto stesso. Significherebbe che gli italiani fidano nella magistratura molto meno di quanto i sondaggi dicono. La fiducia vera emerge dal comportamento, non dalle dichiarazioni.

Se il No dovesse vincere, il dato sulla fiducia nella magistratura verrebbe confermato come autentico. Gli italiani direbbero: la magistratura non la tocchiamo, non la riformiamo, perché non ci fidiamo di chi dovrebbe riformarla — la politica.

Non sarà una questione di errore metodologico. È che i sondaggi misurano quello che le persone dicono in astratto. E chi interpreta questi dati spesso anche lui affetto da errori di bias. Basti pensare che alcune delle analisi svolte dai sondaggisti non hanno previsto cosa comporterebbe un risultato molto alto di affluenza, perché convinti (i ricercatori) che questo non sarebbe successo. Alla fine, è il voto che misura quello che le persone credono davvero, quando devono scegliere. E una percentuale di votanti superiore al 50% sarà comunque portatrice di un giudizio sul governo. Qualunque sia il risultato.

 

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