Memoria e Futuro
Dunque, dove eravamo rimasti?
Ieri sera, forse definitivamente impazzito, mi sono messo a cercare i materiali della campagna referendaria del 1987. Volantini, ritagli di giornali, opuscoli di campagna elettorale che ho conservato gelosamente per quasi quarant’anni, ammucchiati in un raccoglitore impolverato che ho portato con me via via da una casa all’altra. Mi sono seduto per terra, di fronte alla libreria dove ho accumulato tanto di questo materiale e ho iniziato a leggerli di nuovo. E a parlare con me stesso. Con il ragazzo di diciotto anni che era al suo primo voto nel novembre ’87, e che credeva sinceramente a quello che leggeva su quei fogli. Dialogo un po’ folle, ma necessario. Soprattutto ora, che tra due giorni il Paese è chiamato a votare un altro referendum sulla giustizia.
Marco diciotto anni (novembre 1987, primo voto): “Allora, il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. È il mio primo voto. Leggo i volantini e capisco una cosa semplice: i giudici rovinano vite e poi non pagano nulla. Non è ammissibile. Voto sì. Non ho dubbi. E dire che, quando l’ho visto in manette, quel Tortora lì, c’ho anche un po’ goduto. Mi stava antipatico, con la sua cortesia ipocrita e il suo fare altezzoso. Ma avevo tredici anni, non capivo. Ancora.”
Marco oggi: “Capita di prendere abbagli, non solo a quella età, se sei soggetto alla comunicazione dominante. Capitava allora, figurati oggi. Ma stiamo sul cuore del problema. Hai ragione sulla premessa. Profondamente ragione. Ma voglio parlarti di quello che è diventato quel ‘sì’ che hai scritto sulla tua prima scheda, nel novembre 1987, insieme all’80,2 per cento degli italiani che votarono sì quella volta insieme a te.”
M18: “Che cosa è diventato?”
M56: “Carta. Una frode legale. Pochi mesi dopo il voto, il Parlamento approva la legge Vassalli, il 13 aprile 1988 (tra l’altro, di lì a qualche settimana Enzo Tortora sarebbe morto). E quella legge trasforma il vostro ‘sì’ morale in uno strumento burocratico. Anziché responsabilità civile diretta del magistrato—quello che il voto chiedeva—la legge fa ricadere tutto sullo Stato. Che poi cercherà (se lo vorrà) rivalsa sul magistrato solo fino a un terzo del suo stipendio. È una frode al voto, scritta in modo legale.”
M18: “Io ho votato per proteggere gli innocenti. Tortora è il simbolo di questo.”
M56: “Esatto. Il tuo primo voto è stato un voto morale. Non per una riforma burocratica. Per un principio: il magistrato che distrugge la vita di un innocente deve pagare. Il nome Tortora rappresentava questa lotta, come simbolo della persecuzione arbitraria. E il tuo ‘sì’ doveva proteggere tutti da quanto accaduto a lui.”
M18: “Allora non ha funzionato?”
M56: “Non ha funzionato perché il sistema italiano spesso prende i referendum e li traduce in leggi irriconoscibili. Il tuo voto resta sulla carta come ‘sì alla responsabilità civile’. Ma legalmente diventa ‘lo Stato paga al posto del magistrato, con limiti enormi’. Il significato del voto viene svuotato.”
M18: “E ora? Nel 2026?”
M56: “Nel 2026 il referendum del 22 e del 23 marzo non è nemmeno sulla responsabilità civile. È costituzionale, confermativo. Cioè: voti per dire sì o no a una revisione della Costituzione che separa le carriere tra giudici e pubblici ministeri. Due Consigli superiori della magistratura diversi. Sorteggio per nominarne i componenti. Una nuova Alta Corte disciplinare. È burocrazia pura.”
M18: “Allora?”
M56: “Allora è successa la cosa peggiore. I giornali e chi fa campagna referendaria scrivono ‘referendum sulla giustizia’. Le persone che sanno poco o nulla della storia del ’87 (e della sua traduzione pratica), che hanno sentito parlare di Tortora solo come protagonista di una tragica vicenda lontana, pensano di votare per proteggere gli innocenti. Non è vero. La separazione delle carriere non ha nulla a che fare con la persecuzione arbitraria di un innocente.”
M18: “Sono due battaglie diverse completamente?”
M56: “Sono battaglie su due piani completamente diversi. Nel novembre ’87—nel tuo primo voto—la domanda era: vuoi proteggere gli innocenti dalla persecuzione arbitraria della magistratura? È una lotta sulla responsabilità morale (e concreta). Nel marzo 2026 la domanda è: come organizziamo meglio gli organi di autogoverno della magistratura? È una lotta sulla organizzazione burocratica interna. Due cose che non hanno nulla in comune.”
M18: “Chi sa la differenza?”
M56: “Poche persone. Molti di quelli che voteranno sì (in buona fede) nel 2026 penseranno di ripetere il gesto del ’87. Di continuare la battaglia. Ma non è vero. Stanno votando per una riforma amministrativa della magistratura. Se credono che due CSM separati proteggono gli innocenti dalla persecuzione arbitraria, è un’opinione, legittima, ma fuori fuoco. Ma non è la battaglia sulla responsabilità civile. Non è: il magistrato che sbaglia paga. È: il magistrato che sbaglia continua a non pagare, ma con due CSM separati che funzioneranno (forse) meglio di quanto non funzioni uno solo.”
M18: “Allora il mio primo voto è stato tradito?”
M56: “Il tuo primo voto è stato “tradotto” (e, si sa, tradurre è un po’ tradire). Dalla lingua morale alla lingua amministrativa. E quella traduzione ha cancellato il significato. Peggio ancora quello che succede oggi: nel 2026 quella tua battaglia viene usata per vendere una riforma che non ha nulla a che fare con quello per cui tu hai votato a diciotto anni.”
M18: “Cosa avremmo dovuto fare nel ’87?”
M56: “Votare sì—hai fatto bene. Ma il Parlamento avrebbe dovuto legiferare onestamente. Responsabilità civile diretta del magistrato. Punto. Niente Stato che paga al posto suo. Niente limiti sofisticati. Il magistrato che sbaglia: paga. Come tutti gli altri professionisti.”
M18: “E ora nel 2026?”
M56: “Nel 2026 tu dovrai chiederti: questa riforma davvero protegge gli innocenti dalle persecuzioni arbitrarie della magistratura? Risolve i problemi atavici della giustizia italiana come i suoi promotori vogliono farci credere? Oppure è una riorganizzazione burocratica che lascia intatto il vero problema? Se la risposta è la seconda, allora capirai che il tuo primo voto del ’87 viene usato come uno strumento di distrazione a favore del voto del 2026.”
M18: “Quindi voto no?”
M56: “Non ti dico come votare. Ti dico di capire la differenza. Nel ’87 eri un ragazzo che votava per la prima volta per un principio morale. Nel 2026 sei un uomo che deve riconoscere che lo stesso simbolo—Tortora—viene usato per vendere qualcosa di completamente diverso. Se accetti questa sostituzione, di fatto (secondo me) tradisci il tuo primo voto. Non per come voti nel 2026, ma per come pensi a quello che stai facendo. Il sistema politico italiano (nel suo insieme) oramai conta su questa distrazione. Conta che tu non riapra mai quella scatola di volantini del ’87. Che tu non rilegga mai quello in cui credevi a diciotto anni. Che quando sentirai la parola ‘giustizia’ nel 2026, semplicemente voti per riflesso condizionato, senza capire che la battaglia è completamente cambiata.”
M18: “Sai che ti dico? Mi è piaciuta questa chiacchierata. Mi sa che impazzire così è l’unico modo per restare sano.”
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