Memoria e Futuro

Fratelli di Guicciardini

di Marco Di Salvo 7 Gennaio 2026

In questi giorni l’Italia ha assistito all’ennesima polemica sulla memoria storica della destra. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha pubblicato il 26 dicembre un video in cui celebrava con amore e senso di appartenenza il 79° anniversario della nascita del Movimento Sociale Italiano, mentre il vicedirettore di Rai Sport Riccardo Pescante postava sui social la fiamma tricolore con la frase “le radici profonde non gelano”. Le opposizioni sono insorte, ma per Fratelli d’Italia si tratta semplicemente di rivendicare le proprie origini.

Eppure, proprio questa rivendicazione di continuità con il MSI svela una contraddizione profonda dell’attuale centrodestra italiano. Nel suo libro “Io sono Giorgia”, Meloni scrive di aver “raccolto il testimone di una storia lunga settant’anni” e di non aver “dimenticato da dove veniamo”, riannodando il filo con il Movimento Sociale fondato da Giorgio Almirante. Ma quella tradizione, negli anni della sua nascita e formazione identitaria, era profondamente anti-atlantista e anti-americana.

Nel 1949, infatti, il MSI si oppose alla ratifica del Patto Atlantico, e al secondo congresso del partito Almirante, allora segretario, fece sancire la linea anti-atlantica. La posizione contraria alla NATO di Almirante risultò vincente, tanto che cadde dalla segreteria proprio su questa questione, sostituito nel 1950 dal più moderato e filoamericano Augusto De Marsanich. Nel 1950 e 1951 ci furono persino manifestazioni congiunte tra giovani comunisti e giovani missini contro il Patto Atlantico. La corrente radicale del partito, guidata da figure come Pino Rauti (formative per i gabbiani di Rampelli, padre politico della Meloni), mantenne per decenni posizioni fortemente critiche verso gli Stati Uniti.

Oggi Giorgia Meloni è tra i leader europei più filoamericani e atlantisti, la più vicina a Donald Trump, colei che ha accettato gas americano e maggiori spese militari pur di mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Come si è passati dall’antiatlantismo viscerale dei padri fondatori del MSI all’atlantismo incondizionato della loro autoproclamata erede? La risposta ha un nome antico: “Franza o Spagna, purché se magna”.

Quando Francesco Guicciardini pronunciò questo detto nel Cinquecento, descriveva i signorotti italiani che si affidavano ora ai francesi, ora agli spagnoli, pur di conservare un briciolo di potere. Oggi quella stessa logica si riverbera nelle scelte di politica estera del centrodestra italiano, con una rapidità fulminante nell’allinearsi con leadership internazionali anche di segno diverso rispetto alle proprie radici culturali.

Eppure, dietro i complimenti e le foto nello Studio Ovale, i risultati concreti si sono rivelati finora evanescenti. L’incontro di aprile 2025 tra Meloni e Trump ha prodotto più fumo che arrosto. La premier ha offerto ciò che Trump voleva – più acquisti di gas americano, maggiori spese per la difesa, investimenti italiani negli Stati Uniti – ottenendo in cambio una generica apertura al dialogo e la possibilità di ospitare un futuro vertice a Roma. Il governo proclama di agire “con lealtà ma senza subalternità”, mentre nei fatti ha concesso gran parte delle richieste americane senza ottenere concessioni significative sui dazi.

Ma l’anomalia vera dell’Italia è un’altra, e in questo senso il caso è unico al mondo: nello stesso governo siedono sostenitori di Trump, come Meloni, e della Russia di Putin, come la Lega di Salvini, che ha mantenuto fino al 2022 un accordo formale con Russia Unita, il partito di Putin. Ancora a dicembre 2025, Salvini paragonava la Russia a un paese che neppure Hitler e Napoleone erano riusciti a piegare, guadagnandosi gli apprezzamenti del Cremlino. Una maggioranza dove convivono filoamericani e filorussi rappresenta un’acrobazia politica senza precedenti nelle democrazie occidentali. E questa ambiguità pervade anche l’opposizione. Una situazione senza eguali in alcuna democrazia occidentale, dove solitamente le linee di politica estera dividono nettamente governo e opposizione. Da noi la confusione è totale.

Il detto “Franza o Spagna, purché se magna” non è solo un colorito modo di dire del passato, ma una chiave di lettura ancora attualissima per comprendere la politica estera italiana. La differenza è che oggi i padroni non sono più Francia e Spagna, ma Stati Uniti, Russia e i vari poli di influenza globale. La logica rimane invariata: l’importante è scegliere il vincitore del momento, o almeno quello che sembra destinato a vincere, e assicurarsi un posto al suo fianco. Poco importa se questo tradisce le radici antiatlantiche rautiane tanto celebrate, o se crea coalizioni impossibili dove convivono filo-Trump e filo-Putin. Tutto questo, ovviamente, continuando a ripetere che l’Italia è un paese sovrano, che decide autonomamente, e che nessuno può dettare l’agenda. “Purché se magna”, appunto.

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