Memoria e Futuro
Gli occhi del podcast
Sono le quattro del pomeriggio di un tranquillo giorno prereferendario quando i collaboratori di Meloni, seduti attorno al lungo tavolo di Palazzo Chigi, scartabellano i risultati dei sondaggi non pubblici con fare preoccupato. Le pagelle sono cattive. Non disastrose, non ancora, ma cattive nel modo in cui le cose diventano cattive quando nessuno le dice ad alta voce e tutti le sentono lo stesso. Si guardano tra di loro. Uno accenna: “Siamo stati a Rete4, in Rai l’ultima settimana sarà nostra. Ma ci mancano comunque voti”. Il numero uno della comunicazione annuisce. Sanno che i talk show tradizionali sono terreno minato. Che la piazza è ostile. Dove mandare il presidente? Dove trovare uno spazio dove le domande non siano domande e il pubblico sia già convinto?
È in quel momento che entra uno dei giovani collaboratori, le cuffie attorno al collo, con l’aria di chi ha appena scoperto il fuoco. Ha gli occhi lucidi di quella consapevolezza che arriva quando senti qualcosa mentre tutta la stanza sta cercando qualcosa. Ascoltava il podcast di Fedez nel corridoio. “Ma perché,” dice, “non la mandiamo da Fedez?”. Il silenzio. Poi, una voce dal tavolo urla: “Fedez! Genio.” Avete presente, come quella scena di Boris—sapete, quando decidono una cosa completamente stupida e la gente realizza che è geniale proprio perché nessuno l’avrebbe mai pensata? Ecco, quello.
Tutti capiscono subito. È il tipo di idea che non viene da una strategia di comunicazione vera, ma da quella specie di istinto collettivo che talvolta produce prodigi ma, più spesso, le scelte più distruttive proprio perché nessuno riesce a dire no alla loro logica folle.
Così Meloni scopre, all’alba del 2026, il podcast. Non come fenomeno di democrazia dal basso ma come strumento di comunicazione presidenziale, il nuovo talk show senza studio Rai e senza quei pochi giornalisti che conservano ancora la cattiva abitudine di fare domande. Un’idea trumpiana, naturalmente. Trump aveva capito prima degli altri che il podcast è il luogo dove il potere va a cercare l’intimità senza contraddittorio, la falsa democrazia diretta senza il fastidio della democrazia.
Ma chi scegliere? Non puoi andare da chi davvero ti fa le pulci. Non puoi andare da nessuno che ti faccia domande insidiose. Allora accade quel che accade quando la comunicazione incontra la paura: si sceglie Fedez. Non per capacità. Non per credibilità. Ma perché Fedez è l’incertezza resa pubblica, guidato non da un’ideologia politica definita quanto da un approccio vagamente populistica “anti-sistema”, e quindi perfettamente controllabile.
La sua è una biografia che dice tutto. Nel 2014 Fedez diede il suo sostegno al Movimento 5 Stelle, permettendo che la canzone “Non sono partito” venisse usata come inno del movimento. Fu allora che divenne un nome noto oltre il pubblico rap, quando due parlamentari del PD gli chiesero l’esclusione dal programma X Factor proprio per via della sua vicinanza al Movimento 5 Stelle. Fedez colse l’occasione per ribadire pubblicamente che non aveva nessuna intenzione di tenere nascoste le sue idee politiche. Era una posizione—non proprio un’ideologia, ma una posizione.
Poi accadde quello che accade a chi confonde la protesta con la comunicazione: negli anni successivi, quando la sua fama crebbe per via delle ripetute partecipazioni a X Factor, per la relazione con Chiara Ferragni, e per la larghissima diffusione del suo podcast Muschio Selvaggio, Fedez si impegnò soprattutto su questioni generalmente associate al centrosinistra. Non è che avesse letto Karl Popper nel frattempo. Avveniva semplicemente che il mercato della comunicazione progressista lo premiava. Gli inviti venivano dai talk show di sinistra. I giornalisti di sinistra lo celebravano. E Fedez—uomo sottilissimo in queste cose—capì che il pubblico under quaranta lo ascoltava quando le sue parole risuonavano di libertà, di censura, di diritti. Così divenne paladino di tutte quelle cose.
Ma ecco il punto cruciale: Fedez non arrivava a queste posizioni attraverso un percorso di consapevolezza. Formazione scolastica così così (liceo artistico ma non si era diplomato), aveva scritto canzoni dove si prendeva gioco di Tiziano Ferro per la sua dichiarazione di omosessualità, insomma confuso. Anni dopo, divenne paladino del mondo Lgbt, sostenitore del ddl Zan al punto da contrapporsi alla nota verbale della chiesa cattolica. Non era una conversione. Era una ricalibrazione. Come si ricalibra un algoritmo.
A Sanremo 2023 Fedez divenne una sorta di paladino della libertà di espressione, degli artisti ma non solo, della sinistra in genere, contro la destra reazionaria. Strappò la foto di Galeazzo Bignami, il sottosegretario che a Carnevale si mascherava da SS nazista, e in diretta televisiva fu protagonista di un bacio appassionato con Rosa Chemical. Non è che Fedez avesse una coerenza passionale verso i diritti. È che il palco di Sanremo, quel palco maledetto, lo premiava per ogni gesto di trasgressione. E Fedez non sa rifiutare un palco.
Poi—improvvisamente, come capitava sempre a lui—la virata. Nel tardo 2024 Fedez interviene al programma “La Zanzara” e candidamente ammette: “Tra Vannacci e Schlein? Preferisco Vannacci. Più efficace lui di Schlein”. Non è un’opinione. È una confessione di incoerenza perfetta. Fedez va al congresso di Forza Italia Giovani, ospite del senatore Maurizio Gasparri, e parla sulla giustizia dicendo: “Una cosa che ho vissuto sulla mia pelle e che mi ha fatto cambiare idea rispetto a come la vedevo con gli occhi di un’adolescente è per esempio come con le intercettazioni si possa costruire una mistificazione”. Solo un’accusa vaga, niente fonti. Ma suonava come l’epifania di chi finalmente capisce il male della magistratura.
Ecco quindi il “genio” di Meloni (e del suo staff) nello scegliere Fedez. Non perché sia credibile. Ma perché rappresenta esattamente l’assenza di fondamento della confusione politica contemporanea. Se vuoi conquistare gli incerti, scegli il confuso più celebrato. Se vuoi far passare una riforma trascinando il referendum nei terreni per te più congeniali senza perdere tempo a parlare di “tecnicismi”, scegli il ragazzo che non si è mai saputo cosa pensasse davvero—e se leggi il suo feed social fino a ieri, ti rendi conto che nemmeno lui lo sa.
Lui metterà il corpo stanco, il volto di chi sorride quando gli viene chiesto di sorridere, e la gente guarderà quella fragilità ordinaria e non saprà dire di no. Perché Fedez è lo specchio della loro incoerenza. È loro fratello maggiore.
C’è però un dettaglio che Meloni non ha considerato—o forse lo sa benissimo e per questo la cosa diventa ancora più comica. In Italia ormai ci sono più podcast che ascoltatori di podcast. Non è una battuta. È il dato reale di un’inflazione mediatica che ha trasformato il podcast da strumento di comunicazione a nicchia esotica dove tutti parlano e nessuno ascolta. Migliaia di voci che gridano nel deserto digitale, ciascuno convinto di avere udienza mentre l’algoritmo distribuisce il silenzio con equanimità. La strategia trumpiana di Meloni arriva dunque al momento stesso in cui il podcast ha smesso di essere un luogo di comunicazione e ha cominciato a essere un luogo di masturbazione verbale. Il presidente del Consiglio scopre il medium nel momento esatto in cui il medium è già morto. Non è che non vincerà gli incerti. È che gli incerti, probabilmente, non ascolteranno neanche il podcast. L’eventuale aumento di ascoltatori sarà dovuto ai poveri colleghi giornalisti che per venerdì dovranno a scrivere un pezzo sull’argomento. Gli altri continueranno a scrollare Instagram—dove almeno le foto di Fedez con lo sguardo perso nel vuoto e Meloni sorridente potranno essere commentate, prevedibilmente, con una serie numericamente infinita di insulti. Il vero referendum che appassiona gli italiani.
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