Memoria e Futuro
Gli oroscopi del capitale
Sono passati undici giorni da quando gli Stati Uniti e Israele hanno bombardato l’Iran, e sono undici giorni che gli analisti economici e strategici mutano le loro previsioni con una cadenza che farebbe invidia ai meteorologi – anzi, peggio: con la stessa arroganza pseudo-scientifica di chi legge i tarocchi ma indossa un completo Armani e un badge di senior strategist presso una banca d’investimento internazionale o le mostrine impolverate da vecchio graduato.
Se vogliamo essere onesti, i meteorologi hanno una scusa: la fisica atmosferica è complessa. Gli astrologi hanno un’altra scusa: sono astrologi, semplicemente. Gli analisti economici e strategici non hanno alcuna scusa, eppure continuano a parlare.
Nei primi tre giorni, mentre il Brent volava verso l’alto e lo Stretto di Hormuz diventava una questione viva nei comunicati stampa, il commento dominante era univoco: guerra lampo. Trump aveva sussurrato che sarebbe durata poco. Il petrolio sarebbe salito un po’, poi sceso. I mercati avrebbero fatto il loro giochetto consueto: paura, rimbalzo, normalità. Fino al 6 marzo, circa.
Il 9 marzo, improvvisamente, i medesimi analisti parlavano di “rapido passaggio dalla visione ottimistica a qualcosa chiaramente più duraturo”. Una settimana. Per passare da una certezza all’opposto, gli esperti hanno impiegato una settimana. Non è scienza: è improvvisazione travestita da metodologia. È il teatro della competenza contemporanea: muovere le labbra, emettere suoni autorevolissimi, contare sui titoli di giornale per certificare che hai detto qualcosa di intelligente prima che il pubblico si accorga che hai cambiato versione.
Le stesse principali banche d’affari producono modelli caotici di previsione. Quantificano sistemi a cascata: ogni 10% di aumento del petrolio spinge i prezzi dello 0,35%, con consumi che calano mesi dopo. Nel medesimo istante, i banchieri centrali dicono: “Ho bisogno di vedere i dati”. Tradotto: non so cosa succederà, ma ve lo dirò dopo. Intanto, quale consulenza raccomandate?
Eppure il meglio lo troviamo negli scenari. Le principali società di rating sintetizzano le previsioni in tre ipotesi: “Scenario base: accordo rapido”, “Escalation: Iraq 2.0”, “Cigno nero: rivoluzione dal basso”. La magia è questa: se accade qualcosa, avevi previsto uno dei tre. Se accade l’opposto, avevi previsto l’altro. Se accade l’inatteso, era un cigno nero, quindi imprevedibile. Non mi sbaglio mai.
Questo è il vero genio degli esperti contemporanei: hanno capito che il mestiere non è prevedere, ma non farsi mai completamente smascherare. Ogni previsione è costruita con la flessibilità epistemologica di un testo sacro interpretabile. Ogni quadro contiene abbastanza complessità da poter essere adattato retroattivamente ai fatti. I mercati salgono? Lo avevi previsto nello scenario A. Scendono? Lo avevi previsto nello scenario B. Nel giro di due settimane la narrazione presidenziale passa da “guerra breve” a “finché il nemico non sia completamente sconfitto”, e il segretario alla Difesa dichiara formule così dilatate nel tempo da includere letteralmente qualsiasi durata. Gli analisti annuiscono, prendono nota, inseriscono tutto nel foglio di calcolo delle loro previsioni senza accorgersi che documentano il nulla travestito da analisi.
La vera domanda è: a che servono? Qual è il valore aggiunto? Negli ultimi undici giorni, non un solo analista importante ha fornito una previsione precisa su quanto durerà il conflitto, quale sarà il prezzo del petrolio tra una settimana, se lo Stretto sarà chiuso e per quanto, come reagiranno i mercati europei nel prossimo mese, quale sarà l’inflazione conseguente, quali le scelte della Banca Centrale Europea.
Hanno fornito intervalli. Hanno fornito quadri. Hanno fornito giri di parole inconcludenti che permettono loro di affermare il mese prossimo: “Avevamo avvertito dei rischi di stagflazione, anche se speravamo in una de-escalation.” Peggio ancora: leggendo una rassegna di questi analisti, l’impressione dominante non è di assistere a un’attività predittiva, ma a una gara di auto-promozione mascherata da competenza. Alcuni avvertono su scenari inflazionistici; altri aggiornano sugli andamenti; altri ancora prevedono “mercati a strappi con fasi di scarico, rimbalzi tecnici, nuove vendite” – una formula così generica da descrivere qualsiasi mercato in qualsiasi condizione di volatilità.
E poi ci sono gli analisti strategici militari, che pascolano in televisione con il grado sulle spalle e il tono degli oracoli antichi. Quelli sono ancora più implacabili dei consulenti economici, perché il loro mestiere è stato storicamente prevedere cosa accade durante i conflitti– o almeno dare l’impressione di sapere cosa accadrà. Il 28 febbraio, quando tutto era ancora nebuloso, uno dei principali istituti di intelligence americani aveva fatto circolare un rapporto riservato secondo cui il conflitto avrebbe seguito “scenari prevedibili” e l’Iran avrebbe risposto seguendo “protocolli volti a preservare la continuità del potere”. Una settimana dopo, gli stessi analisti che avevano letto quel rapporto, quelli stessi che appaiono su TV americane e italiane in uniforme da pensionati, hanno dovuto correggere il tiro: l’Iran, a loro dire, non aveva ancora scatenato “la piena portata della sua ritorsione”. Axios aveva scritto, nei giorni iniziali, che il piano americano-israeliano per i bombardamenti sarebbe durato “almeno cinque giorni”. Dodici giorni dopo il conflitto ancora infuria. Pete Hegseth, il Segretario della Difesa (scusate, alla Guerra, non dite che non ve l’aveva detto…), ha dichiarato che l’operazione “Epic Fury” è stata “l’operazione più complessa e precisa della storia americana” – una frase costruita in modo tale da escludere qualsiasi possibilità di falsificazione. Come si misura la “precisione” di una guerra? Rispetto a cosa? Allo scopo dichiarato? A quello effettivo? Al numero di vittime civili? Il messaggio vero è sempre lo stesso: la guerra è andata come noi volevamo, non importa cosa accada dopo, non importa quanto durerà.
I generali in pensione che passano il loro tempo nelle sale di redazione televisive, offrendo “previsioni” per il conflitto in corso, operano con la stessa logica degli analisti economici: costruiscono scenari che non possono fallire perché includono tutte le possibilità. “Se dura cinque giorni, l’abbiamo detto. Se dura tre settimane, abbiamo avvertito che poteva durare una guerra lunga. Se finisce male, non era la mia previsione principale – era lo scenario del cigno nero.” Nel frattempo, il loro stipendio da commentatore continua ad arrivare, i loro libri si vendono, e il pubblico confuso interpreta la molteplicità dei “scenari” come profondità di analisi.
È qui che emerge verità insita nella rinfrancanti lettura di Raffaele Alberto Ventura in Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti (2020) e poi in La conquista dell’infelicità (2025): il sistema stesso della competenza contemporanea è entrato in crisi profonda, non perché gli esperti non sappiano nulla, ma perché la loro funzione storica – ridurre l’incertezza attraverso la conoscenza specializzata – è diventata insoddisfacente di fronte a processi sempre più complessi, non lineari, fondamentalmente imprevedibili. Il Novecento ha rappresentato il trionfo della classe esperta: funzionari, scienziati, tecnocrati hanno fornito decenni di sicurezza attraverso pianificazione razionale. Quando il sistema è entrato in crisi, quando i rendimenti decrescenti hanno eroso le promesse più solide, gli esperti non hanno ammesso il limite della loro conoscenza. Hanno fatto qualcosa di peggio: hanno moltiplicato le parole.
Osservando gli analisti nei momenti di crisi, noti questo fenomeno: non dicono “non so”. Dicono “ecco tre quadri ugualmente possibili, mettiamoci grafici e fogli di calcolo” e il messaggio è sempre: paga la consulenza, continueremo a parlarti di quello che non sappiamo con tono di chi sa molto.
È la stessa dinamica che Ventura individua come sintomo della crisi più profonda: la classe intellettuale occidentale ha perso il diritto morale all’egemonia perché ha dimostrato di non poter mantenere le promesse su cui aveva fondato la sua legittimazione. I competenti hanno promesso ordine, razionalità, sicurezza. Hanno consegnato volatilità, incertezza, e ormai, in tempi della guerra, una versione così inflazionata della competenza da diventare indistinguibile da qualsiasi forma di ciarlataneria certificata.
Un’osservazione finale: non un solo analista, in questi undici giorni, ha avuto il coraggio di dire chiaramente: “Non sappiamo come finirà economicamente perché non sappiamo come finirà militarmente, e le variabili geopolitiche sono opache a qualsiasi modello.” Invece, tutti continuano, in forme sempre più sofisticate e verbosamente inutili, a costruire illusioni di prevedibilità. È peggio che dire sciocchezze: è dire cose intelligenti che non significano nulla, sapendo che il pubblico confuso le interpreterà come significato profondo.
I meteorologi, almeno, escono dalla scena quando sbagliano in maniera clamorosa. Gli astrologi sono onesti sui loro limiti. Gli analisti economici e strategici no: rimangono al loro scrittoio, aggiornano il modello, e la prossima settimana diranno qualcosa di completamente diverso, con la medesima sicurezza di oggi.
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