Memoria e Futuro

Hanno tutti ragione 2 (referendum edition)

di Marco Di Salvo 2 Febbraio 2026

Ok, non è formalmente cominciata ma ho una certezza sulla campagna referendaria prossima ventura. Hanno tutti ragione, naturalmente. E nel corso del prossimo bimestre su quello che verrà detto e fatto sulla giustizia il punto pare non sia capire chi abbia torto, ma chi riesce a trasformare meglio la propria “ragione” in campagna, in copertina, in comitato, in contratto editoriale. È un romanzo politico collettivo in cui ciascun personaggio parla da solo, come il Tony Pagoda del romanzo di Paolo Sorrentino: monologo ininterrotto, sarcasmo di superficie, verità sporca sul fondo. Solo che qui la coca è sostituita da rimborsi a firma e da un discreto giro di instant book.

Nel fronte del Sì la voce narrante è più chiara: è quella di una destra che ha trovato nel referendum l’ennesima occasione per regolare i conti con la “magistratura politicizzata”. Il testo ufficiale parla di separazione delle carriere, di efficienza, di modernizzazione; la traduzione simultanea sui giornali e nei talk, invece, mette in scena il solito rosario: toghe rosse, pm militanti, giudici che liberano i clandestini, processi infiniti. Il quesito costituzionale è quasi un pretesto, un fondale. La trama vera è la stessa da anni: noi contro loro, il popolo contro i giudici, la politica finalmente libera da chi “fa opposizione nelle aule di tribunale”.

Il comitato del Sì che si accredita come più centrale nasce già con il timbro del potere: giuristi di rango a garantire che è tutto perfettamente costituzionale, comunicatori di area a garantire che è tutto perfettamente vendibile. È la versione elegante del monologo alla Tony Pagoda: in pubblico toni misurati, richiami all’Europa, alla modernità, alla certezza del diritto; appena si gira l’angolo, titoloni sul “partito dei giudici” e campagne d’odio in servizio permanente effettivo, anche tramite imbarazzanti manifesti. La riforma, quella vera, resta a metà fra le note tecniche e il non detto: talmente complicata che è più conveniente trasformarla in un referendum etico contro una casta.

Sul versante del No, invece, il problema è quasi opposto. Lì non manca (solo) la buona fede, manca la banda. Il fronte si compone di associazioni, sindacati, pezzi di società civile, mondi cattolici, magistrati, giuristi, insomma l’intero catalogo della “coscienza democratica” nazionale, con i partiti “nascosti” in seconda fila (perché non si sa mai). Tutti sinceramente convinti che questa riforma metta a rischio i contrappesi, l’indipendenza della magistratura, le garanzie dei cittadini. Il risultato, però, sul piano narrativo, è una babele: ogni sigla ha il suo documento, il suo appello, il suo convegno, il suo lessico composto e prudente.

Anche qui “hanno tutti ragione”, ma nessuno riesce a trasformare quella ragione in tre parole secche su un cartellone. Per ogni manifesto del Sì che promette una giustizia “più rapida” e “meno politicizzata”, il No risponde con un paragrafo sui rischi di compressione della giurisdizione, un comunicato sui poteri del Csm, un webinar sulla separazione dei poteri. È un linguaggio che funziona benissimo per convincere chi è già convinto, malissimo per entrare nel rumore di fondo dell’elettorato disattento. In un paese dove la politica è diventata intrattenimento, il comitato del No arriva spesso con i sottotitoli tecnici a uno spettacolo che chiede semplificazioni brutali. Allora i più “sagaci” facendo l’occhietto la buttano in politica:  “Sì è vero, ha detto che non si dimette se perde (la Meloni ndr). Ma vuoi mettere il contraccolpo in caso di sconfitta?” E sorridono, sperando di aver detto la cosa più giusta per convincere gli indecisi di fronte a cotanto spettacolo ad andare al seggio e votare no.

Intanto, sotto la superficie nobile della campagna, scorre il fiume carsico dei ricorsi, delle date, dei soldi. La battaglia per spostare il referendum più avanti nel calendario si è tradotta in un contenzioso che ha avuto un esito paradossale: il voto resta dov’è, la macchina dei comitati esce dal passaggio giurisdizionale con un sigillo di legittimità e soprattutto con una certezza contabile. Un euro a firma valida, fino a cinquecentomila sottoscrizioni: la democrazia diretta come forma raffinata di finanziamento pubblico, con tanto di retrospettiva morale su chi ha davvero “combattuto” per i diritti dei cittadini.

È qui che la scena si fa pienamente sorrentiniana. Come Tony Pagoda usa la propria vita sbracata per distillare una filosofia sghemba ma redditizia, così i comitati usano il referendum per produrre infrastrutture forse durevoli: mailing list, contatti, relazioni, piccole e medie rendite politiche. Se la riforma passa, si potrà rivendicare il merito storico di aver “cambiato la giustizia”; se la riforma cade, si potrà rivendicare il merito opposto, e comunque presentare il conto: convegni, libri, nuove campagne, la grande famiglia dell’impegno civile o della rivoluzione garantista sempre pronta al prossimo giro.

La pubblicistica fa il resto. Da un lato, il mondo del Sì sforna dossier, instant book, storie esemplari di “vittime della giustizia”, con l’obiettivo di trasformare ogni caso di cronaca in un argomento a favore della riforma. Dall’altro, il campo del No risponde con volumetti di controinformazione, spiegazioni divulgative, raccolte di interventi che raccontano un paese a rischio di deriva autoritaria. Entrambi trasformano il referendum in scaffale tematico: giustizia, abusi, Carta, poteri dello Stato, tutto codificato in forma di narrativa vendibile. È il merchandising dell’indignazione: se si vince, è la biblioteca ufficiale della vittoria; se si perde, è il monumento cartaceo alla resistenza, buono per le bancarelle coi libri a due euro.

In questo romanzo corale, “Hanno tutti ragione” smette di essere solo il titolo di un libro e diventa il dispositivo di base della campagna. Ha ragione il Sì quando denuncia una giustizia lenta, selettiva, capace di rovinare vite in istruttoria. Ha ragione il No quando avverte che consegnare più leve al potere politico può trasformare la giustizia in un’appendice dell’esecutivo. Hanno ragione i comitati quando rivendicano la fatica di ogni firma, e hanno ragione gli editori quando spiegano che “almeno così se ne discute”.

Come nel monologo infinito di Tony Pagoda, però, il rischio è che la ragione di ciascuno diventi autoindulgenza pura, un alibi per non fare davvero i conti con la realtà. Tutti descrivono il degrado morale del Paese, nessuno si chiede fino in fondo che cosa stia producendo questa continua trasformazione dei referendum in occasioni di branding politico, economico, editoriale. Alla fine resterà una data sul calendario, una percentuale di affluenza, qualche carriera rilanciata, una pila di libri sugli scaffali. E voterà un cittadino che, a differenza di Tony Pagoda, non può permettersi di sparire in Brasile: deve scegliere tra ragioni urlate e ragioni sussurrate, sperando che da qualche parte, sotto il frastuono, esista ancora qualcosa che somiglia alla verità. Che è cosa diversa dall’avere ragione.

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