Memoria e Futuro
I doppiovelocisti
Nel castello di Alden Biesen, a pochi chilometri da Bruxelles, si sta per consumare quella che potrebbe essere una svolta epocale per l’Unione Europea. Non nel senso auspicato dai padri fondatori, ma in direzione opposta. L’accordo strategico tra Italia e Germania, formalizzato a gennaio 2026 con il vertice tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz, e il rilancio dello strumento della “cooperazione rafforzata” proposto dalla stessa presidente della Commissione Ursula von der Leyen, rischiano di segnare la fine dell’Europa come progetto sovranazionale per inaugurare un’era di rinnovato predominio intergovernativo.
L’Italia e la Germania stanno spingendo per superare le paralisi decisionali dell’Unione attraverso alleanze tra Paesi disposti ad andare più veloci. Al centro di questo progetto c’è la cooperazione rafforzata, uno strumento previsto dai Trattati che permette ad almeno nove Stati membri di portare avanti insieme un progetto comune, su un tema specifico, senza dover aspettare l’accordo di tutti gli altri. L’obiettivo dichiarato è rilanciare la competitività europea, semplificare la burocrazia, rafforzare il mercato unico. Ma dietro la retorica dell’efficienza si nasconde un problema di fondo: la rinuncia al metodo comunitario in favore di una logica intergovernativa che mina le fondamenta stesse del progetto europeo.
Come sottolineato nel Piano d’Azione italo-tedesco, Roma e Berlino si presentano come “membri fondatori” con la “responsabilità di promuovere l’integrazione europea”. Eppure, il percorso che stanno tracciando contraddice profondamente la visione di quei fondatori. Meloni ha annunciato che il 12 febbraio i due paesi presenteranno un documento comune sulla competitività, che include proposte per un “freno d’emergenza alla burocrazia europea”, come anticipato da Merz a Davos.
La contrapposizione che oggi si ripresenta con l’accordo Italia-Germania affonda le radici in un dibattito storico che ha attraversato l’intera storia dell’integrazione europea: quello tra “Europa delle nazioni” e “nazione europea”, tra visione confederale e progetto federale. È una battaglia che sembrava sepolta sotto decenni di compromessi istituzionali, ma che oggi riemerge con forza preoccupante.
Da una parte c’era Charles de Gaulle, il generale che incarnò più di ogni altro la resistenza all’idea di una vera sovranità europea. Per de Gaulle, l’Europa poteva essere soltanto un'”Europe des États”, un’alleanza tra Stati sovrani che mantenessero intatto il loro potere decisionale. Le sue parole erano lapidarie: “Non ci può essere altra Europa che quella degli Stati, tutto il resto è mito, discorsi, sovrastrutture”. Il suo progetto, noto come “Europa delle patrie”, si fondava sulla cooperazione intergovernativa, sul potere di veto, sull’unanimità. Gli Stati rimanevano i padroni assoluti, le istituzioni comuni ridotte a strumenti di coordinamento. Era una visione che privilegiava la grandeur nazionale, il controllo sovrano, la diffidenza verso ogni cessione di potere a organi sovranazionali.
Dall’altra parte stavano i federalisti, con Altiero Spinelli in prima linea. Per loro, l’Europa non poteva essere una semplice somma di Stati nazionali, ma doveva trasformarsi in una vera e propria “nazione europea”, un popolo europeo unito da istituzioni democratiche comuni e da una sovranità condivisa. Come sintetizzava ironicamente Ernesto Rossi, compagno di Spinelli a Ventotene: “Federazione è l’arrosto; Confederazione è soltanto il fumo dell’arrosto”. La confederazione era infatti solo una lega temporanea di Stati sovrani, dove ciascuno conservava il diritto di veto e privilegiava i propri interessi egoistici. La federazione, invece, prevedeva il trasferimento di competenze fondamentali a istituzioni sovranazionali dotate di autorità democratica propria.
Accettare apertamente un’Europa a più velocità significa prendere atto che la coesione, che per decenni è stata il cuore politico del progetto europeo, non è più garantita. La cooperazione rafforzata può rendere l’Unione più rapida su alcuni dossier, ma rischia di accentuare le fratture tra Paesi di testa e quelli che restano indietro, rafforzando l’idea di un’Europa divisa in cerchi concentrici. Il rischio, come evidenziato da diversi studiosi, è che questa dinamica finisca per svuotare il metodo comunitario, riducendo il ruolo delle istituzioni comuni a favore di accordi tra governi e assegnando un peso crescente ai Paesi più forti. In altre parole, l’urgenza di decidere potrebbe portare a sacrificare proprio quell’equilibrio istituzionale che finora ha tenuto insieme l’Unione.
L’ironia di questa svolta è ancora più evidente se si guarda al passato recente dell’Italia. Negli anni Novanta, quando si parlava di Europa a due velocità, il nostro Paese tremava all’idea di finire in serie B, escluso dal “nucleo duro” guidato da Germania e Francia. Il documento Schäuble-Lamers del 1994 aveva gettato nel panico la classe politica italiana, innescando un dibattito serrato su riviste come Limes e il Mulino sulle ragioni della nostra esclusione e sulle vie per colmare il gap. Quel documento suonò come un campanello d’allarme che segnalava il ritardo dell’Italia rispetto al processo di convergenza verso Maastricht. Fu anche uno dei fattori che contribuì alla fine del primo governo Berlusconi e a uno sforzo straordinario di risanamento dei conti pubblici. Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi si impegnarono in una battaglia titanica per far entrare l’Italia nell’euro, evitando l’umiliazione di restare fuori dal gruppo di testa. Allora si temeva che un’Europa divisa avrebbe relegato il Paese ai margini, privandolo di peso politico ed economico. Oggi, con un paradosso storico degno di nota, è proprio l’Italia, insieme alla Germania, a promuovere quello stesso modello di Europa differenziata che un tempo ci terrorizzava, ma stavolta dalla parte di chi decide chi sta dentro e chi resta fuori.
Diversi analisti hanno sottolineato come il metodo intergovernativo rischi di generare una perversione della democrazia, intesa sia come supremazia dell’esecutivo sul legislativo che come possibilità per gli esecutivi nazionali di prendere decisioni poco trasparenti sfuggendo al controllo degli elettorati nazionali. Joseph Weiler, tra gli altri, ha utilizzato espressioni dure per criticare questa deriva.
L’accordo Italia-Germania, presentato come risposta pragmatica alle sfide della competitività globale, parte da un presupposto sbagliato: che la soluzione ai problemi dell’Europa consista nel dare più potere agli Stati rispetto alle istituzioni comuni. Questa visione contraddice l’essenza stessa del progetto europeo come immaginato dai fondatori. Non si tratta di rendere l’Europa più efficiente, ma di trasformarla in un’arena dove i governi nazionali negoziano tra loro, mettendo sotto commissariamento di fatto sia la Commissione che il Parlamento europeo. Come sottolineato da diversi ricercatori, i paesi più rilevanti, come la Germania, continuano a privilegiare un’Unione intergovernativa per sfiducia negli altri paesi piuttosto che nei principi federali, dimostrandosi riluttanti a rinunciare al potere di veto.
Se da un lato molto è stato detto su cosa l’UE dovrebbe fare di più, poco o nulla è stato dichiarato sul come si dovrebbe arrivare a tali risultati, vale a dire in che modo andrebbero riformati i metodi decisionali. La cooperazione rafforzata, lungi dall’essere una soluzione, rischia di essere il colpo di grazia a un’Unione già indebolita, creando un’Europa a geometria variabile dove conta il peso economico e demografico degli Stati, non la forza delle istituzioni comuni.
L’ironia della storia è che Germania e Italia, due dei paesi fondatori che più hanno beneficiato dall’integrazione europea, siano ora in prima fila nel promuovere un modello che ne tradisce lo spirito originario. Mentre celebriamo retoricamente la memoria di Spinelli e degli altri visionari di Ventotene, nei palazzi di Bruxelles si sta costruendo esattamente il tipo di Europa che essi temevano: non un’unione di popoli, ma un consesso di Stati dove prevalgono i rapporti di forza e gli interessi nazionali.
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