Cosa vi siete persi
I mascariati e i salvati
In questi giorni milioni di persone accendono uno degli schermi a loro disposizione (che sia TV, tablet o cellulari) e si trovano a disposizione un’opera in sei parti in cui Marco Bellocchio racconta la vicenda di Enzo Tortora. Sei episodi di redenzione audiovisiva, trasmessi su HBO Max, dove il vecchio presentatore di Portobello emerge dalle sabbie mobili del processo che lo vide tra i protagonisti come una figura purificata. È uno spettacolo di qualità, una narrazione che sa come trasformare l’ingiustizia in dramma universale.
Mentre questo accade, mentre gli algoritmi degli streaming spingono Tortora verso i vostri occhi, qualcosa di esattamente contrario accade nel silenzio, o quasi. Non è una fiction a mancare. È una fiction che non è mai stato scritta o, meglio, che non è stata scritta per la TV ma per le aule giudiziarie. Una storia che nessuno ha pensato di raccontarvi, nonostante meritasse esattamente la stessa attenzione di quella che state vedendo adesso. Bruno Contrada, che è morto a Palermo venerdì scorso, a 94 anni, probabilmente non avrà mai i suoi sei episodi. Non avrà mai la sua miniserie di redenzione. Non avrà mai lo spettacolo che lo renda visibile alla memoria collettiva italiana. Questo accade nonostante i fascicoli giudiziari dei due uomini — Tortora e Contrada — siano praticamente identici.
Nel 1983 Tortora viene arrestato e trascinato in manette di fronte alle telecamere. Accusa: associazione a delinquere e traffico di stupefacenti. Nel 1992, alla vigilia di Natale, Contrada viene arrestato allo stesso modo. Accusa: concorso esterno in associazione mafiosa. Due gogne mediatiche identiche. Due uomini distrutti allo stesso modo davanti a telecamere e giornali che pendevano dalle labbra dei magistrati e dei pentiti. La stampa dell’epoca non distingue fra loro: entrambi sono colpevoli finché non provano il contrario, finché non passano anni e anni e finché le corti non ripudiano le sentenze.
Nel 1987 Tortora viene assolto definitivamente dalla Cassazione. A quel punto i media italiani sentono uno “scrupolo”. Hanno partecipato a una gogna ingiusta, lo sanno. Come affrontano questo senso di colpa? Non assumendosene la responsabilità pubblica. Tortora muore l’anno dopo l’assoluzione definitiva e, di fatto, sparisce e solo qualche sparuto soggetto ne ricorda di tanto in tanto la vicenda, per motivi politici. Ma c’è di peggio. Oltre trent’anni dopo la vicenda di fatto i media italiani delegano la “riabilitazione” a una piattaforma straniera. Una miniserie affidata a Bellocchio ma trasmessa da HBO Max — non dalla RAI. È il modo perfetto con cui il sistema mediatico italiano si lava le mani: ammette l’errore delegandolo all’estero, evitando così di assumersi il peso nazionale della distruzione umana che ha contribuito a provocare.
Con Contrada la vicenda è diversa. Condannato nel 1996, assolto nel 2001, la Cassazione annulla l’assoluzione nel 2002, nuova condanna nel 2006, confermata nel 2007. Nel 2015 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dichiara che Contrada è stato condannato per un reato che, al momento dei fatti contestati, non era sufficientemente chiaro e prevedibile nel nostro ordinamento. È una violazione ancora più grave di quella di Tortora: non soltanto un errore giudiziario, ma una violazione del principio stesso di legalità. Contrada riceve a distanza di decenni dalla sua prima accusa anche un rimborso da parte dello stato. Ha avuto “la fortuna” di vivere abbastanza.
Ma c’è un’altra differenza di fondo. Risiede nel fatto che il sistema sa come farvi pagare il prezzo della morte morale anche dopo avervi restituito formalmente l’innocenza. Lo ha fatto sistematicamente con Mario Mori, l’ex generale del Ros, processato tre volte per cose diverse — favoreggiamento a Provenzano, trattativa Stato-mafia, mancato arresto di Riina — sempre assolto, sempre riportato in aula con un teorema nuovo. E ora, a ottantacinque anni, Mori si trova indagato per le stragi del 1993 dalla procura di Firenze, che lo accusa di non aver impedito gli attentati pur avendone notizia. È il ciclo perfetto: a Palermo lo processavano perché presumibilmente favoriva Cosa nostra, a Firenze lo indagano perché non l’ha fermata. Nessuna assoluzione è mai definitiva. C’è sempre un nuovo fascicolo, una nuova procura, una nuova teoria del cosiddetto complotto istituzionale che riapre la caccia.
Contrada ha subito esattamente lo stesso trattamento. La sua innocenza, sancita da una corte internazionale, non lo ha protetto dal continuo riciclo mediatico come figura sospetta. Contrada era uno “sbirro”, per dirla con la sciatteria linguistica che marca il nostro dibattito pubblico. Era un uomo che aveva lavorato dentro le istituzioni, quindi inevitabilmente sospetto, inevitabilmente contaminato dal fatto stesso di appartenere alla struttura. Non possedeva il carisma di Tortora. Non poteva permettersi di raccontarsi come vittima con la medesima autorità emotiva di un presentatore celebre. Poteva soltanto ripetere ossessivamente di volere “il suo onore”, “la reintegrazione nella dignità di uomo delle istituzioni”. Parole che scivolano via senza lasciare traccia nella memoria collettiva. Nessuno le trasforma in sequenza narrativa, in scena televisiva, in dramma pubblico.
Quello che il nostro sistema di memoria collettiva non affronta mai è quanto questa selezione sia del tutto deliberata. Non è casualità che Tortora riceva la sua miniserie nel momento stesso in cui Contrada muore “opportunamente” dimenticato. È il funzionamento ordinario della nostra redenzione pubblica: la memoria italiana salva coloro che possiedono il carisma necessario per essere narrati, filmati, consacrati dalla cultura. Se sei una star televisiva e muori poco dopo l’assoluzione, ottieni la tua serie. Se sei un funzionario dello Stato e tenacemente sopravvivo a tutto, ottieni l’oblio, indipendentemente dal fatto che le corti europee abbiano dichiarato che il tuo processo era una violazione del diritto convenzionale. Indipendentemente dal fatto che il tuo fascicolo sia identico a quello di chi viene celebrato televisivamente.
Eppure il mascaramento non si ferma mai. Nemmeno dopo Strasburgo. I media non sentono lo scrupolo che hanno provato con Tortora. Ancora oggi articoli e coccodrilli che, sotto un atteggiamento di carità umana pelosa, insinuano sempre le stesse accuse. Non c’è miniserie di redenzione per Contrada, almeno oggi. Contrada rimane quello che è stato dal primo giorno: lo “sbirro” contaminato, il funzionario sospetto per definizione, l’uomo che stava dentro la struttura e che, quindi, corrotto doveva essere.
Il vero scandalo non sta nelle singole ingiustizie. Sta nel fatto che i media hanno scelto di salvare uno e di lasciare marcire l’altro, basandosi esclusivamente sull’immagine. Tortora possedeva il carisma della televisione, il volto che si trasforma in simbolo. Contrada aveva solo la dignità di un funzionario. I media hanno capito istintivamente che la redenzione narrativa funziona soltanto per coloro che sanno come farsi raccontare. Per questo Tortora riceve la sua miniserie, sia pure delegata all’estero. Per questo Contrada muore mascariato, mentre in streaming gli episodi sulla vicenda Tortora non sono ancora finiti.
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