Memoria e Futuro

I pessimi allievi

di Marco Di Salvo 30 Gennaio 2026

C’era una volta, negli anni Settanta, il mito del “cattivo maestro”. Era lui, il professore sessantottino con la barba incolta e il maglione a collo alto, a infilare nelle teste degli studenti idee sovversive, a trasformare le aule in soviet, a preparare la futura leva del terrorismo rosso. Lo dicevano i conservatori, lo ripetevano i democristiani, lo temevano i benpensanti, lo trasformavano in mandati di cattura solerti magistrati. Quel professore che spiegava Marx invece di limitarsi a Manzoni era il nemico pubblico numero uno, il corruttore della gioventù, il Socrate da mandare al confino.Cinquant’anni dopo, la storia si ripete. Ma stavolta in farsa, con tanto di QR code.

Nei giorni scorsi sono comparsi manifesti di Azione Studentesca – il sindacato studentesco vicino a Fratelli d’Italia – in licei di Pordenone, Cuneo, Alba, Palermo, Bergamo e Faenza. Il messaggio è semplice quanto inquietante: un QR code accompagnato dall’invito a segnalare i “professori di sinistra che fanno propaganda in classe”. Basta inquadrare il codice con lo smartphone, compilare un questionario anonimo e il gioco è fatto. Il docente che osa avere opinioni politiche non allineate viene schedato, segnalato, messo alla gogna digitale.

La scelta del manifesto come strumento di delazione evoca memorie più oscure. Durante il ventennio fascista, la scuola fu uno dei campi di battaglia principali del regime. Pervasivo fu il sistema di controllo capillare che trasformò studenti in informatori. I Gruppi Universitari Fascisti e i giovani della Gil avevano il compito di “vigilare” sui professori sospetti di tiepidezza verso il regime. Lettere anonime e segnalazioni di studenti servivano a identificare chi in classe osava non celebrare con sufficiente entusiasmo le “magnifiche sorti e progressive” dell’Italia mussoliniana. Professori epurati, carriere stroncate, vite rovinate: tutto partiva spesso da un manifesto, da un invito a denunciare il “disfattista”, il “sovversivo”, il “cattivo italiano”. La differenza è che allora non c’era bisogno del QR code: bastava una lettera alla federazione locale del partito.

Le domande del questionario sono un capolavoro di sociologia involontaria, ma sui compilatori del questionario: “Il tuo professore ha mai fatto propaganda politica durante le ore di lezione? Ha mai parlato male del governo o di Giorgia Meloni? Ha mai espresso opinioni politiche di sinistra?”. Manca solo “Ti ha mai fatto leggere Gramsci senza avvisarti che poteva contenere tracce di comunismo?”

Ciò che rende questa operazione tragicomica è l’inconsapevolezza storica di chi l’ha ideata. Perché se c’è una cosa che gli anni Settanta ci hanno insegnato è proprio il pericolo della schedatura ideologica, della caccia alle streghe, del sospetto permanente. Quegli stessi anni in cui i “cattivi maestri” venivano accusati di indottrinamento hanno prodotto nei decenni successivi contronarrazioni altrettanto tossiche, divisioni profonde, violenze reciproche.

La reazione è stata immediata e veemente: esposti in Procura per istigazione all’odio, interrogazioni parlamentari, professori che si “autodenunciano” ironicamente sui social. “Sono un cattivo maestro, ho spiegato la Costituzione”, scrive uno. “Mi dichiaro colpevole: ho fatto leggere Pasolini”, confessa un altro. La rete si è riempita di professori orgogliosi del loro “indottrinamento”: quello che consiste nello spiegare il pensiero critico, nell’insegnare la storia senza censure, nel far leggere autori scomodi.

Ma analizziamo il questionario con serietà metodologica dal basso della nostra esperienza sul tema, giusto per divertirci. Primo problema: il campionamento. Chi risponde a un sondaggio promosso da un’organizzazione politica per segnalare avversari politici? Esatto, solo chi è già convinto delle tesi di quella organizzazione. È come chiedere ai frequentatori di un bar juventino se l’Inter è simpatica e poi spacciare i risultati per un’indagine nazionale sul tifo calcistico.

Secondo problema: le domande orientate. “Ha mai parlato male del governo?” è una domanda che presuppone che parlare male del governo sia un reato o quantomeno una scorrettezza. Ma in una democrazia matura, criticare il governo non è solo legittimo: è doveroso. È educazione civica, non propaganda. Insegnare agli studenti a valutare criticamente le scelte di chi governa – chiunque governi – è il cuore della formazione democratica.

Terzo problema: il presunto anonimato. Azione Studentesca si difende sostenendo di non chiedere nomi dei professori, ma solo “testimonianze su cosa accade nelle aule”. Ma in un questionario che chiede scuola, città e materia d’insegnamento, identificare il docente è questione di minuti. È la delazione mascherata da indagine sociologica, la schedatura vestita da citizen journalism.

Il vero problema di questa operazione è che cerca di ricreare artificialmente uno scontro che non esiste più in quei termini. I professori “di sinistra” degli anni Settanta militavano in partiti che avevano migliaia di iscritti, discutevano di rivoluzione, sognavano la società senza classi. I professori di oggi – quelli che Azione Studentesca vorrebbe schedare – hanno altri obiettivi e altri problemi, anche di mera sussistenza, in molti casi. Nella migliore delle ipotesi non stanno preparando l’Armata Rossa: stanno cercando di formare cittadini pensanti in un’epoca in cui il pensiero critico è merce sempre più rara.

Persino alcuni esponenti di centrodestra hanno preso le distanze dall’iniziativa, definendola “inopportuna” e “controproducente”. Perché in fondo anche loro, nei loro anni liceali, hanno avuto professori che la pensavano diversamente da loro. E sono sopravvissuti. Anzi, magari sono anche cresciuti, imparando che il confronto con idee diverse è parte essenziale della formazione.

L’aspetto più paradossale di tutta la vicenda è che Azione Studentesca accusa i professori di “indottrinamento” mentre chiede agli studenti di aderire acriticamente a una campagna di segnalazione. Accusa i docenti di “propaganda” mentre tappezza le scuole di manifesti politici. Denuncia il “condizionamento ideologico” mentre propone agli studenti una visione del mondo in cui criticare il governo equivale a fare propaganda.

I cattivi maestri degli anni Settanta, alla fine, insegnavano almeno a leggere, scrivere e pensare. Questi nuovi inquisitori con lo smartphone non insegnano nulla. Chiedono solo di inquadrare un QR code e premere “invia”.

È progresso, diranno. È tecnologia applicata alla politica. In realtà è solo la solita, vecchia, stanca voglia di schedare chi la pensa diversamente. Ma con l’aggravante dell’inconsapevolezza storica e della ridicolaggine dei mezzi.

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