Memoria e Futuro
Il blocchetto navale
È tornato, signore e signori. Come le hit estive che nessuno chiedeva, come i jeans a vita bassa e le pellicce sintetiche, ecco riaffiorare dalle profondità della retorica politica italiana il sempreverde, l’immortale, l’intramontabile blocco navale. O meglio, per restare nel mood dell’attuale maggioranza, il “blocchetto navale” – versione ridotta, formato tascabile, perfetta per essere agitata in campagna elettorale.
Oggi, martedì 10 febbraio, il Consiglio dei Ministri dovrebbe esaminare un nuovo disegno di legge sull’immigrazione. Dovrebbe, perché in queste ore a Palazzo Chigi stanno ancora lavorando freneticamente per mettere a punto il testo. Non c’è ancora certezza assoluta che approdi sul tavolo del Cdm, ma fonti di governo confermano che l’intenzione c’è. E nel menù, tra le norme per recepire il Patto europeo su asilo e immigrazione e alcune disposizioni stralciate dal pacchetto sicurezza approvato la scorsa settimana, dovrebbe esserci proprio lui: il blocco navale. O meglio, “quello che giornalisticamente è chiamato blocco navale”, come l’ha definito con elegante perifrasi il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Di che si tratta? La misura prevederebbe l’interdizione temporanea dell’ingresso nelle acque territoriali italiane per determinate imbarcazioni, su decisione del Consiglio dei Ministri, in caso di “minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”, “pressione migratoria eccezionale”, “emergenze sanitarie globali” o “eventi internazionali di alto livello”. I presupposti, insomma, sono ampi, vaghi, interpretabili. Durata: da 30 giorni fino a sei mesi. Il riferimento alle ONG è chiaro come il sole a Ferragosto, anche se nel testo nessuno ha il coraggio di scriverlo nero su bianco. E in questi casi, sempre secondo le dichiarazioni del ministro, i migranti potrebbero essere “condotti anche in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza con i quali l’Italia ha stipulato appositi accordi”. Traduzione: i centri in Albania.
Ma perché proprio ora? Perché rispolverare questo cavallo di battaglia proprio a febbraio 2026, quando le elezioni sono ancora relativamente lontane? La risposta è semplice come un tweet di Salvini: Roberto Vannacci. L’ex generale, ormai ex leghista, ha rotto gli indugi a inizio febbraio e fondato “Futuro Nazionale”, accusando Salvini di tradimento e promettendo una “destra vera, coerente, identitaria, forte, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura e contagiosa”. Insomma, tutto quello che la Lega di governo non è più, secondo lui.
E i numeri? Dipende da chi li fa. YouTrend, nel primo sondaggio dopo la scissione, gli attribuiva un bel 4,2%, pescando voti soprattutto da Fratelli d’Italia (-1,1%) e Lega (-0,9%). Altri istituti sono più cauti: Only Numbers lo dava all’1,6%, Piepoli al 2%, Lab21 all’1,7%. Ma il punto non è tanto la percentuale esatta quanto il messaggio politico: Vannacci sta erodendo consensi alla destra di governo, promettendo una linea identitaria senza compromessi. Il suo mantra è chiarissimo: “L’immigrazione di massa, anche quando non criminale, sgretola la compattezza di una civiltà”. E quando uno ti soffia consensi parlando di “destra moderata” come di un insulto, cosa fai? Semplice: ti metti la faccia dura.
Ed ecco che il blocco navale – pardon, l’interdizione selettiva delle acque territoriali – diventa il perfetto antidoto elettorale. Non importa se dal punto di vista del diritto internazionale non è un vero blocco navale. Non importa se gli esperti di diritto costituzionale come il professor Luca Masera di ASGI sollevano profili di illegittimità: definizioni troppo generiche, violazione di trattati internazionali, incompatibilità con l’accordo Albania che prevede solo navi italiane. Importa il messaggio: siamo duri, siamo coerenti, non molliamo. Guardate, cari elettori tentati da Vannacci: anche noi sappiamo fare la faccia cattiva.
Il problema è che questo “blocchetto navale” – così ridimensionato, così domestico – sembra più un placebo elettorale che una vera misura di politica migratoria. È il classico della campagna elettorale, quello che tiri fuori quando devi dimostrare di essere “vero” e “identitario” senza però rischiare troppo con il diritto internazionale e il Quirinale. E non è escluso che anche per questo nuovo provvedimento sull’immigrazione si renda necessaria un’interlocuzione con Mattarella e i suoi consiglieri, vista la delicatezza della materia.
In fondo, è una ricetta collaudata. Quando la destra si sente minacciata sulla destra, tira fuori i classici: sicurezza, immigrazione, blocco navale. Non importa se poi, una volta al governo, scopri che governare è più complicato che promettere. Non importa se i flussi migratori dipendono da dinamiche globali che un decreto non può controllare. Importa il simbolo. E il blocco navale – scusate, il “blocchetto” – è il simbolo perfetto: semplice, diretto, comprensibile. Dice: “Noi chiudiamo i porti, noi difendiamo i confini, noi siamo la destra vera”. Anche se nella pratica diventa un’interdizione temporanea decisa dal Consiglio dei Ministri su criteri vaghi, anche se dovrà passare dal Parlamento, anche se probabilmente finirà annacquata come tutte le promesse elettorali.
Mentre Vannacci promette battaglie alle Termopili (ha pure chiamato un gruppo locale “Dienece”, dal nome del soldato spartano che resistette alle Termopili), mentre Salvini lo accusa di ingratitudine, mentre Meloni cerca di tenere insieme una maggioranza sempre più nervosa e annuncia in tv che “arriva la prossima settimana un provvedimento interamente dedicato al tema dell’immigrazione, nel quale ci saranno norme molto importanti per fermare soprattutto l’immigrazione illegale”, il “blocchetto navale” galleggia nelle acque agitate della politica italiana.
È il classico intramontabile, l’evergreen della destra, il pezzo forte da tirare fuori quando bisogna ricompattare le truppe e mostrare i muscoli. Non importa se è costituzionalmente discutibile, internazionalmente problematico, praticamente complicato. Importa che sia elettoralmente utile. E in un paese dove la campagna elettorale è permanente, dove ogni mossa è calibrata sui sondaggi, dove Vannacci ti rosicchia consensi promettendo una “destra non moderata” (con una fiducia personale che varia dal 14% al 26% a seconda dei sondaggi, ma comunque significativa nella sua base), beh, il blocchetto navale è proprio quello che ci vuole.
Piccolo, portatile, simbolico. Come quei souvenir turistici che compri e poi dimentichi in un cassetto. Ma intanto hai dimostrato di esserci stato. E soprattutto hai dimostrato agli elettori che, anche tu, come Vannacci, sei capace di promettere la luna. O almeno un bel blocco navale vintage.
“E vissero tutti felici e contenti.”
Almeno fino al prossimo sondaggio.
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