Memoria e Futuro
Il conto aperto di Putin
Sono in Vietnam in questi giorni, e ho appena visitato il museo della guerra a Ho Chi Minh City. Difficilmente esiste un posto al mondo capace di rendere così fisicamente comprensibile quello che stiamo vivendo adesso, osservando quanto accade in Ucraina come a Gaza. Quelle fotografie, quelle divise, quei volti: tutto nelle stanze del museo parla di una guerra persa non solo e non tanto sul campo, ma nella coscienza collettiva di un paese democratico che aveva smesso di credere in quello che stava facendo. Ed è impossibile, uscendo da quelle sale, non pensare ai conflitti di oggi.
La domanda che viene naturale è: perché la Russia non rischia (a oggi) la stessa fine degli americani in Vietnam?
Il Vietnam gli americani lo persero anche nei salotti di casa. Gli Stati Uniti vi combatterono per vent’anni, dal 1955 al 1975, con un coinvolgimento diretto massiccio a partire dal 1965, e in quel decennio di guerra aperta consumarono non solo cinquantottomila vite americane ma l’intera fiducia pubblica nell’istituzione militare e nella classe politica che quella guerra aveva voluto. Ogni sera dalla metà degli anni sessanta, la televisione portava a casa le bare, le immagini dei bambini bruciati dal napalm, i corpi abbandonati nella giungla. Fu quella pressione continua, accumulata per anni nell’opinione pubblica, a rendere politicamente insostenibile la continuazione del conflitto — non soltanto una sconfitta militare decisiva sul terreno. La stessa dinamica si ripeté, una generazione e mezza dopo, in Afghanistan.L’Unione Sovietica vi rimase intrappolata per dieci anni, dal 1979 al 1989, logorando uomini e risorse fino a che Gorbaciov non decise che il prezzo era diventato insostenibile — anche perché la glasnost stava permettendo, per la prima volta, che le perdite diventassero argomento di discussione pubblica. Gli americani ci tornarono vent’anni dopo, nel 2001, e ci rimasero fino al 2021: altri venti anni, la stessa durata del Vietnam, con la stessa conclusione.
La Russia di Putin non ha (ancora) questo problema, e questo è il punto che molti analisti faticano ancora ad articolare con chiarezza. La presa dell’autocrazia permette alla guerra di continuare a logorarsi nonostante i costi umani ed economici enormi: il dissenso non è tollerato, le bare tornano a casa in silenzio, le famiglie ricevono pressioni informali a non parlare. Le stime sulle perdite russe variano da cinquecentomila a un milione tra morti e feriti — numeri che in qualsiasi sistema democratico avrebbero già prodotto una crisi politica devastante. In Russia producono, al massimo, un’ansia diffusa che rimane senza voce. Non esiste un Walter Cronkite russo che possa dire in televisione che quella guerra è perduta. Non esiste un movimento pacifista che possa scendere in piazza senza rischiare l’arresto. Non esiste un’elezione tra sei mesi in cui qualcuno debba spiegare ai propri elettori perché i loro figli muoiono nel Donbass.
Di più. C’è una dimensione ulteriore, che rende il vantaggio russo ancora più sofisticato: la propaganda che Mosca non fa dentro i propri confini, ma fuori. Mentre in Russia il controllo dell’informazione è brutale e diretto — leggi, arresti, censura — in Occidente il Cremlino ha scelto uno strumento più sottile e per certi versi più efficace: l’inquinamento del dibattito democratico. Canali come RT, reti di siti pseudogiornalistici, account coordinati sui social media, finanziamenti opachi a partiti e movimenti di estrema destra e di estrema sinistra in Europa e negli Stati Uniti: tutto concorre a seminare dubbi, ad alimentare la narrativa che questa guerra sia colpa della NATO, che l’Ucraina non valga i soldi che le stiamo mandando, che la pace si faccia cedendo territori. È una strategia che sfrutta precisamente la vulnerabilità delle democrazie: la libertà di parola, il pluralismo dell’informazione, la stanchezza dell’opinione pubblica. Gli americani avevano perso il Vietnam anche perché qualcuno in casa propria aveva smesso di credere che valesse la pena combatterlo. Putin ha capito che non è necessario aspettare che quella stanchezza arrivi da sola — si può accelerarla, coltivarla, finanziarla. E in diversi paesi europei, con governi sempre più tiepidi sul sostegno a Kyiv, si vedono da tempo già i frutti di questo lavoro.
Quello che si registra in Russia è ciò che gli analisti hanno cominciato a chiamare “consenso riluttante”, — un supporto alla guerra che rimane stranamente stabile nonostante le sconfitte, e che quando subisce scosse come l’incursione ucraina a Kursk si ricompatta nel giro di poche settimane — che è un meccanismo di smorzamento del dissenso che le democrazie semplicemente non possiedono (e che qualche leader occidentale invidia a Putin). È una differenza strutturale, non di grado.
Il parallelo con Israele lo rende ancora più chiaro, perché va in direzione contraria. Israele è una democrazia rumorosa, con stampa libera, opposizione combattiva, piazze che si riempiono. La guerra a Gaza ha prodotto crisi di governo, manifestazioni di massa, lacerazioni profonde. Eppure Israele ha continuato a combattere. La spiegazione non contraddice la tesi: il 7 ottobre era un attacco al territorio nazionale, un trauma esistenziale collettivo, l’equivalente emotivo di Pearl Harbor. Non una guerra di scelta lontana, ma una guerra percepita come necessaria per la sopravvivenza stessa. Ed è significativo notare che anche lì, con il passare dei mesi, il logoramento del consenso interno è diventato progressivamente visibile e politicamente rilevante — dimostrando che il meccanismo democratico alla fine lavora sempre, anche quando parte da un trauma profondo.
C’è però una contraddizione storica che vale la pena non glissare. L’Unione Sovietica perse il suo Afghanistan, e lo perse anche perché Gorbaciov stava aprendo crepe nel sistema — la glasnost permetteva, seppur parzialmente, che le perdite diventassero argomento di discussione pubblica. Putin ha studiato quella sconfitta con attenzione chirurgica. Il sistema che ha costruito è molto più impermeabile, e capire cosa pensano davvero i russi è quasi impossibile: in un’autocrazia, la pressione sociale a dire ciò che ci si aspetta da te rende qualsiasi sondaggio sostanzialmente inattendibile.
Tutto questo porta a una proiezione sul futuro prossimo che sembra quasi ovvia una volta formulata: cosa trattiene Trump dall’attaccare l’Iran? La risposta, guardando la storia da questa prospettiva, è esattamente lo stesso meccanismo. Trump governa una democrazia, e sa — o dovrebbe sapere — che una guerra con l’Iran non sarebbe il Vietnam, sarebbe peggio. L’Iran non è l’Iraq di Saddam, non collassa in tre settimane. Sarebbe un conflitto lungo, costoso, con perdite reali e visibili, e con un prezzo politico interno che crescerebbe settimana dopo settimana. Nessun sistema democratico riesce a sostenere una guerra d’aggressione lontana senza un consenso solido e duraturo, e quel consenso non esiste. Non lo aveva per l’Iraq nel 2003, non lo ha per l’Iran oggi. Le basi americane nel Golfo, i portaerei, la retorica muscolare sono strumenti di deterrenza e pressione, ma uno sbarco o un’escalation diretta aprirebbe una voragine politica interna che nessun presidente americano può permettersi, Trump incluso — forse Trump soprattutto, dato che la sua base elettorale ha votato anche per chi prometteva meno guerre, non più.
La grande ironia della storia che si intravede passeggiando per il museo di Ho Chi Minh City è questa: le democrazie sono vulnerabili nelle guerre lunghe perché hanno bisogno del consenso, e quella vulnerabilità le costringe spesso alla prudenza. Le autocrazie sembrano invincibili perché non pagano quel prezzo nel breve periodo, ma storicamente finiscono quasi sempre per pagarlo tutto insieme, in una volta sola, quando il sistema che le reggeva smette di funzionare. L’URSS ne è l’esempio più eloquente. La domanda aperta — e nessuno ha ancora una risposta convincente — è se Putin abbia costruito qualcosa di abbastanza solido da resistere al logoramento, o se stia semplicemente spostando in avanti una resa dei conti che nessun regime autoritario è mai riuscito davvero a evitare.
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