Memoria e Futuro
Il correttore di bozze
C’è un nuovo personaggio ricorrente nella vita istituzionale italiana: l’inquilino del Quirinale nei panni del severo professore di diritto costituzionale che deve correggere i compiti a casa del governo Meloni. Un compito certamente non previsto dalla Carta Costituzionale. E non si tratta di una tantum, ma di una prassi che sta diventando quasi una tradizione. Gli ultimi episodi di questi giorni sono emblematici. Prima il decreto Ponte sullo Stretto di Salvini, poi il decreto Sicurezza: in entrambi i casi, il presidente Mattarella ha dovuto tirare fuori la penna rossa e cancellare intere parti dei provvedimenti. Come un insegnante esasperato che si chiede: “Ma le basi del diritto costituzionale le avete studiate oppure no?”
Il caso del decreto Ponte è forse il più gustoso. Salvini aveva architettato un ingegnoso sistema per sbloccare l’opera: un super-commissario nella persona dell’amministratore delegato della Stretto di Messina Pietro Ciucci, poteri straordinari degni di un’emergenza nazionale, e soprattutto – ciliegina sulla torta – paletti ai controlli della Corte dei Conti e uno scudo sul danno erariale. Una governance straordinaria per un’opera che, a differenza di un terremoto o delle Olimpiadi, non ha esattamente carattere d’urgenza: i lavori nemmeno sono iniziati e la luce si vedrà – forse – nel 2033.
Il Quirinale ha fatto notare gentilmente che forse era il caso di rivedere tutto. Il testo accentuava la dimensione straordinaria della governance dell’opera con norme ad hoc su un’unica infrastruttura, un commissario esterno al ministero, e un ruolo della Corte dei Conti ridimensionato. Traduzione: volevate meno controlli spacciandoli per più controlli, su un’opera da 14 miliardi di euro. Il presidente ha tagliato tutto con un colpo di stilografica.
La scena si è consumata il 4 febbraio 2026 nel silenzio ovattato del Quirinale, con Salvini che sale al Colle per un colloquio cordiale. Dodici ore dopo, il decreto prende una curva brusca. Sparisce il super-commissario Ciucci, spariscono i paletti alla Corte dei Conti, la regia torna al ministero. Salvini ha spiegato candidamente che non c’è mai stata nessuna norma che limitava i poteri della Corte dei Conti. Un capolavoro di understatement: è come dire che quella norma che limitava i poteri della Corte dei Conti non è mai esistita, anche se era proprio lì nel testo originario. Peccato che tutti abbiano visto le bozze che, come spesso accade, vengono fatte girare in anticipo, anche per saggiare le reazioni.
Ma il decreto Ponte è solo l’antipasto. Il vero piatto forte sono le ripetizioni sul decreto Sicurezza, dove il governo ha dimostrato una creatività normativa degna di miglior causa. Qui i rilievi del Quirinale sono stati talmente numerosi che Palazzo Chigi e il Colle hanno dovuto organizzare un vero e proprio ping-pong istituzionale: il sottosegretario Mantovano al Quirinale, riunioni tecniche, interlocuzioni proficue (leggi: cazziati per bene).
Il governo voleva introdurre il fermo preventivo di 12 ore per chi sembra pericoloso durante i cortei. Il Colle ha evidenziato che un cittadino non può essere trattenuto dalla polizia solo per un atteggiamento sospetto. Servono elementi concreti, oggettivi. Sorpresa! Le basi del garantismo costituzionale vengono spiegate agli studenti del primo anno di giurisprudenza, ma evidentemente al governo serviva un ripasso. Lo stesso governo, ricordiamolo sempre, ha steso e fatto approvare a maggioranza blindata una riforma costituzionale pregna di garantismo (a detta loro).
Poi c’era lo scudo penale per le forze dell’ordine: un registro separato per chi agisce in legittima difesa, una sorta di fast track giudiziaria. Il Quirinale ha sottolineato che tali garanzie devono essere estese a tutti i cittadini, rispettando il principio di uguaglianza di fronte alla legge. Altra lezione di base che si studia alle scuole medie nell’ora di educazione civica: non si possono avere cittadini di serie A e di serie B davanti alla legge. Il ministro Nordio si è affrettato a precisare in conferenza stampa: “Non è uno scudo penale, qui l’impunità non c’è per nessuno”. Certo, come no. È solo un registro separato. Sapete, come quello delle unioni civili nei comuni: non è un matrimonio, è solo un’altra cosa che però ti dà gli stessi diritti, anzi no, aspetta. Insomma, capisci che non è la stessa cosa perché è separato.
La logica è impeccabile: se crei un percorso giudiziario a parte per le forze dell’ordine che agiscono in legittima difesa, con un registro diverso e procedure accelerate, non è uno scudo penale. È solo… come dire… una corsia preferenziale nella giustizia. Un fast pass per il processo. Una prelazione giudiziaria. Insomma, tutto tranne uno scudo. Nordio ha spiegato che serve a evitare che l’avviso di garanzia diventi una “condanna anticipata”. Nobile intento, peccato che il problema riguardi tutti i cittadini italiani, non solo le forze dell’ordine. Ma evidentemente alcuni sono più uguali di altri davanti alla legge. O meglio: sono uguali, solo che hanno un registro separato. Che non è affatto uno scudo. È solo separato. Capito? Separato ma uguale. Dove l’abbiamo già sentita questa formula?
Il bello è che tutto questo teatro si ripete con una regolarità da metronomo. A inizio febbraio 2026 è toccato sia al decreto Ponte che al decreto Sicurezza. Due per due: entrambi i provvedimenti hanno dovuto fare il giro del Quirinale per essere corretti, limati, rielaborati. È come se il governo avesse instaurato un servizio di correzione permanente con il Colle.
La cosa più divertente è il linguaggio della diplomazia istituzionale. Piantedosi ha dichiarato che l’interlocuzione con il Quirinale è stata sempre molto proficua e che ci sono state giuste sottolineature. In realtà significa: ci hanno fatto notare che quello che avevamo scritto violava la Costituzione e abbiamo dovuto riscrivere tutto. Meloni parla sempre di dialogo costruttivo, di serrato confronto preventivo con il Quirinale. Traduzione: il Colle ci ha bloccato prima che facessimo una figura barbina nazionale.
Il vero nodo è che queste norme spuntano all’ultimo momento, scritte di fretta. La norma antimafia del decreto Ponte è apparsa poche ore prima della riunione del Consiglio dei ministri. Non era nemmeno nel testo inviato preventivamente al Quirinale. È il metodo dell’inserimento a sorpresa, stile vediamo se passa, tanto se ci becca Mattarella correggiamo.
E quando il Quirinale boccia, parte la narrativa della vittoria morale. Salvini e i suoi sostengono che il testo esce come era stato proposto sin dall’inizio, dimenticando opportunamente che tra la prima bozza e la versione finale mancano interi articoli, commissari, scudi e deroghe varie. È come dire che il compito è identico, solo che abbiamo tolto tutti gli errori segnati in rosso dal professore.
La cosa tragicomica è che ogni volta si ripete lo stesso copione: grande annuncio in conferenza stampa, bozza scritta di fretta, invio al Quirinale, rilievi costituzionali, riscrittura notturna, conferenza stampa finale dove si fa finta che tutto sia andato secondo i piani. Un Giorno della Marmotta istituzionale.
Verrebbe da suggerire al governo di istituire un nuovo Ministero delle Ripetizioni al Quirinale, con un sottosegretario dedicato esclusivamente a fare la spola tra Palazzo Chigi e il Colle per aggiustare le norme prima che vengano pubblicate. Risparmieremmo tempo, figure barbine e pagine di Gazzetta Ufficiale da riscrivere.
Il punto è che il governo Meloni sembra aver sviluppato una peculiare concezione del processo legislativo: prima si annuncia in pompa magna sui social e in conferenza stampa, poi si scrive il decreto di fretta la sera prima, poi si vede cosa dice il Quirinale, poi eventualmente si corregge. Una sorta di legislazione per tentativi ed errori, dove il Colle fa da beta tester costituzionale.
Il problema è che questa non è la scuola guida della democrazia, dove si può sbandare un po’ durante le prime lezioni. Qui si scrivono leggi dello Stato, si toccano diritti fondamentali, si modificano i codici. Forse un minimo di studio preventivo, di consultazione dei costituzionalisti, di lettura delle sentenze della Corte, non guasterebbe.
Invece no: avanti tutta con le idee più creative, tanto poi c’è sempre Mattarella a fare da argine. Il presidente della Repubblica trasformato in un correttore di bozze h24, costretto a spiegare per l’ennesima volta che la Costituzione non è un optional e che le norme devono avere un senso giuridico prima che propagandistico.
Ma forse è chiedere troppo. Dopotutto, studiare prima di scrivere una legge è così vintage, così Novecento. Molto meglio il metodo pubblichiamo e vediamo che succede. Se c’è un problema, ci pensa il prof Mattarella. Tanto lui è sempre lì, pronto con la penna rossa, a correggere i compiti a casa di un governo che evidentemente ha saltato troppe lezioni di diritto costituzionale.
E così, mentre Meloni rivendica la sua strategia precisa e Salvini promette che chi sbaglia paga, l’unico che davvero sta pagando è il Quirinale, costretto a fare gli straordinari per salvare il governo da se stesso. Ripetizioni infinite, compiti da rifare, verifiche da ripetere. Se almeno ci fosse un miglioramento nel tempo. Ma no: febbraio 2026, stesso copione di sempre. Il governo scrive male, il Quirinale corregge, tutti fanno finta che sia andato tutto liscio.
Forse dovremmo istituire un voto di condotta per il governo. Con questa pagella, la bocciatura sarebbe garantita. Ma siccome qui non si boccia mai nessuno, continueremo così: ripetizioni al Quirinale, anno dopo anno, decreto dopo decreto. Fino alla fine dei tempi, o almeno fino alla fine della legislatura. E speriamo che Mattarella non si stanchi: senza di lui, chissà cosa approverebbero.
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