Memoria e Futuro

Il cross di Cassandra

di Marco Di Salvo 21 Gennaio 2026

Quando Silvio Berlusconi scese in campo nel 1994, una parte consistente dell’intellighenzia italiana lo dipinse immediatamente come una minaccia esistenziale alla democrazia. “Dittatura televisiva”, “conflitto d’interessi”, “derive autoritarie”. Trent’anni dopo, Donald Trump viene descritto negli Stati Uniti con lessico sorprendentemente simile: “fascista”, “autocrate”, “minaccia alla democrazia”. E quando Giorgia Meloni ha vinto le elezioni nel 2022, l’orchestra nazionale e internazionale ha ripreso la stessa sinfonia: “Il fascismo torna in Italia”, “La nipote di Mussolini”, “L’estrema destra al potere”.

Ma c’è un problema di fondo che accomuna Italia e Stati Uniti: quando ogni giorno è l’apocalisse, nessun giorno lo è davvero.

Sia in Italia che in America, l’opposizione liberal-progressista ha sviluppato una dipendenza da previsioni costantemente negative che crea una trappola psicologica insidiosa. Se si è sempre gridato al lupo, diventa impossibile distinguere il momento in cui il lupo arriva davvero. Berlusconi ha governato l’Italia per oltre nove anni. Trump ha vinto due elezioni. Meloni è al governo da oltre tre anni. In nessuno di questi casi le previsioni più fosche si sono materializzate: l’Italia non è diventata una dittatura, le elezioni americane non sono state sospese, Meloni non ha instaurato un regime fascista.

Il meccanismo è lo stesso su entrambe le sponde dell’Atlantico: non si fanno mai previsioni concrete e verificabili. “Berlusconi controllerà tutto” – cosa significa esattamente? In che data? Con quali parametri misurabili? “Trump distruggerà la democrazia” – quando? Come? “Meloni cancellerà i diritti” – quali diritti? Entro quando? Questa vaghezza non è un difetto, è una caratteristica. Permette di rivendicare sempre di aver avuto ragione: qualsiasi cosa negativa accada conferma la narrazione apocalittica, tutto ciò che va meglio del previsto viene ignorato o minimizzato.

Con Meloni il copione si è ripetuto in modo quasi grottesco. Prima delle elezioni, i media internazionali prevedevano l’apocalisse: uscita dall’euro, rottura con l’UE, repressione dei diritti civili, censura, autoritarismo. Tre anni dopo, Meloni si è costruita l’immagine di uno dei leader europei più affidabili da Bruxelles (mentre i leader europei sono in affanno), ha mantenuto l’Italia salda nell’alleanza atlantica (quasi da ancella trumpiana nell’ultimo anno), non ha toccato i diritti conquistati (anche perché le strette sicuritarie annunciate hanno lasciato il tempo che trovano). Certo, ci sono politiche discutibili – l’immigrazione, alcune nomine RAI, certi toni – ma siamo lontani anni luce dall’apocalisse annunciata. Eppure l’opposizione italiana continua a descriverla come una minaccia esistenziale, esattamente come faceva con Berlusconi, esattamente come l’opposizione americana fa con Trump.

Ma qui scatta il paradosso più perverso del catastrofismo permanente: a forza di gridare al lupo, si abitua la gente ad accontentarsi della volpe. Quando per anni hai descritto ogni governo di centrodestra come l’incarnazione del Male assoluto, quando hai paragonato Berlusconi a Mussolini e Meloni a Hitler, crei un effetto di assuefazione devastante. Gli elettori pensano: “Hanno detto che sarebbe stata la fine della democrazia, invece la vita continua più o meno come prima. Evidentemente esageravano”. E così abbassano gli standard di accettabilità.

Il conflitto d’interessi sistemico di Berlusconi, che in qualsiasi democrazia matura avrebbe dovuto essere uno scandalo definitivo, viene normalizzato. Le nomine clientelari, la degradazione del discorso pubblico, l’erosione della separazione dei poteri – tutto diventa accettabile perché “almeno non è la dittatura che avevano promesso”. Con Meloni succede lo stesso: le ingerenze sulla RAI, certi attacchi alla magistratura, l’uso spregiudicato dei decreti legge e l’assenza di confronto parlamentare con l’opposizione passano quasi inosservati. La gente si dice: “Avevano detto che avrebbe instaurato il fascismo, invece viaggiamo liberamente, parliamo liberamente, votiamo. Devono aver esagerato come al solito”.

Questo meccanismo psicologico è micidiale perché crea una scala mobile della normalità. Comportamenti che dieci o vent’anni fa sarebbero stati ritenuti inaccettabili diventano routine. Non perché siano meno gravi, ma perché il grido d’allarme costante ha svuotato di significato le parole. Quando chiami “fascista” chiunque, il vero rischio autoritario diventa invisibile. Quando ogni giorno annunci l’apocalisse, la lenta erosione delle istituzioni democratiche passa sotto il radar.

Negli Stati Uniti, i liberal della “Resistenza” che dipingevano Trump come minaccia esistenziale hanno poi negato l’evidenza che Biden fosse troppo anziano per governare, sabotando così le possibilità di batterlo. Con Meloni, l’opposizione italiana alterna tra il dipingerla come fascista pericolosa e il lamentarsi che sia troppo moderata e “non mantenga le promesse” ai suoi elettori – una contraddizione logica evidente.

Le azioni, poi, tradiscono le parole. Se davvero credi all’apocalisse, dovresti essere spietato nel trovare soluzioni efficaci. Invece, in entrambi i paesi, l’opposizione si è cullata in una posa morale che privilegia il sentirsi dalla parte giusta rispetto al vincere concretamente. In Italia questo ha significato vent’anni di centrosinistra incapace di costruire un’alternativa credibile a Berlusconi, poi l’incapacità di capitalizzare i governi Conte e Draghi, infine la débâcle contro Meloni. In America ha significato perdere due elezioni su tre contro un candidato oggettivamente battibile.

Questo non significa che Berlusconi, Trump o Meloni non abbiano fatto danni reali. Li hanno fatti. Ma c’è una differenza cruciale tra analizzare lucidamente i rischi e gridare costantemente all’apocalisse. Il vero rischio viene sottovalutato proprio perché tutto viene costantemente sopravvalutato. Quando in Italia si gridava ogni giorno alla “dittatura berlusconiana” mentre si compravano appartamenti e si andava in vacanza come sempre, il messaggio perdeva credibilità. Quando ogni singola mossa di Trump viene descritta come “fascismo”, le vere minacce – l’attacco alle istituzioni elettorali del 6 gennaio, la corruzione sistemica – si perdono nel rumore. Quando Meloni viene paragonata a Mussolini per una boutade o una polemica televisiva, si banalizza il vero fascismo storico e si perde la capacità di distinguere tra politiche di destra discutibili e vera deriva autoritaria.

In entrambi i paesi, l’opposizione ha mostrato una spettacolare mancanza di focus strategico. In Italia ci si concentrava sulle barzellette di Berlusconi invece che sulle politiche concrete. Con Meloni ci si indigna per i suoi post su X o per le polemiche culturali invece che per le nomine negli enti pubblici o l’assenza di scelte economiche strutturali. In America lo scandalo Epstein risucchia ossigeno mediatico che dovrebbe andare alle politiche monetarie o sanitarie. Il pattern è identico: massima attenzione alle storie che generano indignazione emotiva, minima attenzione alle questioni che avranno conseguenze strutturali di lungo periodo.

L’ironia è che la risposta efficace è sempre stata sotto gli occhi di tutti: si batte un populista governando meglio, non urlando più forte. Berlusconi è caduto quando l’economia è crollata e ha perso la fiducia dei mercati, non per le manifestazioni. Trump è oggi impopolare nonostante un’economia decente. Meloni resta forte perché l’opposizione appare divisa, nostalgica, incapace di proporre un’alternativa credibile – non perché gli italiani amino il fascismo.

Ma governare meglio richiede disciplina, competenza, capacità di fare scelte impopolari. È più difficile che gridare all’apocalisse. È meno gratificante emotivamente. Richiede, soprattutto, di fare previsioni concrete e misurabili, di assumersi responsabilità verificabili. Se dici “tra sei mesi l’inflazione sarà sotto il 3%” e poi non succede, hai sbagliato in modo verificabile. Se dici “Meloni è fascista” o “Trump è un autocrate”, puoi sempre sostenere di aver avuto ragione qualunque cosa accada.

Italia e Stati Uniti hanno percorso strade parallele: populisti mediatici che hanno vinto perché l’establishment aveva perso credibilità, opposizioni che hanno reagito con isteria morale invece che con lucidità strategica, previsioni apocalittiche esagerate che hanno impedito di vedere i danni reali. Il catastrofismo costante non è un’arma contro i populisti, è il loro miglior alleato. Permette loro di presentarsi come vittime di un’élite isterica, conferma la narrazione che “quelli non ci capiscono”, giustifica qualsiasi comportamento come legittima difesa.

Se vuoi davvero battere Trump, Meloni o i loro epigoni, devi smettere di gridare al lupo e iniziare a costruire un recinto migliore. Meno “Resistenza” maiuscola, più competenza concreta. Meno identità tribale, più risultati misurabili. Ma questo richiederebbe ammettere che forse gridare ogni giorno all’apocalisse mentre si perde ogni elezione non è la strategia vincente che pensavamo fosse. Anzi, permette all’avversario di andare sempre in gol. Come un cross di Saelemaeker.

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