Memoria e Futuro
Il melo marcio
C’è una frase che torna puntuale, in Italia, ogni volta che un uomo in divisa finisce sui giornali per le ragioni sbagliate. La pronunciano i questori, i comandanti, i ministri, i portavoce. A volte la pronunciano gli stessi colleghi dell’indagato, davanti alle telecamere, con la mascella stretta e lo sguardo fermo. La frase è sempre la stessa: “la mela marcia”. L’eccezione. Il singolo deviante in un corpo sano. Il prezzo inevitabile di ogni grande organizzazione umana.
È una delle retoriche più rodate e, temo, più false del nostro tempo.
Perché se ogni scandalo produce la sua mela marcia, se ogni abuso genera il suo caso isolato, a un certo punto bisogna smettere di guardare le mele e iniziare a guardare il frutteto. Il suolo. Le radici. Il sistema di incentivi, di omertà interna, di solidarietà di corpo che trasforma la devianza da eccezione in norma tollerata — e che permette a un agente di essere conosciuto nell’ambiente come Thor, di girare con un martello, di estorcere cocaina e denaro agli spacciatori di Rogoredo per anni, mentre i colleghi presenti la notte dell’omicidio confermano la sua versione falsa davanti agli inquirenti. O che permette a ventuno persone in divisa — tra Polfer e carabinieri — di presentarsi a turno al COIN della stazione Termini a ritirare le borse già pronte, le giacche già scelte, i profumi già impacchettati, per mesi, con la naturalezza di chi sa che nessuno guarderà. Non colpi di testa: ritmi. Consuetudini. Pratiche trasmesse e condivise.
La stampa italiana, di fronte a questo, risponde nel modo che le è più congeniale: il caso. La vicenda. Il dettaglio pittoresco — il soprannome Thor, il calendario dell’Arma consegnato come mancia, la villa a Fregene dove uno dei condannati per l’omicidio di Mario Cerciello Rega ha ottenuto i domiciliari dodici giorni dopo la sentenza — da consumare nel giro di qualche giornata prima di passare al prossimo. I giornali di destra costruiscono la difesa corporativa. Quelli di sinistra evocano Genova 2001. Quelli che si definiscono indipendenti costruiscono il commento equilibrato, con la citazione del sindacato di polizia da una parte e quella dell’associazione antimafia dall’altra. Quasi nessuno si ferma a costruire la domanda: come è possibile che questo accada, sistematicamente, in contesti diversi, in città diverse, in corpi diversi? La decontestualizzazione è funzionale — permette di trattare ogni episodio come se fosse il primo, come se non esistesse un pattern riconoscibile, come se la casistica fosse una serie di sfortune invece che un segnale.
La politica fa di peggio, e lo fa con una coerenza trasversale che attraversa destra e sinistra senza distinzioni degne di nota. A destra, ogni scandalo che coinvolge le forze dell’ordine produce una reazione a pinza: prima la solidarietà corporativa — “aspettiamo la sentenza”, “non generalizziamo”, “la stragrande maggioranza lavora con onestà e dedizione” — poi, se la posizione diventa insostenibile, lo scarico sull’individuo. La mela marcia. A sinistra, ogni scandalo diventa un’occasione per evocare lo Stato di polizia, il fascismo, il 1968, in un cortocircuito che trasforma un problema concreto di accountability istituzionale in un conflitto identitario. Il risultato, paradossalmente, è lo stesso: nessuna riforma strutturale, nessun meccanismo di controllo esterno davvero indipendente, nessuna cultura della trasparenza che penetri nelle organizzazioni dall’interno. Anzi, ogni occasione è buona per ribadire che nulla verrà fatto per garantire l’impunità a chi veste la divisa.
C’è una domanda che tutta questa retorica — quella istituzionale, quella giornalistica, quella politica — serve precisamente a non fare. Non “chi ha sbagliato”, ma “cosa rende possibile che si sbagli così, così spesso, così impunemente.” La risposta richiederebbe di guardare le strutture. E guardare le strutture significa, prima di tutto, chiedersi per chi e per cosa queste istituzioni sono state costruite — perché le organizzazioni non nascono neutre, e le loro origini non smettono mai del tutto di abitarle.
La polizia moderna, nella forma in cui oggi la conosciamo, nasce in Europa tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. La genealogia è istruttiva. In Francia il modello prende forma sotto Napoleone: la gendarmeria nasce come corpo militare con funzioni di controllo del territorio, progettata per estendere l’autorità dello Stato centrale nelle campagne e reprimere il dissenso. Quando questo modello viene esportato in Italia durante le occupazioni napoleoniche, trova un terreno già preparato: i Carabinieri, fondati nel 1814 come corpo del re sabaudo, ne sono la diretta eredità istituzionale. Il primo articolo della legge istitutiva della Pubblica Sicurezza italiana, del 1848, fissa i compiti del nuovo corpo nel “vegliare e provvedere preventivamente all’ordine e all’osservanza delle leggi nell’interesse sì pubblico che privato.” Una formulazione che dice già tutto: l’ordine prima, i diritti dopo — anzi, i diritti come corollario dell’ordine, non come suo fondamento. Non è un caso che il termine “Polizia” dovette essere sostituito con “Pubblica Sicurezza” proprio perché, come annotano le cronache dell’epoca, evocava nell’opinione pubblica “sentimenti di ostilità rievocando antiche prepotenze e abusi.” Il nome cambiava. La struttura no.
Nel Regno Unito, la Metropolitan Police di Sir Robert Peel nasce nel 1829 con una missione che la vulgata vuole civile e progressista — il “bobby” londinese disarmato e amichevole, contrapposto alle brutalità continentali. Ma anche qui, sotto la superficie, la funzione è quella di proteggere la proprietà e gestire il disordine sociale prodotto dall’industrializzazione. Peel lo scrisse senza infingimenti: la polizia serve a “mantenere l’ordine pubblico” — vale a dire, a garantire che le tensioni generate dalla miseria operaia non diventassero conflitto politico.
Negli Stati Uniti la storia è ancora più esplicita, perché le contraddizioni sono più crude e meno ammantate di retorica civile. Nel Sud degli stati schiavisti, le “slave patrols” — le pattuglie schiaviste istituite in South Carolina nel 1704 e poi diffuse in tutta la nazione — avevano il compito di sorvegliare gli schiavi, catturare quelli che fuggivano e sedare ogni forma di ribellione. Non si tratta di una metafora o di una forzatura interpretativa: è l’atto costitutivo documentato della polizia americana meridionale. Quando la guerra civile abolì la schiavitù, quelle strutture non sparirono — si trasformarono, cambiarono nome, ottennero divise e stipendi pubblici, e continuarono a svolgere funzioni di controllo razziale attraverso i “Black Codes” e poi le leggi Jim Crow, applicando per conto dello Stato una gerarchia sociale che era rimasta intatta nella sostanza.
Nel Nord industrializzato, la genesi fu diversa ma la logica analoga. La polizia nacque come corpo costituito dalle élite bianche in risposta agli scioperi della classe operaia, composta in particolare da immigrati europei, come strumento di oppressione delle fasce più povere della popolazione. Quando la polizia locale mostrava troppa simpatia verso i lavoratori — spesso perché ne condivideva l’estrazione — i proprietari delle miniere e delle fabbriche si rivolgevano ai Pinkerton: un’agenzia investigativa privata il cui motto era “We Never Sleep” e il cui logo era un occhio aperto, e il cui vero mestiere era infiltrare i sindacati, spezzare gli scioperi e, quando necessario, sparare. La Coal and Iron Police perpetrò numerose atrocità, tra cui il massacro di Latimer del 1897, in cui furono uccisi 19 minatori disarmati e feriti altri 32. Quando anche i Pinkerton si rivelarono insufficienti di fronte a un movimento operaio organizzato — dopo lo sciopero di Homestead del 1892, dove i lavoratori delle acciaierie li sconfissero — i padroni decisero che era venuto il momento di pagare le tasse per finanziare una forza di polizia pubblica ben equipaggiata, in grado di reprimere. La risposta alla sfida di un corpo democraticamente responsabile fu la “professionalizzazione” — trasformare la polizia in un ramo del servizio civile non direttamente responsabile nei confronti delle legislature elette. La polizia pubblica, in altre parole, nasce negli Stati Uniti in parte come soluzione al problema che la polizia privata non riusciva più a gestire da sola.
Tutto questo non è storia remota che non ci riguarda. È il DNA strutturale di istituzioni che continuano a operare con quelle stesse logiche di fondo: controllo del disordine, protezione della proprietà, gestione delle classi subalterne — con la differenza che nel frattempo si è aggiunto il vocabolario dei diritti, della sicurezza pubblica, del servizio al cittadino. Un vocabolario che non è falso in assoluto — ci sono agenti e carabinieri che lo incarnano davvero, ogni giorno, spesso rischiando la vita — ma che convive con strutture di potere, culture interne e meccanismi di incentivo che non sono stati toccati da quel vocabolario, e che continuano a produrre gli stessi risultati.
Quando Cinturrino, alla fine, ha chiesto scusa, lo ha fatto rivolgendosi a chi indossa la divisa. Non alla famiglia della vittima, non alla comunità che aveva giurato di proteggere: all’istituzione. E il suo avvocato ha aggiunto, come se fosse un dettaglio capace di cambiare il peso delle cose, che il suo assistito prega per la vittima. È il complemento naturale della retorica della mela marcia: dopo lo scarico sulla devianza individuale, arriva la redenzione individuale. La preghiera. Il rimorso privatizzato, consumato in silenzio, che non chiede nulla a nessun altro e non produce nessuna conseguenza pubblica. Il sistema rimane intatto, la struttura non viene toccata, e la mela — pentita, orante — viene rimossa dal cesto perché non contamini le altre.
La stessa istituzione che Cinturrino aveva servito lo aveva tollerato per anni, sapeva, aveva sentito le voci e non aveva fatto niente. Era, in un certo senso, la chiusura perfetta del cerchio. Il frutteto che piange la mela, senza mai chiedersi come è diventata tale.
Il frutteto marcio non è un’accusa a ogni singolo frutticoltore. È una domanda sul suolo, sul clima, sulle condizioni che permettono alla muffa di prosperare indisturbata, anno dopo anno, città dopo città. Finché la risposta a quella domanda continua a essere “è solo una mela”, il prossimo boschetto aspetta già.
PS: i fatti citati sono al vaglio della magistratura o già oggetto di sentenze. Le persone indagate sono da ritenersi innocenti fino a sentenza definitiva.
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