Memoria e Futuro

Il garantismo in catene

di Marco Di Salvo 26 Gennaio 2026

È da quasi un mese che me lo ripeto. “Non intervenire sulla vicenda di Capodanno a Crans-Montana, lascia stare”. Avevo lasciato che le polemiche dei giornali italiani sugli “spiriti svizzeri troppo morbidi” nella gestione della discoteca Le Constellation scorressero via, accanto alle immagini strazianti di quei 40 giovani morti, sei dei quali italiani. Avevo assistito con un certo sollievo ai controlli serrati che nei giorni successivi hanno interessato i locali pubblici italiani, portando persino alla chiusura di discoteche storiche come il Piper a Roma – chiuso per sovraffollamento, modifiche strutturali non autorizzate, vie di fuga inadeguate, esattamente gli stessi problemi che avevano trasformato la festa di Capodanno svizzera in un inferno di fuoco. E anche al passare delle notizie su questi controlli con un certo understatment sui quotidiani.

Ma a un certo punto sono stato costretto a scrivere sulla vicenda, colpito da un aspetto che, se non fosse tragico, sarebbe quasi ridicolo: l’ennesima dimostrazione plastica di quanto nel nostro Paese il tema dei diritti processuali e della presunzione d’innocenza sia una questione legata esclusivamente alla parte politica che ci è più vicina, mai ai diritti nel senso più ampio del termine.

Dopo la scarcerazione di Jacques Morettì, proprietario del locale, rilasciato dietro pagamento di una cauzione di 200mila franchi, il governo italiano ha richiamato l’ambasciatore in Svizzera per consultazioni. Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vicepremier, si è trasformato improvvisamente in un fustigatore della magistratura svizzera: ha definito “inaccettabile” la scarcerazione, sostenendo che offende “non soltanto la memoria delle vittime e i feriti, ma il sentimento di tutto il popolo italiano”. Tajani, lo stesso che si presenta spesso come “persona ipergarantista”, ha attaccato duramente la magistratura cantonale, affermando che sarebbe “responsabile di un’inchiesta che fa buchi da tutte le parti” e che avrebbe permesso ai responsabili di “tentare la fuga e di inquinare le prove”.

Giorgia Meloni ha rincarato la dose con una nota ufficiale di Palazzo Chigi, parlando di “viva indignazione del Governo e dell’Italia” e definendo la decisione “una grave offesa e una ulteriore ferita inferta alle famiglie delle vittime”. L’Italia tutta, secondo Meloni, “chiede a gran voce verità e giustizia”.

Niente di strano, per quanto la riguarda. Perché la stessa Meloni che oggi parla di “verità e giustizia” negata dalle autorità svizzere è quella che ha fatto dell’ergastolo ostativo e del “carcere duro” uno dei suoi cavalli di battaglia. È la leader che ha costruito la propria narrativa sulla necessità di mantenere “i mafiosi in carcere” senza possibilità di benefici penitenziari, anche dopo decenni di detenzione. E che pensa di risolvere il problema del sovraffollamento alla carcere con la costruzione di nuove carceri e tiene come sottosegretario alla giustizia un soggetto che, ogni volta che può, festeggia il peggioramento delle condizioni di detenzione, si tratti di inasprimenti di pena o di metti di trasporto più coercitivi.

E poi c’è Matteo Salvini, ministro dei Trasporti, che sulla vicenda ha condiviso la notizia della scarcerazione commentando con un’unica parola: “Vergogna!”. Il Salvini che si bea dei selfie fatti con Tommy Robinson, pregiudicato britannico, nel tentativo di tamponare il rischio di sorpasso a destra del futuro possibile partito del generale Vannacci. Lo stesso Salvini che, quando la procura di Palermo ha chiesto sei anni per il caso Open Arms, si è proclamato “colpevole di aver difeso l’Italia” denunciando un processo politico. Allora la presunzione d’innocenza era sacra, la separazione dei poteri inviolabile. Ma quando si tratta di un imprenditore francese accusato in una tragedia con vittime italiane, tutto cambia: la scarcerazione diventa scandalo, la presunzione d’innocenza svanisce.

Il leader leghista ha costruito la propria fortuna sulla retorica dei “porti chiusi” e della tolleranza zero. Quando si parlava di migranti bloccati in mare, di richiedenti asilo da respingere, non c’era spazio per tutele processuali, solo per la difesa dei “confini della Nazione”. Le sue dichiarazioni sui detenuti immigrati, i suoi tweet sprezzanti verso chi finisce nelle maglie della giustizia, rappresentano un catalogo perfetto di come il tema dei diritti venga brandito solo quando fa comodo.

Ma c’è un aspetto ancora più inquietante nella vicenda svizzera. L’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado ha ammesso di aver avuto, il 12 gennaio, un incontro informale con la procuratrice generale del Canton Vallese, in cui ha “ribadito le vive aspettative dell’Italia tutta”. La procuratrice Béatrice Pilloud ha risposto pubblicamente di non voler “cedere a un’eventuale pressione delle autorità italiane”.

Ma… Jacques Morettì non è stato arrestato immediatamente dopo la tragedia, ma solo il 9 gennaio, una settimana dopo i fatti. Le pressioni del governo italiano (e non solo italiano) nei giorni successivi alla strage, veicolate non solo attraverso l’ambasciatore, ma per mezzo dei mass media e amplificate dai tweet infuocati dei leader, hanno contribuito a creare un clima di tensione attorno all’inchiesta. I legali dei coniugi Moretti hanno denunciato queste pressioni politiche. Il Tribunale stesso ha dovuto sottolineare (e ricordare a questi leader garantisti) che “il principio cardine della procedura penale svizzera è che l’imputato rimanga in libertà fino al suo giudizio, potendo la detenzione provvisoria essere ordinata solo in casi eccezionali, a titolo di ultima ratio”, e ribadisce che “la detenzione provvisoria subita fino ad oggi non aveva lo scopo di punire anticipatamente l’imputato”.

Siamo stati messi di fronte a un tentativo di influenzare a distanza, tramite canali diplomatici e pressione mediatica, il corso di un’indagine in un Paese straniero. Lo stesso tipo di controllo sull’attività inquirente che i sostenitori della separazione delle carriere promettono di non volere esercitare in Italia, qui viene applicato senza alcun pudore verso la magistratura svizzera.

Questa vicenda insomma rappresenta, a guardarla col giusto distacco, il peggior spot possibile per la campagna referendaria sulla separazione delle carriere, prevista per il 22-23 marzo prossimi. Il governo presenta la riforma come garanzia di maggiore imparzialità e tutela dei diritti degli imputati. Ma lo slancio di colpevolizzazione ante-processo mostrato dai leader del centrodestra nel caso svizzero rivela il vero obiettivo: non il massimo rispetto per chi finisce tra le grinfie della giustizia, ma il controllo sull’attività di indagine da parte del potere politico. Lo stesso controllo che hanno cercato di esercitare a distanza sulla magistratura svizzera per ottenere l’arresto di Moretti.

Quando Tajani attacca la procura svizzera per non aver arrestato subito Moretti, quando Meloni parla di “indignazione” per una decisione di un tribunale straniero, quando Salvini grida “Vergogna!” per una scarcerazione su cauzione, ci stanno mostrando esattamente cosa intendono per “riforma della giustizia”: non una magistratura più efficiente o più garantista, ma una magistratura controllabile, influenzabile, piegabile alle esigenze della politica.

Il 22 e 23 marzo, quando andremo a votare, dovremmo ricordarci di Jacques Moretti, dell’ambasciatore richiamato, dei tweet infuocati, delle pressioni diplomatiche. E chiederci: vogliamo davvero consegnare a questa classe politica un controllo ancora maggiore sulla magistratura?

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.