Memoria e Futuro

Il lasciabandiera

di Marco Di Salvo 20 Gennaio 2026

Nel panorama politico italiano si ripete ciclicamente uno schema ormai consolidato che riguarda il Partito Democratico: leader territoriali che sfidano le regole, simboli che migrano altrove, dirigenti che si azzuffano pubblicamente mentre la segreteria osserva impotente. Vicende apparentemente diverse ma unite da un filo rosso: l’incapacità del PD di tenere il campo, di costruire leadership credibili, di far rispettare una linea. Mentre l’elasticità delle regole e la plasmabilità delle appartenenze diventano la norma, il grande sconfitto è sempre lo stesso: il Partito Democratico di Elly Schlein e la sua “nuova classe dirigente”.

Vincenzo De Luca rappresenta il miglior esemplare di una specie politica che si dice da sempre in via di estinzione ma che pare resistere in grandissima forma: il barone territoriale che costruisce il proprio potere attraverso un controllo capillare del territorio, una comunicazione populista ma efficace, e una capacità di distribuire risorse che gli garantisce consenso trasversale. La sua mossa per tornare sindaco di Salerno dopo undici anni di presidenza regionale in Campania è un capolavoro di ingegneria politico-giuridica: far approvare uno statuto comunale che interpreta in modo “discontinuista” i limiti di mandato, sfruttando il periodo di assenza dal comune. Può permetterselo perché ha un consenso reale, perché nessuno all’interno del centrosinistra ha la forza o il coraggio di dirgli di no. Il PD locale è ormai succubo del suo sistema, e la segreteria nazionale di Elly Schlein osserva impotente, limitandosi a un tiepido richiamo alle regole che suona come il lamento di chi sa di non avere alternative. D’altronde dopo i primi mesi di buriana e il tentativo di smontare il sistema di potere di De Luca la segretaria ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e chiedere il suo aiuto alle ultime elezioni regionali e quindi ora non può che far finta di nulla di fronte al ritorno a Salerno.

Pietro Bartolo incarna invece il dramma dei simboli che svaniscono. Il medico di Lampedusa celebrato da “Fuocoammare”, eletto nel 2019 come icona dell’accoglienza e della sinistra umanitaria, non viene rieletto dal PD alle europee del 2024. Mancato seggio, qualche mese di silenzio, e poi l’approdo a Casa Riformista di Matteo Renzi nel gennaio 2026. Il passaggio è emblematico: un candidato che il PD aveva presentato come simbolo della propria identità progressista finisce per trovare casa nel progetto centrista dell’ex segretario, quello stesso Renzi che aveva lasciato il partito tra polemiche e lacerazioni. Il paradosso di Pietro Bartolo è netto: da eurodeputato votò a sinistra del PD, opponendosi all’invio di armi in Ucraina e chiedendo posizioni radicali su Gaza. Oggi, nel 2026, approda a Casa Riformista con Italia Viva, legandosi a quel centro renziano che è da sempre il più convinto sostenitore dell’atlantismo e della difesa militare di Kiev. Un salto dal pacifismo integrale al pragmatismo liberale, a vederla con benevolenza. La reazione del partito è stata, anche stavolta, fiacca: nessuna vera presa di posizione, nessuna riflessione pubblica su cosa significhi perdere pezzi così simbolici della propria identità.

Ma c’è di più. La surreale polemica tra Tommaso Montanari e Pina Picierno racconta forse meglio di qualsiasi analisi la confusione identitaria del PD. Il rettore dell’Università per Stranieri di Siena, opinionista del Fatto Quotidiano e voce della sinistra radicale, ha stilato una lista di “proscrizione” indicando chi dovrebbe essere cacciato dal PD per posizioni troppo atlantiste. Il dettaglio grottesco è che Montanari non è nemmeno iscritto al Partito Democratico, non ha alcun ruolo organico, ha definito più volte il PD “destra moderata” che “ha distrutto il Paese”, ed è stato perfino proposto dal M5S come candidato sindaco di Firenze contro il PD. Eppure si sente autorizzato a dettare la linea del partito e a decidere chi ne debba far parte.

La risposta della Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, è stata veemente: ha demolito Montanari accusandolo di voler decidere “dall’alto della sua cattedra in fuffologia” e “dal suo comodo divano di casa” chi deve stare nel PD pur non essendone iscritto. Sacrosanto, si potrebbe dire. Se non fosse che la stessa Picierno, alimentando una polemica pubblica così aspra con un intellettuale esterno al partito, sembra più interessata a costruirsi un caso mediatico che a difendere l’unità del PD. Perché sprecare tante energie contro qualcuno che non conta nulla nel partito, se non per preparare il terreno a una propria eventuale fuoriuscita? In fondo, la storia recente del PD insegna che le polemiche più violenti sono spesso il preludio alle scissioni più rovinose.

E qui sta il punto: la segretaria Schlein avrebbe dovuto chiudere immediatamente la questione. Avrebbe dovuto dire chiaramente che il PD non accetta diktat da intellettuali esterni, che le sue scelte le fanno gli iscritti e i dirigenti eletti, e che la polemica interna va fatta nelle sedi opportune, non sui giornali. Invece, ancora una volta, silenzio. Ancora una volta, la scelta di non scegliere, di lasciare che le tensioni si manifestino pubblicamente senza una regia, senza una linea, senza un minimo di autorità. Il risultato? Un partito dove un non iscritto si sente autorizzato a fare liste di proscrizione e una vicepresidente del Parlamento europeo gli risponde come se stesse già preparando le valigie.

La verità è che questa dinamica non è una novità. Il PD, dalla sua nascita nel 2007, è sempre stato più una realtà centrifuga che aggregante: un contenitore dove culture politiche diverse hanno convissuto senza mai davvero fondersi, tenute insieme più dalla convenienza elettorale che da un progetto condiviso. Nei quasi vent’anni dalla sua fondazione, il partito ha cambiato sei segretari, ha visto la scissione di Renzi con Italia Viva, quella di Bersani e Speranza con Articolo 1, l’uscita di Civati con Possibile, quella di Calenda con Azione, e tanti altri addii più o meno rumorosi. Ogni volta, la narrazione ufficiale è stata la stessa: “Ora ripartiamo, ora ci rinnoviamo”. Ogni volta, il risultato è stato identico: nuove fughe, nuove lacerazioni, nuova impotenza.

Elly Schlein è arrivata con la promessa di cambiare tutto: il linguaggio, i temi, l’approccio. Sono passati più di tre anni dalla sua elezione alla segreteria, ma il clima interno non è cambiato di una virgola. I moderati del partito la accusano di aver spostato troppo il baricentro a sinistra; gli amministratori locali la ignorano, facendo la propria politica a prescindere dalle indicazioni nazionali. Il paradosso è che il PD è diventato una sorta di sala d’attesa della politica italiana: un luogo dove si sta fino a quando non si trova qualcosa di meglio, fino a quando non si presenta un’opportunità più vantaggiosa. Non importa quanto bizzarra possa sembrare l’alternativa: la ragione di fondo è sempre la stessa, nel PD non si costruisce futuro, si gestisce il presente in attesa di altro.

Schlein non è riuscita a invertire questa tendenza non tanto per incapacità personale, quanto perché probabilmente la sfida è strutturalmente impossibile. Ha fatto una scelta precisa: non stravolgere l’ordinario del PD, non forzare i conflitti, non imporre scissioni anche quando sarebbero state salutari. Si è adattata alle crisi del partito, cercando di sopravvivere piuttosto che di rivoluzionare. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un partito che cresce (poco) nei sondaggi quando l’alternativa è la Meloni, ma che resta un contenitore vuoto quando si tratta di proporre una visione, di costruire una classe dirigente, di tenere insieme la propria gente.

Dai Comuni alle Regioni, il PD fatica a trovare candidati forti, e quando li trova spesso vengono sconfitti o abbandonano la nave prima della battaglia. La crisi di reclutamento è evidente: il partito non attira più le nuove generazioni migliori, non forma quadri, non costruisce carriere. I giovani talenti preferiscono le ONG, l’associazionismo, il privato sociale piuttosto che la militanza in un partito percepito come invecchiato e privo di prospettive.

Il dramma è che, mentre De Luca e Bartolo dimostrano una vitalità politica fatta di adattamento e capacità di sopravvivenza, il partito di Schlein sembra paralizzato in un gioco del rubabandiera dove ha dimenticato le regole: invece di correre a prendere la bandiera quando il numero viene chiamato, tutti scappano nella direzione opposta. Dopo vent’anni di esistenza e tre anni di segreteria Schlein, il PD si trova di fronte a un bivio: o trova finalmente il coraggio di definire chi è e cosa vuole, accettando che qualcuno se ne vada e che la partita si giochi davvero, oppure continuerà a essere quella sala d’attesa dove la bandiera resta a terra perché nessuno ha più voglia di raccoglierla. E quando nemmeno i tuoi giocatori vogliono più giocare, forse il problema non è la bandiera. È che la partita non vale più la pena di essere giocata.

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