Memoria e Futuro
Il momento Fanfani
C’è stato qualche volta un momento, nella vita referendaria del nostro paese, in special modo quando si sono affrontate questioni eticamente o politicamente polarizzanti, in cui chi ha avuto la responsabilità politica smette di argomentare nel merito e si abbandona alla demagogia della catastrofe morale. Questo io lo chiamo il “momento Fanfani”.
In cosa consiste? Nella dichiarazione fuori le righe. Nel gesto di follia retorica che compromette irrimediabilmente la causa per cui si sta combattendo.
Il 26 aprile 1974 Amintore Fanfani, segretario della Democrazia Cristiana, pronunciò un comizio a Caltanissetta durante la campagna referendaria contro il divorzio: “Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l’aborto. E dopo ancora il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie scapperà con la serva!” Non era un’argomentazione sui danni familiari, sulla corruzione dei costumi, sulla perdita di valore della fedeltà coniugale. Era il delirio catastrofista di un leader che, consapevole di aver perso la battaglia nei cuori e nelle menti, si abbandonava al panico retorico: come se l’annuncio della rovina universale potesse convincere gli italiani a impedirla con il voto.
Nel maggio successivo gli italiani votarono e il No all’abrogazione della legge sul divorzio prevalse con il 59,8 per cento. Quella sconfitta costrinse Fanfani a lasciare la carica di segretario del suo partito. Non fu il divorzio a sconfiggerlo, ma il modo in cui lo aveva combattuto. La scena patologica che aveva offerto di se stesso a Caltanissetta.
Il “momento Fanfani” è il punto di non ritorno: quando una campagna referendaria smette di essere dibattito istituzionale e diventa commedia del terrore. Quando diventa sfogo di ansia paranoica. Sorprendente come il fenomeno, lungi dall’appartenere a una stagione remota, si ripresenti identico a se stesso con periodicità inquietante nella politica italiana.
La prima replica moderna viene da Matteo Renzi. Nel 2016, promovendo il referendum sulla riforma costituzionale, Renzi affermò l’intenzione di “giocarsi tutto” sul voto confermativo, dichiarando più volte di essere pronto alle dimissioni in caso di bocciatura. Già nel 2014: “Se salta la riforma del Senato non salta solo il mio governo: salto io, si chiude la mia carriera politica”. Renzi stava trasformando una riforma costituzionale complessa—sul bicameralismo, sulla trasformazione del Senato, su questioni di architettura istituzionale—in un referendum plebiscitario sulla sua persona.
Nei mesi precedenti il voto ripeteva ossessivamente: “Se perdo al referendum prendo atto del fatto che ho perso. Se sulle riforme costituzionali mi diranno vogliamo rimanere come siamo prenderò la mia ‘borsetta’ e tornerò a casa”. E ancora: “Se perdo il referendum costituzionale, considero fallita la mia esperienza in politica”. Non erano affermazioni sul contenuto della riforma, sulla sua necessità, sui vantaggi che avrebbe portato. Era la proiezione nevrotica di un leader che legava il proprio futuro al risultato del voto. Offriva agli italiani non una scelta politica ma un referendum su se stesso.
Il 4 dicembre 2016 il No vinse con il 59,8 per cento, e Renzi annunciò le sue dimissioni da Presidente del Consiglio. Ma qui sta la vera differenza: Renzi si era dimesso dal governo, non dalla politica. Ha mantenuto un piede in gioco. Una porta aperta. Una carriera futura. Non aveva pagato completamente il prezzo del suo narcisismo; aveva offerto un sacrificio performativo, teatrale. Per questo il momento Fanfani di Renzi è meno definitivo di quello di Fanfani stesso: meno onesto nel disastro, più calcolato nella resa.
Adesso arriviamo al presente. Il referendum sulla giustizia, pochi giorni prima del voto del 22 e 23 marzo, ha offerto una replica stupefacente di questo copione. Nelle settimane precedenti il voto, ce n’è stata per tutti i gusti e da tutti gli schieramenti: gli attacchi ai magistrati si sono concentrati su un crescendo di affermazioni secondo cui i giudici “liberano stupratori” e “strappano i figli”, dall’altra parte non sono stati pochi i riferimenti alla deriva autocratica conseguente alla vittoria del sì e, in generale, alla caratterizzazione criminale dei votanti delle due parti. Per il sì i mafiosi/massoni deviati, per il no gli amanti dei criminali comuni.
Ma è stata Giorgia Meloni a incarnare il personaggio stesso di Fanfani—con Renzi come precedente imperfetto—declinando il panico non intorno alla famiglia in rovina ma intorno ai corpi violati dei cittadini indifesi. Dal palco di un evento referendario a Milano ha dichiarato settimana scorsa che se la riforma non passa, “ci saranno stupratori e pedofili in libertà”. Una dichiarazione logicamente incoerente con il contenuto della riforma sulla giustizia, che non affronta la durata dei processi o i criteri di carcerazione. Ma serve lo stesso scopo della frase di Fanfani: terrorizzare l’ascoltatore per fargli dimenticare il merito della questione.
La sequenza storica di questi momenti—Fanfani nel 1974, Renzi nel 2016, Meloni nel 2026—descrive una parabola discendente nella qualità della politica italiana. Fanfani di fatto impazzì durante la campagna, nella presa di coscienza della possibile sconfitta non messa in preventivo. Renzi la personalizzò come calcolo strategico, nella speranza di fare scacco matto. La campagna referendaria di quest’anno l’ha normalizzata come metodo. Ciò che in origine era un’eccezione patologica è diventato il linguaggio stesso del potere, la grammatica ordinaria nella ricerca del consenso.
E funziona. Ma, spesso, al contrario. Funzionò nel 1974 nel senso che convinse più qualcuno indeciso a votare No al divorzio. Funzionò nel 2016 come spettacolare forma di auto-sacrificio. Funzionerà anche il prossimo weekend? Chi fa campagna elettorale davvero crede che il cittadino medio che si prepara a votare, assaltato da immagini di violenza sessuale, smetta di pensare a cosa sia una riforma costituzionale e cominci a sentirsi in pericolo?
Questo è il motore del momento Fanfani: la sostituzione della razionalità deliberativa con la paura corporea. È un’operazione che rispetta perfettamente la democrazia nel senso formale—il voto rimane libero, nessuno è costretto—ma la tradisce nel senso sostanziale. Deforma il discorso pubblico, lo piega finché non assomiglia più a un dibattito fra persone ragionevoli ma a una lite fra capri espiatori e masse atterrite.
Nel 1974 la gente aveva guardato Fanfani a Caltanissetta e aveva detto no, non a causa del divorzio, ma a causa sua. Della qualità della sua politica. Nel 2016 aveva capito che il problema non era la riforma costituzionale ma l’incapacità di Renzi di governare senza narcisismo. La domanda ora è se una nuova generazione di italiani abbia ancora il senso di sé sufficiente a riconoscere il momento Fanfani nella forma in cui Meloni lo propone, o se la trasformazione dei media, la velocità della comunicazione, la saturazione del panico narrativo nel quale viviamo abbiano reso il cittadino incapace di resistere a questo ricatto emotivo. Non ci resta che aspettare qualche giorno, ormai.
Devi fare login per commentare
Accedi