Memoria e Futuro
Il nemico fantasma
Ogni sconfitta elettorale nazionale nel nostro paese, da almeno quarant’anni, produce lo stesso effetto riflesso: il centro-destra si guarda allo specchio, non riconosce le proprie responsabilità, e punta l’indice al solito nemico invisibile. Non alla campagna elettorale sbagliata. Non alla comunicazione scadente. Non alla confusione programmatica. No: la colpa è dell’egemonia culturale della sinistra. È un’accusa che torna sempre, ciclica e rituale come una liturgia. La sinistra, dicono, controlla la cultura, la scuola, i giornali, le istituzioni culturali, la narrazione dominante. Quando perde, è perché siamo riusciti a rompere il dominio. Quando vince di nuovo, è perché non ha mai smesso di controllare tutto. È il perfetto schema esplicativo a prova di bomba logica: se vinco, ho battuto l’egemonia; se perdo, l’egemonia mi ha battuto.
Per questo è gustoso trovarsi a leggere, proprio in questi giorni l’ultimo libro di Andrea Minuz, che con il suo saggio “Egemonia senza cultura” (Silvio Berlusconi Editore, 2026), smantella questo castello di fumo con ironia tagliante e rigore concettuale (e non sfugga l’ironia dell’editore). E non si ferma all’analisi della vicenda centrodestra ma va oltre sull’uso del tema egemonia culturale, da una parte all’altra. Partendo da un’osservazione semplice ma devastante: ogni governo la evoca, ogni sconfitta elettorale la reclama, ogni schieramento ne denuncia il monopolio altrui, anche se nessuno sa più bene cosa sia. Il punto di partenza è già tutto qui. Il concetto di egemonia culturale è diventato un’arma retorica così elastica, così malleabile, che significa tutto e quindi non significa nulla. È il rifugio del pessimo argomento: non falsificabile, sempre disponibile, sempre colpevole.
Minuz sostiene che questo fantasma tradisce soprattutto smarrimento, confusione e mancanza di categorie che abbiano ancora una qualche presa sul presente. Non è una provocazione. È un’autopsia del nostro discorso pubblico. Il centro-destra italiano non riesce a uscire dalla gabbia dell’egemonia perché ha fondato la propria identità politica su questa reclamo: siamo gli opposti della sinistra che vi ha comandato finora. Ma cosa significa? Cosa governeremmo diversamente se finalmente conquistassimo questa misteriosa egemonia? Nessuno lo spiega mai con precisione. È per questo che quando effettivamente il centro-destra governa, la realtà culturale del paese non cambia di una virgola. La continuità è totale, il disagio politico rimane, e allora ecco il rifugio: abbiamo vinto le elezioni ma non la guerra culturale. Sconfitta senza sconfitta.
Minuz propone un viaggio tra salotti culturali e talk show, festival e fiction Rai, per stabilire cosa resta di realmente egemone nell’egemonia culturale. E qui emerge il punto cruciale. Fino a poco fa il mito dell’egemonia puntava l’indice sulla scuola pubblica, il “fortilizio ideologico” della sinistra. Ma gli insegnanti italiani, alle ultime elezioni, hanno votato largamente per Fratelli d’Italia. Il muro non è mai esistito. La resistenza passiva degli studenti a qualsiasi “indottrinamento” è sempre stata più forte di qualsiasi progetto pedagogico. Nessuno leggeva obbligatoriamente Adorno a scuola perché la professoressa voleva; nessuno diventava comunista per questo motivo. Gli adolescenti, semplicemente, facevano quello che fanno sempre gli adolescenti: ascoltavano il mondo intorno a loro, decidevano cosa amavano, cosa li interessava, ignoravano il resto. L'”egemonia” aveva la consistenza di una leggenda metropolitana.
La vera rivoluzione culturale, mentre il centro-destra gridava al complotto, è avvenuta altrove, invisibile ai suoi occhi ansiosi. La cultura vera – quella anarchica, caotica, fatta di serie TV, meme e consumi pop – è già andata da un’altra parte, beffandosi di chi vorrebbe ancora educare le masse. Non ha un proprietario. Non è controllata da nessuno. I meme circolano oltre il controllo di qualsiasi istituzione. Le serie televisive americane arrivano direttamente agli schermi senza alcuna mediazione culturale italiana. Le canzoni rap di giovani della periferia milanesi o napoletane valgono più di cento articoli di pagine culturali. Se volessimo spingerci all’estremo potremmo dire che oggi TikTok è il vero monopolio della cultura contemporanea, e non appartiene a nessun partito italiano. Il lavoro del guardare, dell’ascoltare, del consumare media è ormai completamente privatizzato e personalizzato. Cosa potrebbe controllare la sinistra, in questo caos globale, algoritmo-driven, frammentato?
Eppure il centro-destra continua a cercarlo, questo nemico immaginario, come l’eroe ossesso nella tragedia. Continua a credere che esistono le “istituzioni culturali” – come se la cultura fosse ancora uno spazio istituzionale e non un flusso diffuso, decentralizzato, impossibile da bloccare. Continua a denunciare il dominio delle università come se le università fossero ancora il cuore pulsante della cultura italiana, e non degli edifici sempre più svuotati, sempre meno frequentati, sempre meno rilevanti per la formazione reale delle opinioni di massa.
Minuz nota che la “febbre gramsciana” persiste alimentata da talk show, pagine culturali e rimpianto per un’epoca in cui la cultura era percepita come più solida e autorevole, un passato che forse non è mai esistito davvero. E qui tocchiamo il nodo autentico: il nostro paese rimane prigioniero del Novecento, di un’immagine di “guerra culturale” che appartiene agli anni Settanta e Ottanta. Nessuno l’ha aggiornata. Anche perché raramente gli ospiti di questi contenitori televisivi o delle pagine culturali dei giornali sono meno che quarantenni, motivo per cui si ripetono all’infinito queste litanie. E quando per caso accade di vedere Qualcuno che abbia meno di quell’età si tratta di spesso di “giovani-vecchi”, educati a quel sistema di pensiero. Il centro-destra soprattutto sembra continuare a combattere “il PCI” come se fosse ancora un’organizzazione capillare, come se Palmiro Togliatti potesse ancora riunire gli intellettuali nella festa dell’Unità. Come se ci fosse ancora una “sinistra egemone” quando la sinistra italiana è frammentata, spossata, priva di una vera egemonia se non quella, puramente residuale, del controllo di alcune istituzioni pubbliche ormai debolissime e denigrate da tutti.
Il vero scandalo non è che la sinistra controlli la cultura italiana. È che nessuno più la controlla. È caduta nel vuoto. È diventata un mercato, un algoritmo, una casualità. E il centro-destra, invece di governare questo caos, insiste nel raccontare una storia vecchia: quella del nemico invisibile che lo blocca. È una menzogna consolante. Permette di spiegare le proprie sconfitte senza assumere alcuna responsabilità. Permette di agire da vittime anche quando si ha il potere. Permette di costruire narrativamente un nemico perfetto: sempre presente, sempre colpevole, mai visibile, mai sconfitto.
È questa l’ultima egemonia che rimane in Italia: l’egemonia del mito dell’egemonia stessa. E ne sono prigionieri soprattutto coloro che non smettono di denunciarla, gridandole dietro per finta mentre vanno comunque da un’altra parte.
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