Memoria e Futuro
Il senso dei divieti
Nel dicembre 2024, l’Australia è diventata il primo paese al mondo a vietare completamente l’accesso ai social media per gli under 16, con multe fino a 50 milioni di dollari australiani per le piattaforme inadempienti. Da allora, un effetto domino si è propagato: Spagna, Francia, Danimarca, Norvegia, Grecia hanno annunciato misure simili. Ma questa ondata di proibizionismo digitale non è un fenomeno inedito. La storia è costellata di divieti rivolti ai giovani, sempre mossi dalla stessa ansia: proteggere le nuove generazioni da contenuti ritenuti pericolosi.
Negli anni Cinquanta, negli Stati Uniti, i fumetti divennero il nemico pubblico numero uno. Lo psichiatra Fredric Wertham pubblicò nel 1954 “Seduction of the Innocent”, dipingendo i comics come la principale causa della delinquenza giovanile. La paura montò al punto che il Senato istituì audizioni pubbliche trasmesse in televisione. Nacque così la Comics Code Authority, un organo di censura che dal 1954 controllava ogni singola vignetta. La EC Comics, leader del mercato horror, chiuse nel 1956. L’industria fumettistica rischiò l’estinzione. Ma lo schema si ripete ciclicamente: negli anni Ottanta fu il turno dei videogiochi violenti e dell’hard rock.
Certo è che la strage del 10 febbraio 2026 a Tumbler Ridge, in Canada, ha riacceso il dibattito con drammatica urgenza. Jesse Van Rootselaar, 18 anni, ha ucciso otto persone in una scuola della Columbia Britannica, dopo aver prima assassinato sua madre e il fratellastro undicenne. Secondo i post sui social media verificati, Van Rootselaar aveva postato su armi e caccia sul suo canale YouTube e sembrava aver scritto delle sue difficoltà con la salute mentale online. La sua presenza digitale rivela un aspetto inquietante: un account TikTok che condivideva contenuti relativi ad Audrey Hale, autrice della sparatoria alla Covenant School di Nashville nel 2023. Inoltre, Roblox ha cancellato un account appartenente a Van Rootselaar dopo segnalazioni che aveva creato un gioco che simulava una sparatoria di massa in un centro commerciale.
Ma questi divieti hanno davvero senso e quanto sono aggirabili? La base scientifica è sorprendentemente fragile. Il professor Chris Ferguson della Stetson University è categorico: la ricerca attuale non supporta l’utilità di vietare i social ai ragazzi. Come spiega la professoressa Amy Orben di Cambridge, non esiste alcuno studio di alta qualità che abbia rimosso sostanzialmente l’uso dei social tra minori sani e ne abbia esaminato le conseguenze. Un sondaggio tra studenti americani ha rivelato che un terzo degli adolescenti si sente meno solo grazie ai social e il 72% riporta che hanno un impatto nullo o positivo sulla loro salute mentale. Particolarmente preoccupante è l’impatto sui giovani LGBTQ+, per i quali i social rappresentano spesso una risorsa vitale.
Sulla praticabilità, le aspettative sono pessimistiche: alcuni sondaggi rivelano che l’86% dei genitori ritiene servano limiti di età efficaci, ma l’86% dei giovani e l’83% dei genitori ammette che i ragazzi aggireranno questi limiti. Dopo che il Regno Unito ha implementato controlli sull’età per contenuti per adulti, l’uso di VPN è aumentato del 6.430%. Gli utenti più giovani si rivolgeranno a VPN “gratuiti” che spesso vendono dati degli utenti, mancano di crittografia adeguata e possono introdurre malware. Inoltre, come avverte l’Università della Virginia, il divieto porterà i giovani a svolgere più attività online in segreto, riducendo le opportunità di supervisione.
E in Italia? Il dibattito esiste ma procede sottotraccia. Sono state presentate quattro proposte di legge in Parlamento e il Ministero della Salute stima che l’uso problematico dei social si attesti intorno al 10% con picchi del 20% per le ragazze tredicenni. Paradossalmente, esiste già una normativa che prevede l’accesso ai social solo dai 14 anni, ma (ovviamente) manca un controllo effettivo. A ottobre 2025, Palazzo Chigi ha “messo in frigo” il disegno di legge per vietare i social ai minori di 15 anni. Mentre altri paesi europei accelerano, l’Italia temporeggia.
Uno dei motivi di questa freddezza potrebbe risiedere in un’esplicita contraddizione per l’attuale maggioranza: l’Italia ha, di fatto, un governo di influencer. Giorgia Meloni è la leader politica italiana con più follower, 11,3 milioni nel 2025, avendo superato Matteo Salvini che ne conta 9,9 milioni. La presidente del Consiglio ha costruito la sua ascesa politica attraverso i social, ed è seconda tra i capi di governo europei per engagement su Facebook e la sua comunicazione si basa su una presenza costante su Instagram, TikTok e X.
Anche Salvini ha costruito storicamente la sua fortuna politica sui social. Il leader della Lega è stato il primo politico italiano ad aprire un account TikTok nel novembre 2019, conta oltre 500mila follower sulla piattaforma e alterna post politici a momenti di vita quotidiana, cibo e meme.
Come può un governo che deve la propria popolarità ai social media vietarne l’uso ai minori? Meloni ha guadagnato 3,3 milioni di nuovi follower nel 2025, i suoi video più visti superano i 20 milioni di visualizzazioni. Il post più popolare dell’anno tra i leader politici italiani è stato il suo video con il premier indiano Modi. Vietare TikTok, Instagram e Facebook ai minori significherebbe ammettere che gli stessi strumenti su cui si è costruito il consenso sono pericolosi per i giovani.
Il silenzio italiano contrasta con il clamore australiano e spagnolo. Forse perché si intuisce che i divieti rischiano di essere inefficaci. O forse perché un governo che comunica attraverso reel, stories e TikTok non può credibilmente demonizzare questi strumenti. Come per i fumetti negli anni ’50, stiamo probabilmente assistendo a un altro ciclo di panico morale tecnologico che tra vent’anni verrà studiato come caso di fallimento normativo. Il vero mostro non è mai stato il medium in sé, ma l’incapacità degli adulti – inclusi i leader politici che ne fanno uso quotidiano per raccogliere consenso – di accompagnare i ragazzi nella comprensione critica del mondo digitale.
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