Memoria e Futuro
Il silenzio dei pacifondai
C’era una volta un riferimento internazionale. Mai esplicitato troppo, mai abbracciato del tutto, ma sempre lì, sullo sfondo, a fare da stampella a ragionamenti e strategie politiche. Poi quel riferimento ha cominciato a bombardare mezzo mondo, e dei suoi più fervidi estimatori italiani si sono perse le tracce.
Partiamo dal “professore” del genere. Marco Travaglio, mente fine e penna tagliente, prima del voto americano era stato chiarissimo: Trump è un isolazionista. E l’isolazionista, per definizione, le guerre non le fa. Anzi, le chiude. “A noi europei conviene Trump – spiegava con sicumera –. Un presidente isolazionista che non si impiccia in tutti i paesi del mondo e non va a raddrizzare le gambe ai cani: avremo sicuramente meno guerre. Se ci fosse stato Trump non ci sarebbe stata la guerra in Ucraina, questo è matematico”. Oggi, a distanza di mesi, quella matematica giace in un cassetto insieme alle calcolatrici rotte. Perché il presidente isolazionista si è scoperto guerrafondaio, e il direttore del Fatto si trova nella scomoda posizione di dover fare marcia indietro senza dare troppo nell’occhio.
A gennaio, ospite da Lilli Gruber, Travaglio ha tentato un’abile operazione di maquillage: “Trump ci sta svegliando perché ce lo sta dicendo in faccia senza infingimenti. Sta togliendo la maschera agli Stati Uniti”. Tradotto: non è che avessimo sbagliato tutto, è che prima gli americani erano ipocriti e adesso sono sinceri. Peccato che la “sincerità” di Trump si chiami bombe su Teheran, raid in Venezuela e minacce a mezzo mondo. Ma forse, nella nuova matematica travagliana, la pace si ottiene così: più bombe lanci, più sei trasparente. E quindi più sei pacifista. Una formula che solo un genio del contorsionismo politico poteva partorire. E quando Travaglio prova a fare satira sulle contraddizioni altrui, finisce per fotografare le proprie: in un pezzo di gennaio si divertiva a smontare le manifestazioni per l’Iran con un “Non si spara per strada sui cittadini disarmati” salvo poi preoccuparsi che qualcuno pensasse ce l’avesse con l’Ice di Trump. Per carità, meglio stare a casa. Molto meglio. O andare in giro per presentazioni del suo fondamentale libro guida al voto referendario. Si fa meno danno
Se Travaglio si destreggia tra formule matematiche e maschere tolte, Giuseppe Conte vive probabilmente un dramma più personale. Perché lui un rapporto con Trump lo aveva eccome. E lo rivendicava, fino a ieri. A gennaio, in una lettera al Corriere della Sera, il leader del M5S scriveva con orgoglio: “Con Trump ho intrattenuto stretti rapporti in nome dell’amicizia storica con gli Usa. Da premier ho detto no agli americani quando ho ritenuto di difendere i nostri interessi”. Dei “no” in realtà ci si ricorda poco, restano più in mente i tanti ammiccamenti”pacifisti” alle posizioni di Trump sulla guerra russo-ucraina. Ma l’evoluzione delle ultime settimane mette l’avvocato pugliese in ambasce. Perché l’attacco all’Iran ha messo Conte di fronte a un bivio: continuare a difendere il suo passato rapporto con Trump, o attaccare il presente del tycoon. La soluzione? Un equilibrismo da funambolo.
Da una parte tuona contro il governo: “Meloni tace, il diritto internazionale conta fin dove vuole Trump”. Dall’altra, quando Tajani lo provoca in Parlamento ricordandogli che il presidente americano lo chiamava “Giuseppi”, Conte replica piccato: “Non è questione personale, ministro. Il problema è che voi non vi chiamano proprio, se non per firmare accordi insostenibili”. Una risposta che dice tutto: Conte non rinnega il vecchio rapporto, anzi lo usa per marcare differenza con l’esecutivo attuale. Voi non contate niente, io almeno venivo chiamato per nome. Anche se storpiato. Anche se ridicolizzato. L’importante è essere nel giro. Peccato che quel giro oggi produca guerre, e allora l’ex premier deve spiegare come mai il suo “amico Trump” sia diventato il nemico numero uno della pace mondiale. Silenzio. Imbarazzo. E qualche post sui social per distrarre l’attenzione.
E veniamo a Matteo Salvini. Il caso più tragico, perché il più scoperto. Se Travaglio usava la matematica e Conte i rapporti istituzionali, Salvini aveva fatto di Trump un feticcio. Lo aveva candidato al Nobel per la pace. “Strameritato”, diceva. Si era fatto fotografare con il cappellino MAGA. Aveva costruito la sua immagine di pacifista sull’idea che Trump avrebbe chiuso tutte le guerre. Oggi? Oggi Salvini è un fantasma. Dopo l’attacco in Venezuela, ci ha messo 36 ore a partorire un comunicato in cui non citava mai Trump, diceva che “nessuno rimpiangerà Maduro” e poi invocava la diplomazia citando il Papa. Un capolavoro di doroteismo: prendere le distanze senza prendere le distanze, salvare la faccia senza tradire l’amico.
Ma il peggio doveva ancora venire per il leader leghista. Nessun commento su cosa pensi dei bombardamenti di Trump. Nessuna parola su come conciliare il Nobel per la pace con i raid su Teheran. Meglio tacere. Meglio sparire. Meglio aspettare che passi la bufera, nella speranza che gli italiani abbiano memoria corta. Ma il cappellino MAGA rimane lì, nelle fotografie, a testimoniare un’entusiastica quanto avventata conversione pacifista finita male. Il ministro dei Trasporti ha evidentemente compreso che il vento è cambiato, ma non sa bene come riciclare la propria immagine in questo nuovo scenario. Salvini, il pacifista di convenienza, si trova costretto a un’acrobatica ridefinizione identitaria. Non può continuare a sbattere i pugni sulla tavola gridando che la guerra è inaccettabile, perché il suo mentore dichiara guerra a più non posso. E così tace. Aspetta. Osserva come si muove il resto della politica per capire quale sia il nuovo posizionamento conveniente.
Quello che lega questi personaggi è l’imbarazzo. Hanno tutti, chi più chi meno, costruito una narrazione su Trump come uomo di pace. Chi lo ha teorizzato (Travaglio), chi lo ha frequentato (Conte), chi lo ha osannato (Salvini). Oggi si ritrovano con un presidente che bombarda l’Iran, che apre nuovi fronti, che rende la matematica di Travaglio una barzelletta, i rapporti di Conte un ricordo ingombrante, il Nobel di Salvini una macchia. E allora via col silenzio. Zitti, in un angolo, in attesa che passi la paura. Conte attacca il governo ma non il suo vecchio amico. Travaglio spiega che “ci sta svegliando” ma evita di dire che si era sbagliato. Salvini non apre bocca, se non per dire che se viene è il benvenuto.
Eppure, in questi giorni cruciali, in cui il conflitto si allarga e i rischi si moltiplicano, chi parla davvero al popolo italiano? Chi spiega cosa significa avere un conflitto alle porte che potrebbe coinvolgere l’intera Europa? Il popolo italiano rimane in una dimensione surreale, affidato ai silenzi comodi di chi aveva scommesso tutto su una narrazione sbagliata. I nostri leader non dettano il ritmo del dibattito: ne sono vittime, imprigionati nelle loro stesse contraddizioni.
È il silenzio dei “pacifondai”. Un silenzio che tradisce la loro profonda ignoranza dei meccanismi geopolitici e la loro incapacità di adattarsi a una realtà che ha smentito, punto per punto, il copione che avevano scritto. E mentre loro tacciono, il povero cittadino italiano rimane solo a navigare l’incertezza di un mondo che cambia velocemente, senza una guida coerente, senza una voce che gli spieghi davvero come muoversi in questo nuovo inferno geopolitico.
Il silenzio dei pacifondai, dunque, non è soltanto una débâcle intellettuale. È un fallimento politico con conseguenze reali. Un fallimento che lascia il paese senza orientamento, guidato da leader che fingono di avere risposte mentre in realtà stanno disperatamente cercando di capire cosa sia accaduto al loro mondo. Che oggi, di fronte alla realtà, hanno una sola risposta: il silenzio. Assordante, imbarazzante, eterno. Speriamo…
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