Memoria e Futuro

Il silenzio dell’esilio

di Marco Di Salvo 10 Marzo 2026

L’esilio non è più soltanto il gesto antico (e drammatico) di attraversare un confine e abbandonare il proprio paese di origine per un dissenso radicale, per paura delle conseguenze di una guerra o delle persecuzioni: oggi è anche la frattura silenziosa che separa un individuo dal proprio contesto, un distacco che può essere fisico o politico, ma che nasce sempre dalla stessa perdita di riconoscimento.

L’esilio fisico è quello più evidente, quello in cui il corpo deve fuggire perché restare significa esporsi alla punizione. È il caso delle calciatrici iraniane che, durante la Coppa d’Asia in Australia, hanno scelto il silenzio davanti all’inno nazionale e sono state immediatamente bollate come “traditrici” dalla televisione di Stato. La squadra femminile dell’Iran arriva alla Coppa d’Asia. Khamenei è stato ucciso dai bombardamenti USA-Israele. Quella sera, quando scendono in campo contro la Corea del Sud, durante l’inno nazionale, restano in silenzio. Non è lutto per chi rappresentava il regime che le minaccia. È protesta pura, rifiuto di rappresentare uno Stato che sta bruciando. La televisione di stato le chiama traditrici, chiede che siano trattate severamente. Il messaggio arriva alle loro famiglie in Iran, già minacciate. Tre giorni dopo cantano, forzate, la Guardia rivoluzionaria sorvegliano i loro movimenti dall’albergo. Sara Didar, ventun anni, piange davanti ai giornalisti perché quel silenzio le è stato risucchiato via con la forza. Il 9 marzo, dal finestrino del bus, almeno sette ragazze fanno il segno “Help” con le mani — non potevano gridare la parola che non potevano dire. Cinque ottengono asilo in Australia. È il primo esilio: il corpo che attraversa l’oceano per salvarsi. In un clima segnato dalla guerra e dalla repressione interna, quel silenzio è diventato un atto di accusa e un rischio concreto: le giocatrici hanno chiesto protezione, e l’Australia ha concesso loro asilo, riconoscendo che il ritorno in patria avrebbe potuto esporle a persecuzioni. È l’esilio nella sua forma più netta: il corpo che si sposta perché lo Stato non è più un luogo sicuro.

Diverso, ma non meno radicale, è l’esilio politico, quello che non richiede di muoversi ma di separarsi interiormente. Il referendum del 22‑23 marzo 2026 sulla riforma della giustizia ha confermato quanto gli schieramenti italiani siano diventati rigidi e quanto il dissenso interno sia percepito come una colpa. Al netto di soggetti organizzati residuali (più nel campo del no, che in quello del sì, che a oggi pare essere una caserma) in dissenso, esistono figure pubbliche che hanno addirittura dichiarato apertamente di voler votare “contro coscienza” sul tema oggetto del referendum. Ciononostante, sottotraccia, abbondano elettori che si allontanano dalla disciplina di partito, militanti che vivono il voto come una rottura identitaria, professionisti che guardano con sospetto la posizione ufficiale della propria categoria. È un esilio che non attraversa frontiere, ma attraversa appartenenze: il corpo resta, ma la lealtà politica si incrina.

A questo si aggiunge una terza forma, più silenziosa e corrosiva: l’esilio civico di chi non vota più, non per indifferenza ma per convinzione che nessuna scelta possa incidere sulla propria vita. L’affluenza prevista al referendum, molto bassa per una riforma costituzionale di questo calibro, racconta un paese in cui una parte crescente dei cittadini ha abbandonato il patto democratico senza lasciare il territorio. È un ritiro mentale che svuota la politica dall’interno: non si fugge, ma si smette di credere che valga la pena restare.

Esilio fisico, esilio politico, esilio civico: tre modi diversi di dire che il legame tra individuo e istituzioni si è incrinato. Le calciatrici iraniane hanno dovuto attraversare un oceano per salvarsi; molti italiani attraversano invece una distanza invisibile, quella che separa il luogo in cui vivono dal senso di appartenenza che un tempo lo rendeva casa, per andare altrove o per coltivare l’isolamento. In entrambi i casi il corpo rimane il punto fermo, ma ciò che conta davvero — fiducia, lealtà, speranza — si è già spostato. E chissà se tornerà mai indietro.

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