Memoria e Futuro

Il sovranista è nudo

di Marco Di Salvo 23 Gennaio 2026

Chissà se Giorgia Meloni, tra un volo per Tokyo e uno per Bruxelles, impegnata a rafforzare i suoi accordi bilaterali prima con il Giappone a Tokio e poi con la Germania a Roma (vi ricorda qualcosa, questo schema?), ha avuto il tempo di leggere con attenzione il discorso pronunciato a Davos dal premier canadese Mark Carney. Quella stessa Davos che lei ha deciso di snobbare – forse in omaggio alle sue vecchie polemiche contro il “contesto dei super ricchi che si incontrano per discutere di come va il mondo”, o più semplicemente perché non aveva voglia di essere esposta alle intemperie del presidente americano.

Eppure, quel discorso meritava attenzione. Perché Carney ha messo nero su bianco, con una franchezza rara per un leader occidentale, ciò che molti pensano ma pochi osano dire: il sovranismo delle nazioni medie non è sovranità, ma sua simulazione. È, per usare le sue parole, “la performance della sovranità mentre si accetta subordinazione”.

Il Premier canadese ha costruito la sua argomentazione attorno a una metafora potente, presa in prestito dal dissidente ceco Václav Havel: quella del droghiere che ogni mattina appende in vetrina il cartello “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”. Non ci crede, nessuno ci crede, ma lo fa comunque per evitare problemi, per segnalare acquiescenza. E poiché ogni negoziante in ogni strada fa lo stesso, il sistema persiste. Non attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione di gente comune a rituali che sanno privatamente essere falsi.

“È tempo che aziende e paesi tolgano i loro cartelli dalla finestra”, ha tuonato Carney. E qui la frecciata colpisce dritto al cuore della narrazione meloniana. Perché cosa sono stati questi mesi di frenetica diplomazia bilaterale – il pellegrinaggio a Mar-a-Lago, gli incontri con Merz, i viaggi in India, i negoziati con Tokyo – se non l’ennesima riproposizione del modello che Carney definisce perdente? Quando le potenze medie negoziano singolarmente con le superpotenze, spiega il Premier canadese, “negoziano da una posizione di debolezza. Accettano ciò che viene loro offerto. Competono tra loro per essere i più accomodanti”. Sembra di vedere lo schema messo in luce anche dalla pubblicazione dei messaggi privati da parte del presidente Trump di vari leader europei o del segretario della NATO.

Il modello proposto da Carney è radicalmente diverso: le potenze medie devono unirsi, creare coalizioni variabili su temi specifici, costruire forza collettiva. “Se non siete al tavolo, siete sul menù”, avverte. E aggiunge: “Le grandi potenze possono permettersi di agire da sole. Hanno le dimensioni di mercato, la capacità militare, la leva per dettare condizioni. Le potenze medie no”.

Il Canada di Carney ha scelto una strada precisa: diversificazione massiccia (accordi con UE, Cina, India, ASEAN, Mercosur), coalizioni funzionali, costruzione di vera autonomia strategica attraverso investimenti domestici e partnerships multiple. Non isolamento mascherato da orgoglio nazionale, non dipendenza da un singolo protettore spacciata per alleanza speciale.

L’ironia è che mentre Meloni insegue il modello bilaterale che Carney definisce illusorio, proprio la tradizione politica da cui proviene ha sempre denunciato la “falsa sovranità” della Repubblica italiana postbellica. Avevano ragione, ma traevano conclusioni sbagliate. La risposta alla subordinazione atlantica non è cercare un nuovo padrone o credere nell’autarchia, ma costruire alleanze paritarie tra pari.

Carney è brutalmente onesto sul fatto che “l’ordine basato su regole” sia sempre stato parzialmente una finzione – le grandi potenze si sono sempre esentate quando conveniente. Ma la sua conclusione non è il cinismo sovranista: è che le potenze medie devono smettere di fingere che quell’ordine funzioni ancora e costruire qualcosa di nuovo, insieme. “Dalla frattura, possiamo costruire qualcosa di meglio, più forte, più giusto”, afferma.

Il punto cruciale è questo: quando Merz corre da Trump, quando Meloni moltiplica i viaggi bilaterali, quando i leader europei competono per essere i primi a telefonare a Washington o Mosca, stanno esattamente facendo ciò che Carney descrive come il percorso verso la subordinazione. Stanno “tenendo il cartello alla finestra”, partecipando a un rituale che sanno essere vuoto, sperando che l’acquiescenza compri sicurezza.

Non la comprerà, dice Carney. E propone invece “un riconoscimento di ciò che sta accadendo e una determinazione ad agire di conseguenza”. Il Canada sta “togliendo il cartello dalla finestra”. Sta costruendo forza domestica reale – raddoppiando la spesa per la difesa, investendo mille miliardi in energia e infrastrutture, eliminando barriere commerciali interne – e diversificando massicciamente all’estero.

La domanda per l’Italia è semplice: vogliamo continuare a simulare sovranità attraverso accordi bilaterali che ci mettono in competizione con altri paesi europei per le briciole del tavolo delle grandi potenze? O vogliamo costruire vera autonomia strategica attraverso un’Unione Europea rafforzata, capace di negoziare da pari con Washington, Pechino e Mosca?

Carney ha scelto. Il Canada non aspetterà che il vecchio ordine venga restaurato, non fingerà più che funzioni, non cercherà protezione attraverso la subordinazione. Costruirà coalizioni, diversificherà, investirà in forza reale.

Forse, tra un volo e l’altro, Meloni dovrebbe leggere quel discorso. Potrebbe scoprire che il vero tradimento della sovranità nazionale non sta a Bruxelles, ma nella corsa solitaria verso capitali straniere in cerca di accordi che ci renderanno più deboli, non più forti. Il droghiere ceco lo sapeva. Carney lo sa. Quando lo capiremo noi?

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