Memoria e Futuro
Il tenero Antonio
Per chi frequentava la Settimana Enigmistica negli anni d’oro della rivista, la vignetta de “il tenero Giacomo” era immediatamente riconoscibile. Appariva sempre nello stesso punto un simpatico omino con baffi e bombetta. Ma la vera genialità non stava nel personaggio in sé: stava nel formato narrativo che lo rendeva irresistibile.
Ogni settimana la rivista pubblicava due vignette di Giacomo su pagine diverse (normalmente la dodicesima e la quarantottesima). La prima vignetta mostrava il tenero Giacomo in una situazione che prometteva di raccontare qualcosa di interessante — si trovava in una situazione imbarazzante, fraintendeva una conversazione — e terminava con una didascalia fissa: “Il tenero Giacomo vi rimanda nell’ultima pagina”. Per capire come finiva la storia, dovevi navigare l’intera rivista. E spesso, quando arrivavi in fondo, ti eri già dimenticato cosa stesse facendo Giacomo all’inizio. La vera vittoria della serie era questa: trasformare l’incompletezza narrativa in un meccanismo editoriale.
Antonio Tajani, ministro degli Esteri del governo italiano (ahilui!) durante la guerra in Iran, si è trasformato nel corso di queste settimane nel tenero Giacomo dei nostri giorni. Non per incompetenza operativa — anzi, la Farnesina ha evacuato ventimila italiani da una regione sotto attacco, ha mantenuto la continuità diplomatica trasferendo l’ambasciata a Baku, ha fatto tutto correttamente. Il problema è che il ministro racconta quello che accade con lo stesso stile di Giacomo: come se ogni frase fosse la premessa di una storia che non riuscirà mai a completare, ogni dichiarazione il primo tempo di un finale che non arriverà mai.
La prova più eloquente arriva dalle dichiarazioni “volanti”, come quelle sui droni. Il ministro raccomanda stentoreamente nei primi giorni della crisi ai ventimila italiani bloccati negli Emirati: “l’invito è di non affacciarsi e non andare per strada”. È in questo momento che il tono di Tajani raggiunge una qualità completamente estranea al ruolo che ricopre.
Chi ha visto “Totò Peppino e la malafemmina” ricorda sicuramente la scena dove Totò detta una lettera a Peppino. Il capolavoro del duo riposa su un’ambiguità perfetta: Totò mantiene un registro di serietà pacata, di concentrazione quasi solenne, mentre parla di cose che diventano progressivamente assurde. Non c’è enfasi finta. È il tono di chi sta spiegando una materia importante, e per questo il contrasto con il contenuto bislacco della lettera diventa straniante. Esattamente allo stesso modo, il tono di Tajani quando spiega il comportamento corretto davanti ai droni possiede la stessa qualità surreale: è quello di un ministro che sta impartendo una lezione di diplomatica mondiale, solo che la lezione è “non affacciarsi alla finestra”. È il tono solenne di chi sta dettando qualcosa di definitivo, mentre le parole raccontano le precauzioni di un amministratore di condominio durante un temporale. Se fate la prova che ho fatto io, di mettere in parallelo i due video, sentite che anche il paraverbale delle due interpretazioni si somiglia, drammaticamente.
La mancanza di una qualsiasi modulazione emotiva nel linguaggio e nella postura del ministro trasforma ogni frase in un’involontaria parodia. Quando Tajani dice che i cittadini, in caso di attacco con droni, “devono stare nei garage”, lo dice come se stesse comunicando i pilastri della strategia militare italiana nel Mediterraneo. Quando, sempre davanti ai giornalisti compiacenti, telefona all’ambasciatrice Paola Amadei che sta fuggendo dall’Iran, le chiede con straordinaria tranquillità: “Oggi come sono stati i bombardamenti?”. Il tono è quello di chi sta facendo conversazione al bar sul tempo, ma il contenuto riguarda la morte e la distruzione. È il vuoto dello stile di Totò che detta: tutto suona formale e grave, ma fuori luogo.
All’intervista a Sky News Arabia il ministro sintetizza la soluzione della guerra mediorientale così: “Basta missili, basta droni, basta bombe atomiche, basta missili a lungo raggio”. È una frase che avrebbe dovuto significare qualcosa. Invece non significa niente. Non è una bugia da smontare. È qualcosa di più strano: è la verità detta dal posto sbagliato, con il tono sbagliato, verso il pubblico sbagliato. Come il tenero Giacomo che si trova sempre a metà di una storia, Tajani sembra sempre sul punto di dire qualcosa di importante, per poi fermarsi proprio quando la frase sta per acquisire senso.
Il parallelo con Totò non riguarda l’incapacità. Riguarda uno scarto preciso tra il registro linguistico adottato e il contenuto delle parole. Totò detta e Peppino scrive, e il risultato è la disintegrazione del significato attraverso il mantenimento formale della struttura sintattica. Tajani parla come ministro e dice cose di buon senso ma da amministratore di condominio, e il risultato è che la comunicazione stessa diventa teatro involontario. Non perché il ministro sia incapace — le evacuazioni sono state tutto sommato efficienti — ma perché esiste un abisso tra quello che riesce a fare (gestire una crisi reale) e quello che riesce a dire (frasi sull’importanza di non affacciarsi, con il tono di chi sta impartendo lezioni di geopolitica).
Ma c’è un’altra dimensione nella recitazione involontaria del ministro: il momento in cui la pacatezza scompare e Tajani cerca di arrabbiarsi. È allora che il meccanismo si inceppa definitivamente, trasformando il tono da quello del tenero Giacomo a quello di un attore che sta fingendo di essere offeso e non riesce a farsi credere.
Accade ad esempio in commissione Esteri durante il dibattito sulla guerra in Iran. Giuseppe Conte lo accusa di una postura eccessivamente sottomessa verso Trump. Tajani risponde con una frase costruita per essere una stoccata brillante: “Onorevole Conte, a me Trump non mi ha mai chiamato Tony o Anthony, a lei invece la chiamava Giuseppi, quindi un rapporto di particolare amicizia ce lo aveva lei”. È il genere di affondo che avrebbe potuto funzionare in un talk show televisivo: il ministro che sottintende un rapporto ambiguo tra il politico avversario e il presidente americano. Ma il problema è che il modo in cui Tajani lo dice non ha spessore. Non è tagliante, è affettato. È il tono di chi sta recitando il copione di un’arrabbiatura che non possiede.
Ancora peggio accade alla Camera durante i dibattiti parlamentari sulla crisi. Quando un deputato del M5S cita la strage di bambini a Gaza e accusa Tajani di non vergognarsi, il ministro ride in faccia all’opposizione. Ma il problema non è che ride: il problema è che ride nel modo sbagliato. È una risata che sembra scritta, come se Tajani stesse interpretando il ruolo dello “statista impassibile di fronte alle critiche”, ma l’interpretazione non funziona. È una risata di scena recitata male.
Lo stesso accade quando Matteo Renzi lo critica definendolo “raccapricciante per mediocrità” (e lo fa con tempi teatrali perfetti). Tajani reagisce in aula gesticolando furiosamente, al punto che il presidente dell’assemblea deve intervenire per calmare gli animi. Ma anche questa arrabbiatura è artificiale. È arrabbiatura da commedia dell’arte: gesticolazione eloquente, corpo che si muove come una marionetta, ma privo di autenticità interiore. È come se Tajani stesse seguendo una sceneggiatura invisibile che gli diceva: “Adesso ti arrabbi”. E Tajani obbedisce, ma l’arrabbiatura non lo abita davvero.
In questo modo la politica estera italiana diventa involontariamente comica. Non è satira costruita: è satira che accade naturalmente quando le istituzioni non riescono a comunicare la realtà che stanno gestendo, né riescono ad abitare con autenticità emotiva i ruoli che ricoprono. I meme su Tajani non sono la vittoria della presa in giro, ma una drammatica cronaca del reale. Sono il sintomo di uno stato dove il linguaggio politico istituzionale si disintegra nel momento in cui cerca di raccontare la realtà, e dove anche l’arrabbiatura, anche l’indignazione, suonano come battute recitate male in una commedia di secondo ordine.
Il ministro rimarrà così per sempre il tenero Antonio: sulla soglia di dire qualcosa di importante, poi furioso perché qualcuno non lo comprende, ma in entrambi i casi incapace di comunicare se non attraverso la finzione di sé stesso. In attesa che il lettore trovi la risposta in un’ultima pagina che non arriva mai, o che l’arrabbiatura finalmente abiti il corpo di chi la recita. Niente di questo accade. Rimane solo la cascata di meme, il pubblico confuso, e un ministro che continua a dettare frasi che, alla fine, non significano niente.
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