Memoria e Futuro

Il Var in tribunale

di Marco Di Salvo 15 Gennaio 2026

Non nascondo che mi sarebbe piaciuto evitare questo argomento, probabilmente perché sono molto legato al tema per vicende politico-personali, di cui magari vi parlerò in altre occasioni. Ma, visto che ci stiamo avvicinando a passi accelerati alla data del referendum è giusto qualche fare qualche riflessione sulla riforma che va al voto che, di qui ha qualche settimana, sarà al centro di tutte le discussioni politiche. Ci proverò leggendo le cose in maniera spero utile, con l’obiettivo di riflettere alla giusta distanza sul tema, mantenendo un sereno distacco dalle polemiche spicciole.

Partiamo con una riflessione forse banale, ma che mi ha conquistato in queste ultime settimane. Nel nostro paese c’è spesso un momento in cui sembra trovarsi un’amara coerenza nell’affidarsi a soluzioni meccaniche per risolvere problemi umani, come dimostrano il VAR nel calcio e la proposta riforma costituzionale della giustizia con la separazione delle carriere. Entrambe le presunte rivoluzioni, nate sotto le insegne dell’oggettività e della trasparenza, rischiano di tramutarsi in labirinti procedurali che spostano le polemiche senza risolverle.

Il VAR, concepito come occhio discreto e imparziale, si è trasformato via via nel corso degli anni in un “Napoleone in campo”, un decisore remoto che frammenta il gioco e spesso opacizza, anziché chiarire, le decisioni. Allo stesso modo, la riforma giudiziaria, con la sua architettura di due CSM distinti e l’introduzione del sorteggio per la selezione di alcuni componenti, rischia di credere che la perfezione di un meccanismo – la lotteria – possa guarire i mali cronici di un sistema complesso.

Proprio sul sorteggio, un confronto con l’evoluzione del mondo arbitrale nel calcio è illuminante e paradossale. Anche lì, storicamente, vigeva una forma di selezione per sorteggio degli arbitri per le partite, un metodo ritenuto ingenuamente “puro”. Tuttavia, quel sistema era notoriamente permeabile a influenze e sussurri, dove il caso poteva essere pilotato da logiche sottobanco come note vicende hanno negli scorsi decenni raccontato.  Così, si è passati a un sistema di designazione tecnica, affidata a commissioni che valutano merito, competenza, forma fisica e prestazione. È ironico, allora, che mentre lo sport abbia abbandonato il sorteggio come metodo ingenuo e corruttibile per abbracciare criteri di professionalità, la proposta riforma per l’autogoverno di una delle istituzioni più delicate dello Stato vi faccia ritorno, elevandolo a garanzia di neutralità. È come se, per paura delle distorsioni della scelta umana, si regredisse a un feticcio della casualità, ignorando che la vera garanzia sta in procedure trasparenti, nella valutazione del merito e nella responsabilità delle scelte.

Questa fede nel sorteggio per il CSM è la stessa che animava la speranza nel VAR: che uno strumento tecnico o un algoritmo possano essere più saggi dell’esperienza e del giudizio ponderato. Invece, entrambi gli approcci rischiano di produrre lo stesso effetto perverso: deresponsabilizzare la comunità chiamata a decidere (i magistrati nel loro autogoverno, gli arbitri in campo) e creare un nuovo livello di opacità. Chi verrà sorteggiato al CSM dovrà poi prendere decisioni gravose: la casualità della sua nomina non sarà uno scudo per la qualità delle sue decisioni, così come abbiamo visto che l’immagine in slow motion non è una bacchetta magica per l’arbitro in difficoltà.

La lezione finale è che né il pallone né la bilancia della giustizia si governano con la roulette. La giustizia, settore infinitamente più complesso e vitale di quello calcistico, non può accontentarsi dell’illusione meccanica del sorteggio o della moltiplicazione degli organi. Ha bisogno di investimenti coraggiosi, di una digitalizzazione reale, di snellimento delle procedure e, sì, di una selezione dei suoi organi di governo basata su competenza, visione e accountability. Creare due CSM e sorteggiarne alcuni componenti può sembrare una riforma epocale, ma senza affrontare i nodi sostanziali – i tempi biblici dei processi, le carenze strutturali, una cultura della valutazione – rischia di essere solo un cambiamento di scenografia. Come il VAR ha aggiunto strati di tecnica senza restituire il senso di giustizia immediata al tifoso, così questa architettura rischia di lasciare il cittadino con la stessa, se non maggiore, distanza da una giustizia che fatica a essere davvero efficiente e percepita come equa. La sfida è riportare al centro l’umanesimo delle riforme: non macchine o algoritmi, ma strumenti che potenzino, senza sostituirla, la responsabilità e la saggezza umana.

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