Memoria e Futuro

La colonizzazione delle parole

di Marco Di Salvo 13 Febbraio 2026

Le dichiarazioni di Sir Jim Ratcliffe, comproprietario del Manchester United, secondo cui il Regno Unito sarebbe stato “colonizzato dagli immigrati” hanno innescato una tempesta politica che illumina una trasformazione inquietante nel discorso pubblico britannico. Durante un’intervista a Sky News all’European Industry Summit di Anversa, il miliardario ha affermato che il paese non può sostenere un’economia con nove milioni di persone che vivono di sussidi e grandi livelli di immigrazione, definendo la situazione una vera e propria colonizzazione con costi insostenibili.

Le reazioni sono state immediate e trasversali. Il Primo Ministro Keir Starmer ha definito le osservazioni offensive e sbagliate, mentre l’organizzazione anti-razzista Kick It Out ha sottolineato che questo tipo di linguaggio non ha posto nel calcio inglese. Il Manchester United ha rilasciato una dichiarazione in cui si afferma orgoglioso di essere un club inclusivo e accogliente che riflette la storia e l’eredità di Manchester, una città che chiunque può chiamare casa.

Eppure, ciò che è più significativo di questa controversia non è l’indignazione che ha generato, ma il contesto politico in cui è emersa. Le parole di Ratcliffe non sono un’aberrazione isolata, ma sintomo di un cambiamento più profondo nella “finestra di Overton” britannica – ovvero l’intervallo di idee considerate politicamente accettabili in un dato momento.

L’anno scorso in Gran Bretagna, il dibattito pubblico sui richiedenti asilo è diventato così ostile che alla violenza verbale è seguita quella fisica, eppure giornali e programmi televisivi continuano a discutere se gli immigrati ricevano troppi benefici. Questo rappresenta precisamente ciò che significa uno spostamento verso destra della finestra di Overton: temi un tempo relegati ai margini estremi del discorso politico diventano argomenti di discussione mainstream.

La forza trainante di questa trasformazione è stata sicuramente la presenza di Reform UK e del suo leader Nigel Farage. Il partito, che ha conquistato appena cinque seggi alle elezioni del 2024, ora guida la maggior parte dei sondaggi nazionali. Farage è diventato il leader politico più affidabile sulle questioni di immigrazione secondo i sondaggi, con il 28% di fiducia, seguito dal Primo Ministro Starmer al 15%. Significativamente, tra gli elettori conservatori del 2024, tanti si fidano di Farage quanto della loro stessa leader Kemi Badenoch.

Farage è riuscito a spostare la finestra di Overton e a cambiare le posizioni di Labour e Conservatori sull’immigrazione. Avendo fatto ciò, ora va ancora oltre. Reform ha proposto di abolire il diritto degli immigrati di richiedere l’Indefinite Leave to Remain, vietare a chiunque non sia cittadino britannico di richiedere sussidi e costringere chi richiede la cittadinanza britannica a rinunciare ad altre cittadinanze.

Il terreno su cui crescono queste proposte è stato attentamente preparato. L’attuale allineamento dei partiti laburista e conservatore su politiche migratorie restrittive, piani economici di austerità e retorica anti-trans suggerisce che la finestra di Overton si è spostata significativamente verso destra. L’approccio del governo laburista alla gestione dei media – lanciare proposte di prova, valutare la reazione pubblica e spostare il discorso in modo incrementale – ha trasformato ciò che un tempo era considerato controverso in consenso politico.

La normalizzazione di questo linguaggio ha conseguenze concrete e allarmanti. Molteplici gruppi di estrema destra sono stati documentati come presenti alle proteste anti-immigrazione, inclusi membri di Britain First, Homeland Party e Patriotic Alternative. Il coinvolgimento di Reform UK ha fornito un veicolo politico più mainstream al sentimento anti-immigrazione, legittimando posizioni che prima appartenevano solo ai margini radicali.

La retorica della “colonizzazione” di Ratcliffe – che lui stesso ha dovuto parzialmente ritirare scusandosi per la scelta di linguaggio – echeggia narrative che un tempo erano confinate ai margini estremi della politica. Ratcliffe ha detto di aver incontrato Farage, descrivendolo come un uomo intelligente con buone intenzioni. Farage ha risposto sui social media affermando che la Gran Bretagna ha subito un’immigrazione di massa senza precedenti che ha cambiato il carattere di molte aree del paese.

Ciò che rende questo momento particolarmente pericoloso è che figure del calibro di Ratcliffe – un miliardario che possiede una quota significativa di uno dei club di calcio più iconici al mondo – possono esprimere tali posizioni senza essere completamente emarginati. In dicembre 2024, la sua azienda Ineos ha accettato un pacchetto di sostegno dal governo britannico del valore di oltre 120 milioni di sterline per evitare la chiusura del suo stabilimento chimico in Scozia. Eppure, questo non lo ha dissuaso dal criticare la spesa pubblica destinata agli immigrati e ai beneficiari di sussidi.

Il paradosso è stridente: un imprenditore che riceve ingenti aiuti di stato si erge a critico della spesa pubblica per i più vulnerabili, usando una retorica che dipinge l’immigrazione come un’invasione coloniale. Questa contraddizione, tuttavia, passa quasi inosservata nel clima politico attuale, dove il frame narrativo anti-immigrazione è diventato così dominante da normalizzare persino le posizioni più estreme.

Il governo laburista, che dovrebbe rappresentare un’alternativa progressista, ha trascorso così tanto tempo a confondere i confini tra il suo approccio all’immigrazione e quello di Reform che sembra aver perso la volontà di prendere posizione contro l’estrema destra. Quando persino un governo laburista adotta frame retorici anti-immigrazione sempre più duri, quando la discussione su lasciare la Convenzione Europea dei Diritti Umani passa da ossessione marginale a tema di discussione aperto, la finestra di ciò che è “dicibile” si è drammaticamente allargata verso destra.

La vicenda Ratcliffe è quindi uno specchio del Regno Unito contemporaneo: un paese dove il linguaggio un tempo considerato razzista sta rapidamente diventando parte del discorso politico accettabile, dove i partiti mainstream competono per dimostrare chi sia più duro sull’immigrazione, e dove le voci che celebrano il contributo degli immigrati alla società britannica vengono sempre più sommerse da narrative di invasione, sostituzione e colonizzazione.

In questo contesto, le scuse di Ratcliffe per la “scelta di linguaggio” appaiono come un dettaglio tecnico piuttosto che un ripensamento sostanziale. Il problema non è tanto la parola “colonizzazione” in sé, quanto l’intera visione del mondo che essa rappresenta: una Gran Bretagna assediata, minacciata, impoverita dall’arrivo di stranieri. Questa narrativa, ripetuta da Reform, amplificata dai tabloid e ora sdoganata persino da figure dell’establishment come Ratcliffe, sta ridefinendo i parametri del dibattito nazionale in modo che dovrebbe allarmare chiunque abbia a cuore una società aperta e pluralista.

Questa perversione del discorso pubblico non è certo un’esclusiva britannica. In Italia, la trasformazione è stata se possibile ancora più radicale e rapida. Quello che nel Regno Unito sta avvenendo attraverso lo spostamento della finestra di Overton, in Italia si è già consolidato come nuovo senso comune. Il passaggio dalla retorica leghista del “prima gli italiani” agli anni della gestione Salvini del Ministero dell’Interno, fino all’attuale governo Meloni, rappresenta un percorso di sdoganamento progressivo di linguaggi e politiche che una volta appartenevano solo alla posizione più radicalizzata della destra estrema.  Come nel Regno Unito di Ratcliffe e Farage, anche nell’Italia contemporanea la finestra di ciò che è dicibile si è spostata così a destra che persino le posizioni apertamente xenofobe trovano legittimazione nel dibattito pubblico. E quando l’odio diventa mainstream, quando il razzismo si traveste da pragmatismo, quando la disumanizzazione dell’altro diventa politica di governo, allora davvero abbiamo perso qualcosa di fondamentale della nostra civiltà.

Una frana linguistica simile a quella geologica di Niscemi, di cui, al netto delle dichiarazioni di maniera, nulla interessa, fin quando non frana tutto giù dal burrone. Fin quando non è oramai troppo tardi.

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