L'architettura e noi
La cultura architettonica italiana continua a replicare se stessa
La cultura architettonica, in Italia, è dormiente; più che in crisi, che implicherebbe vitalità, è in stagnazione, come qualcosa che non sa che ripetersi. Il che non sarebbe una male, a patto che la ripetizione ritrovi lo spirito originario e nel contempo si carichi di ciò che di nuovo avviene: cioè che sia una ripetizione ad occhi aperti. Invece si riposa sugli allori; e le scuole non sono più sede di ricerca.
Le scuole storiche hanno perso la loro spinta propulsiva: la scuola di Rogers a Milano, quella di Samonà a Venezia, quelle di Muratori e di Quaroni a Roma. Il denominatore comune di quelle scuole era, ed è, il rapporto storia – progetto. Se qualcosa di nuovo è avvenuto dopo questa grande tradizione non dobbiamo cercarlo in Italia, ma in Francia piuttosto che in Olanda. Ora non si vuole un generico nuovismo, ma uno sviluppo coerente, che proprio nel rapporto storia progetto può trovare le sue ragioni.
Storia e progetto non sono soltanto un vecchio edificio e il suo rifacimento (comprese le distorsioni avvenute), ma sono due mondi dinamici a confronto, in attesa di una sintesi ad alto livello: cioè a quel livello in cui la compenetrazione porti ad un risultato diverso: e quindi nuovo.
E su queste novità si dovrà lavorare, a livello linguistico, perché quel rapporto assomiglia molto al rapporto lingua – dialetto, o lingua – parola. Le scuole tradizionali non hanno sciolto il nodo linguistico o espressivo: troppo vicina l’esperienza del Razionalismo; nodo che hanno cominciato ad affrontare i primi allievi di quelle scuole: Aldo Rossi per citarne uno su tutti.
Ma oggi il palinsesto è più complesso e l’attività estrattiva di tipologie e stilemi deve portare in luce ciò che troppo spesso si rifugia all’ombra della tradizione. Più che nuovo il risultato deve essere vivo, all’altezza della situazione e dei tempi. Altrimenti abbiamo progetti neo accademici. Uno di questi è pubblicato sull’ultimo numero di Domus (dicembre 2025).
Si tratta del recupero delle Officine Meccaniche Reggiane a sede dei dipartimenti dell’Università di Modena e Reggio Emilia, curato dalla Zamboni Associati Architettura. Qui il nuovo e il vecchio si confrontano in modo elementare e diretto, senza la mediazione di un’idea: l’uno appare timido e l’altro residuale, quando invece poteva esserci la grandezza di entrambi. Come un poema nel quale la rima cuore – amore non basti a portare in vita una storia.
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