L'architettura e noi
La fantasia circolare è il sale dell’architettura
L’ultimo numero di DOMUS, il 1108 del gennaio 2026, si intitola: “L’architettura è fantasia”, proprio con la e accentata, come se fosse “la vita è sogno”. Ora, se c’è qualcosa che è sempre stata se stessa è proprio l’architettura. Il mito della Grecia, poi di Roma, fino a oggi.
L’editoriale di Ma Yansogng insiste: l’architettura non è architettura: è fantasia.
Dice. “L’ideale dell’architettura è trasformare la realtà attraverso la fantasia”. O le fantasie, come nel testo in inglese. Ora, che l’architettura debba segnare (non trasformare) la realtà non c’è dubbio: essa è dunque un sistema di segni, una lingua. Ma dove sta la fantasia in una lingua? Dentro se stessa, non al di fuori. E dove sta la fantasia nell’architettura? Dentro se stessa.
Palladio ha avuto una “bella fantasia” nel trasformare la villa in un tempio, ma sempre con i materiali dell’architettura ha lavorato. Se si esce fuori da questi si perde anche l’architettura e la fantasia è solo un ricordo di essa. A mettere le cose a posto ci pensa Norman Foster, uno dei migliori tra le archistar, intervistato nello stesso numero della rivista
“Penso che la realtà sia qualcosa cui non si può sfuggire. L’architettura è un business. Gli architetti devono diventare più furbi nel dimostrare che la loro esperienza e la loro competenza sono impagabili. La nostra professione non è la migliore nel comunicare il proprio valore a una comunità più vasta. Credo che la categoria debba trovare un modo per rimanere centrale nell’ambiente in un mondo di cambiamento. Sarà pure un luogo comune, ma sono convinto che la qualità della vita risenta fortemente della qualità del progetto di quel che ci sta intorno.” Come dire che la fantasia è circolare: da dentro il progetto si trasferisce all’esterno, verso gli utenti.
E la centralità è del progetto.
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