Memoria e Futuro
La miccia corta del rancore
L’ultimo strappo diplomatico con la Francia, nato dalla tragica uccisione del giovane attivista Quentin Deranqué a Lione, ha offerto alla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, l’occasione per una replica che è andata ben oltre la semplice difesa retorica della sovranità nazionale (rappresentata da lei, naturalmente). Nel rispondere all’invito di Emmanuel Macron a non immischiarsi nelle vicende francesi, Meloni ha tirato in ballo un capitolo doloroso della storia italiana: l’asilo politico concesso dalla Francia, grazie alla cosiddetta “dottrina Mitterrand”, a decine di ex terroristi rossi in fuga dall’Italia negli anni di piombo. Non una novità, più un riflesso pavloviano. È come se si accendesse un petardo a miccia corta, che esplode in un risposta velenoso dal finale scontato.
Ha parlato (“nova”, direbbero nei circolini in Toscana) di un clima che “può riportarci indietro di qualche decennio” (probabilmente a caccia di una profezia che si autoavveri consentendole di mostrarsi più moderata di quanto non sia in realtà), e ha ricordato come la Francia abbia dato asilo a un “fior fiore di brigatisti rossi” (altro cavallo di battaglia, oramai un po’ bolso). A un primo sguardo, l’argomento potrebbe apparire inoppugnabile: la sinistra francese, e in particolare il Presidente socialista François Mitterrand, offrì protezione a chi in Italia aveva insanguinato le strade. La “dottrina Mitterrand”, infatti, permise a centinaia di italiani, compresi condannati per reati gravi, di rifarsi una vita Oltralpe, scatenando la legittima indignazione dei familiari delle vittime. Coca c’entri Macron e la vicenda odierna con tutto questo è da capire.
Tuttavia, la strumentalizzazione di questa ferita storica da parte della premier e della sua classe dirigente non è solo un abile diversivo per evitare di commentare ulteriormente l’omicidio di un ragazzo di destra avvenuto in Francia. È la dimostrazione lampante di una tara culturale profonda, che affligge questa destra di governo: l’incapacità, o la volontaria rimozione, di fare i conti con la propria storia, e una visione selettiva e distorta della memoria collettiva. Perché se è vero che la Francia è stata un rifugio per i terroristi rossi, è altrettanto vero che altri Paesi europei, in quegli stessi anni e in quelli immediatamente precedenti, offrirono riparo, sostegno e connivenza ai terroristi neri, a quell’eversione neofascista che seminò stragi e sangue con la chiara regia di depistaggi e “servizi deviati”.
Di quelli non si parla mai. Il racconto che emerge dalle parole della destra è monco. Mentre si condanna a ragione la Francia di Mitterrand, si tace colpevolmente sulla Spagna franchista, sulla Grecia dei colonnelli, e su alcuni settori degli stessi apparati statali europei che furono crocevia e basi logistiche per i terroristi di destra. La strategia della tensione non fu solo un affare interno: la “pista nera” ebbe ramificazioni internazionali ben precise.
Questa amnesia selettiva non è un incidente di percorso. È la cifra culturale di una destra che non ha mai rotto del tutto con la nostalgia del periodo in cui era esclusa da tutto (gli anni de “L’eco della fogna”, per capirci) e che fatica a riconoscere la matrice eversiva del neofascismo, di cui si sono abbeverati anche i “gabbiani” meloniani. È la stessa destra che per decenni ha minimizzato, deviato o giustificato la strage di Bologna come un “incidente” o l’opera di “opposti estremismi”, che ha creduto alla storia che i morti di Piazza Fontana fossero da attribuire agli anarchici, che ha fatto di chi, come il commissario Calabresi, è rimasto ucciso in quegli anni un vessillo (malgrè lui, verrebbe da dire, che si autodefiniva “socialdemocratico”) da sbattere in faccia a chiunque si opponesse alla loro riscrittura. Una sorta di “e allora le foibe?” ante litteram.
La “tara culturale” della classe dirigente di Fratelli d’Italia è proprio questa: l’incapacità di elaborare un lutto storico completo e non di parte. Il dolore per le vittime delle Brigate Rosse è sacrosanto e va onorato, ma non può essere usato come scudo per proteggere la memoria di chi, dall’altra parte della barricata, seminava morte con l’obiettivo di soffocare la democrazia. Citare i brigatisti per attaccare la Francia, fingendo di dimenticare che i terroristi neri avevano i loro protettori in Paesi allora governati da regimi affini alle radici culturali di una parte della destra italiana, non è solo un’operazione retorica di corto respiro. È la prova di una maturità politica mai raggiunta, di un conto con la storia che si continua a rimandare, preferendo la comoda memoria del rancore alla faticosa costruzione di una verità condivisa.
Solo quando la destra italiana imparerà a guardare con lo stesso sdegno agli orrori del terrorismo nero e ai suoi complici internazionali, e non solo a quelli rossi, potrà dirsi davvero forza di governo e non espressione di una subcultura politica eternamente prigioniera dei suoi fantasmi. Fino ad allora, parole come quelle pronunciate da Meloni resteranno solo sterili esercizi di polemica, destinati ad avvelenare i rapporti con l’Europa e a mostrare al Paese una classe dirigente culturalmente miope.
Devi fare login per commentare
Accedi