Memoria e Futuro
La sinistra senza intelligenza (artificiale)
Matt Bruenig, giurista sindacale e attivista socialista americano, si trova in una posizione paradossale. Milita nella sinistra radicale che sostiene Bernie Sanders, ma utilizza quotidianamente l’intelligenza artificiale per potenziare esattamente quel lavoro: automatizza database sindacali, produce newsletter con 13.000 iscritti, genera manuali di giurisprudenza del lavoro con Claude Code. Non deve più scrivere una riga di codice statistico – ciò che richiedeva ore ora richiede secondi. E si chiede in questa riflessione su Substack: perché la sinistra reagisce all’IA con riflesso difensivo invece di rivendicarla come strumento di emancipazione?
La sua risposta è netta: esistono tre tipi di scetticismo verso l’IA, ma solo uno è legittimo. Lo scetticismo tecnologico (“non funziona davvero”) è empiricamente insostenibile – basta usarla per rendersene conto. Lo scetticismo finanziario (“è una bolla”) può essere ragionevole ma è irrilevante per la politica. L’unico scetticismo fondato riguarda gli effetti distributivi: l’IA creerà nuovi miliardari e disoccupazione tecnologica. Ma questo, argomenta Bruenig, è un problema del capitalismo, non della tecnologia in sé. E c’è anche un paradosso: l’IA colpirà soprattutto il settore tech che la sinistra critica. Se rende il coding “trivialmente facile”, dovrebbe essere un alleato contro le élite tecnologiche, non un nemico da combattere.
Nate Silver, statistico e fondatore di FiveThirtyEight, porta questa discussione su un piano più concreto e crudo: se l’IA ha anche solo una frazione dell’impatto che la Silicon Valley si aspetta, le conseguenze politiche saranno devastanti. E sicuramente non saranno gentili. Silver demolisce infatti l’ottimismo di Sam Altman sulla “gentle singularity”, l’idea che ci abitueremo rapidamente ai nuovi strumenti come dopo la rivoluzione industriale. I dati raccontano un’altra storia: mentre il CEO di OpenAI promette transizioni dolci, i sondaggi Gallup mostrano pessimismo diffuso sul futuro e crollo della fiducia nelle Big Tech (dal 32% al 24% tra 2020 e 2025).
Le ragioni per cui l’impatto politico sarà devastante sono tre. Primo, la Silicon Valley è pessima in politica: insulare, ricchissima (Elon Musk è ormai quasi triliardario), arrogante e immersa in pessime frequentazioni (da Trump a Epstein). Secondo, la sinistra si sveglierà tardi. Oggi liquida i modelli linguistici come “chatbot che allucinano”, ma quando si renderà conto dell’impatto reale, la reazione sarà violenta proprio perché tardiva. Come scrive Jack Clark di Anthropic citato da Silver: “Storicamente, quando un piccolo gruppo acquisisce enorme potere e prende decisioni che cambiano la vita di moltissime persone, la minoranza viene realmente, davvero, uccisa. La gente non prende sul serio le ghigliottine”. Terzo, la “classe creativa” minacciata – giornalisti, consulenti, scrittori, persone che plasmano l’opinione pubblica – amplificherà il conflitto politico. Silver riporta conversazioni con amici su “chi avrà ancora un lavoro tra cinque anni”. Discussioni che non è difficile orecchiare anche nel nostro paese.
Nel contesto italiano esiste una figura simile a Bruenig: Arturo Di Corinto, giornalista de Il Manifesto e La Repubblica, docente alla Sapienza, advisor per la Cybersicurezza Nazionale, formatosi nella cultura hacker e nel movimento del software libero. Dal 2014 insiste in una “Critica alla sinistra che ha perso il treno dell’innovazione” e sottolinea che servirebbe costruire un’alternativa pubblica e democratica all’IA, basata sull’etica hacker della condivisione della conoscenza. Ma Di Corinto resta voce isolata, marginale rispetto al discorso dominante della sinistra italiana che oscilla tra tecnofobia e burocratese.
Il confronto tra le traiettorie di Bruenig e Di Corinto rivela differenze strutturali cruciali tra le due sinistre. Negli Stati Uniti, il People’s Policy Project di Bruenig è diventato un think tank influente che consulta direttamente Bernie Sanders e Zohran Mamdani, neo-eletto sindaco socialista di New York nel novembre 2025. Il modello americano funziona perché esiste un ecosistema articolato: DSA (Democratica Socialists of America) con 90.000 membri attivi, politici giovani e tecnologicamente alfabetizzati come Alexandria Ocasio-Cortez e Mamdani, think tank indipendenti finanziati dal basso (Bruenig raccoglie fondi su Patreon rifiutando grandi donatori), media come Jacobin che danno spazio a contenuti tecnici complessi. Bruenig può scrivere di IA e redistribuzione perché ha un pubblico di attivisti che capiscono sia il codice che l’economia politica.
In Italia, Di Corinto resta nel deserto. Né PD né M5S hanno figure di riferimento con competenze tecniche comparabili. Non esistono think tank di sinistra che lavorino su tecnologia e redistribuzione, né politici under-40 tecnicamente competenti che citino Di Corinto nei loro programmi. La sinistra parlamentare è impantanata in litigi personalistici (Conte vs Schlein, l’attivismo di Renzi, le polemiche a rimorchio dell’agenda setting della maggioranza), alleanze tattiche regionali dove il M5S ottiene assessorati con il 4% pur restando “indipendente” dal campo progressista, mozioni sulla politica estera che dividono invece di unire. La differenza è brutale: negli USA, Bruenig scrive un pezzo sull’IA e Mamdani lo cita in un town hall a Brooklyn. In Italia, Di Corinto scrive un pezzo sull’IA e nessuno in politica lo legge. La sinistra parlamentare discute di Santanchè, non di singolarità tecnologica.
E a destra? Il governo Meloni ha approvato a settembre 2025 la prima legge italiana sull’IA: retorica “antropocentrica”, miliardo di euro, Fondazione nazionale (con stipendi corredati ad altri nominati). Ma dietro ci sono solo principi generici e deleghe in bianco, nessuna visione industriale. Mentre Macron e von der Leyen discutono di IA a Parigi, l’Italia manda l’ottimo Urso (con rispetto parlando, avrebbe detto Massimo Bordin). Il PD si concentra sui rischi. Il M5S oscilla tra cautela e confusione. Sinistra Italiana e AVS sono assenti.
Le lezioni sono chiare. Serve superare il riflesso luddista: il problema non è l’IA ma come il capitalismo distribuisce i benefici. Servono proposte concrete: chi possiede i dati? Chi controlla i modelli? Come redistribuire i guadagni? Serve competenza tecnica e visione politica: modelli open source, infrastrutture pubbliche, regolazione per cooperazione non monopolio.
La domanda non è se l’IA trasformerà lavoro e società – è un dato di fatto, lo sta facendo e lo farà sempre di più in futuro. La domanda è chi controllerà questa trasformazione e a vantaggio di chi. La destra e le Big Tech hanno una strategia chiara: mercato, concentrazione, arricchimento di pochi. La sinistra europea oscilla tra tecnofobia e burocratese, perdendo l’opportunità di costruire un’infrastruttura pubblica e democratica. Come scrive Bruenig, ciò che conta è la tecnologia che permette di fare cose prima impossibili. La sinistra può rivendicare quell’entusiasmo per un progetto di trasformazione sociale, oppure difendere lo status quo mentre altri scrivono il futuro. Ma quando piccole élite acquisiscono enorme potere, le conseguenze raramente sono gentili. E l’Italia resta spettatrice di una partita globale, con una classe politica che discute di tutt’altro.
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