Cosa vi siete persi

La Start Up sepolta dallo streaming

di Marco Di Salvo 30 Novembre 2025

Nell’era dello streaming, come si sa, siamo sommersi da contenuti. Eppure, paradossalmente, guardiamo sempre all’incirca le stesse cose. Gli algoritmi di Netflix, Prime Video e compagnia bella ci propongono ossessivamente le loro produzioni di punta, quelle su cui hanno investito milioni in marketing, mentre decine di serie eccellenti languono nell’ombra dei cataloghi, condannate all’oblio digitale.

Aprendo qualsiasi piattaforma streaming, il copione è sempre lo stesso: nella homepage campeggia l’ennesimo thriller scandinavo con detective tormentato, la nuova serie true crime che promette di svelare “la verità mai raccontata” su un caso che è già stato sviscerato in altri tre documentari, il drama adolescenziale dove ragazzi che sembrano trentenni affrontano problemi esistenziali tra una festa e l’altra. E poi ci sono le serie fantascientifiche che strizzano l’occhio a Stranger Things, i medical drama che replicano formule collaudate da Grey’s Anatomy, le comedy romantiche che seguono pedissequamente lo schema ragazzo-incontra-ragazza-con-qualche-elemento-quirky-nel-mezzo. Tutto è perfettamente confezionato, testato sui focus group, ottimizzato per il binge-watching. Tutto è tremendamente simile, perché l’algoritmo sa che funziona, che genera visualizzazioni, che mantiene gli abbonati. Ma in questa sovrabbondanza omologata, la diversità narrativa muore soffocata. Le serie che osano uscire dagli schemi, che non rientrano in categorie facilmente marketizzabili, che chiedono allo spettatore qualcosa in più della passiva fruizione, finiscono sepolte nei meandri dei cataloghi, accessibili solo a chi sa esattamente cosa cercare.

StartUp è proprio una di queste serie maledettamente sottovalutate. Andata in onda tra il 2016 e il 2018 su Crackle (una piattaforma che probabilmente molti non hanno mai sentito nominare), questa serie in tre stagioni rappresenta tutto ciò che le produzioni mainstream evitano accuratamente: ambiguità morale, personaggi complessi e genuinamente difettosi, una narrazione che non ti prende per mano. Attenzione però: non confondetela con l’omonima serie coreana “Start-Up” (con il trattino) uscita su Netflix nel 2020. Quella è un K-drama romantico ambientato nel mondo delle startup tecnologiche della Corea del Sud, con tutti gli ingredienti tipici del genere: triangoli amorosi, protagonisti dall’aspetto impeccabile, momenti melodrammatici e un tono decisamente più leggero. Niente di male, sia chiaro, ma si tratta di un prodotto completamente diverso, perfettamente inserito nei canoni delle produzioni coreane che Netflix ha saputo vendere magistralmente al pubblico occidentale. Il fatto che condividano lo stesso titolo e l’ambientazione tech è una di quelle coincidenze che rendono ancora più complicato pescare la serie americana dalle profondità dei cataloghi streaming. Cercando “StartUp” oggi, è molto più probabile imbattersi nel drama coreano, ennesima dimostrazione di come la visibilità conti più della qualità.

Anche la piattaforma originale, Crackle, merita una parentesi a sé. Nata nel 2007 come Grouper e poi acquisita da Sony, era una piattaforma di streaming gratuita finanziata dalla pubblicità, un modello che all’epoca sembrava quasi rivoluzionario. Mentre Netflix chiedeva l’abbonamento mensile, Crackle puntava sull’accessibilità totale: contenuti gratis in cambio di qualche interruzione pubblicitaria. Il problema? Proprio la sua natura gratuita l’ha condannata a essere percepita come “serie B” dello streaming, il parente povero delle piattaforme premium. Sony ci ha provato a produrre contenuti originali di qualità, ma senza il peso marketing dei giganti del settore, serie come StartUp sono rimaste invisibili ai più. Nel 2019 Sony ha venduto la maggioranza di Crackle, che oggi sopravvive in una forma ancora più marginale. Un destino triste per una piattaforma che aveva osato scommettere su progetti coraggiosi quando le altre giocavano sul sicuro.

Ma torniamo alla serie. La premessa è elettrizzante: un’improbabile alleanza tra un banker disperato (Adam Brody), un gangster haitiano (Edi Gathegi) e una hacker cubano-americana (Otmara Marrero) dà vita a GenCoin, una criptovaluta che promette di rivoluzionare il sistema finanziario. Il problema? I soldi seed provengono dal traffico di droga. Quello che inizia come un thriller tecnologico si trasforma rapidamente in una riflessione spietata sul sogno americano e sui compromessi morali necessari per realizzarlo. Ogni personaggio è intrappolato tra aspirazioni legittime e mezzi illegittimi, tra l’innovazione tecnologica e la violenza del crimine organizzato.

StartUp non ha paura di essere scomoda. Non cerca di renderti simpatici i protagonisti attraverso battute intelligenti o momenti di vulnerabilità forzati. Sono persone imperfette che prendono decisioni discutibili, e la serie ti costringe a seguirle senza giudicare troppo in fretta. Martin Freeman (sì, Watson in persona) si unisce dalla seconda stagione nei panni di un agente FBI corrotto, aggiungendo un ulteriore strato di complessità morale a una narrazione già stratificata. La sua performance è ipnotica, inquietante, lontana anni luce dai personaggi bonari che lo hanno reso famoso.

La rappresentazione della tecnologia è sorprendentemente accurata per una serie TV. Non ci sono hacker che digitano freneticamente su tastiere illuminate mentre codici verdi scorrono sullo schermo. C’è invece una comprensione genuina di cosa significhi costruire una startup, dei compromessi tecnici, delle pressioni degli investitori, della fragilità di un ecosistema digitale. Ed è proprio questa autenticità a rendere la serie ancora più coinvolgente.

Ed eccoci al punto cruciale: perché una serie così solida è rimasta nell’ombra? La risposta è semplice e frustrante. Le piattaforme di streaming non sono biblioteche neutre, sono negozi con vetrine accuratamente curate. Ti mostrano quello che vogliono venderti, che raramente coincide con il meglio che hanno da offrire. StartUp non aveva il budget delle superproduzioni Netflix. Non aveva star hollywoodiane, a parte Freeman. Non aveva una campagna marketing martellante. Era semplicemente una serie ben scritta, ben recitata, con qualcosa da dire. E nell’economia dell’attenzione contemporanea, questo non basta.

Vale la pena recuperarla? Assolutamente sì, se cerchi qualcosa di diverso dalla solita formula. StartUp non è perfetta: la terza stagione perde un po’ di smalto e alcune sottotrame risultano meno convincenti. Ma nel panorama televisivo attuale, dominato da produzioni costose e prevedibili, questa serie rappresenta un raro esempio di narrazione che si prende dei rischi. È cruda, moralmente ambigua, tecnologicamente consapevole. Non ti coccolerà e non ti dirà chi dovresti tifare. Ti getterà semplicemente in un mondo dove le buone intenzioni si scontrano costantemente con la realtà spietata del capitalismo contemporaneo, lasciandoti solo con i tuoi dubbi.

E forse è proprio questo tipo di televisione che dovremmo cercare attivamente, invece di accontentarci di ciò che l’algoritmo decide di proporci.

Ah, la trovate su Netflix, cercando bene nell’archivio.

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