Memoria e Futuro

L’anno della marmotta

di Marco Di Salvo 28 Gennaio 2026

Sean Monahan, influente osservatore culturale americano, co-fondatore di K-HOLE (il collettivo creativo che ha coniato il termine “normcore”), nella sua newsletter 8Ball, ha recentemente scritto sulla strana percezione del tempo che caratterizza la nostra epoca, partendo da una citazione di Lenin: “Ci sono decenni in cui non accade nulla; e ci sono settimane in cui accadono decenni.” Questa frase cattura perfettamente la sensazione che molti di noi hanno provato negli ultimi anni.

A rifletterci bene, Monahan ha ragione quando sostiene che per molte persone il tempo si sia fermato nel 2016. Quell’anno rappresenta davvero uno spartiacque: il referendum sulla Brexit del 23 giugno ha segnato la prima grande crepa nell’Unione Europea, mentre in Italia il referendum costituzionale di dicembre ha portato alle dimissioni di Renzi, ampliando la voragine di un’instabilità politica che ancora oggi permea il paese (al netto dei mantra di autoconvincimento del contrario da parte di chi è al governo oggi). Negli Stati Uniti, l’elezione di Trump ha mandato in tilt un sistema che sembrava compassato e prevedibile nella sua alternanza.

E c’è del vero nel fatto che molti abbiano reagito a questi eventi come a un’aberrazione temporanea, uno stato d’eccezione che sarebbe stato presto corretto. Con il COVID, questa strategia ha funzionato: dopo un paio d’anni, mascherine e green pass sono scomparsi. Ma con le fratture politiche del 2016? Non proprio. In Italia, il governo Meloni è la consolidazione di forze che allora sembravano marginali. La parabola della Lega di Salvini, che nel 2018 ha governato con il M5S in una coalizione impensabile, è un risultato diretto di quella frattura. In Germania, l’ascesa dell’AfD segue la stessa traiettoria. Nel Regno Unito, Brexit è ormai realtà permanente, con l’instabilità ad essa collegata.

C’è anche un altro aspetto interessante di questo decennio, quello della “cultura bloccata” – l’idea che si fa sempre più largo tra diversi esperti del settore che i prodotti culturali degli anni 2020 siano indistinguibili da quelli degli anni 2010 e l’abuso della nostalgia. In Italia, l’ossessione per gli anni ’90 e primi 2000 – dalle serate “Discoteca anni ’90” a Sanremo che riscopre artisti di quel periodo – sembra confermare questa stasi. A leggere le cronache di chi ha osservato e ascoltato in in anticipo le canzoni del prossimo festival questo continuo ritorno al passato è la cifra musicale che descrive anche le canzoni presentate quest’anno.

La rivincita dei cosiddetti millennial. Che, alla fin fine, non sostengono che la loro cultura fosse la migliore, ma semplicemente che si è rivelata stranamente persistente. È una forma diversa di nostalgia: non quella di chi crede di aver vissuto l’apice della civiltà, ma di chi si aggrappa a ciò che conosce in un’epoca disorientante. Il problema è che pare ci si aggrappino anche quelli che non l’hanno conosciuta direttamente.

Monahan propone tre ipotesi per spiegare questa nuova fissazione sul tempo, che trovano riscontro anche nella realtà europea e italiana:

1. La profezia Maya era vera e il mondo è davvero finito nel 2012
C’è del vero in questa provocazione: l’adozione di massa di smartphone e social media ci ha tagliato fuori dal registro storico tradizionale. Il 2012 è anche l’anno del consolidamento del governo Monti in Italia, in risposta allo spread a 574 punti, della fine del berlusconismo come cifra politica del ventennio precedente (di lì in poi è solo un susseguirsi di sussulti). È il momento in cui la crisi europea resa permanente ha cambiato per sempre il rapporto degli italiani con le istituzioni e con l’idea stessa di futuro garantito.
2. Mentre la popolazione mondiale invecchia, la nostra percezione del tempo è accelerata
Invecchiando i giorni sembrano passare più velocemente, e l’Europa – con l’Italia in testa – è uno dei continenti più vecchi. L’Italia ha uno dei tassi di invecchiamento più alti al mondo. Quando un’intera società invecchia, la percezione collettiva del tempo si distorce.
3. L’auto-ipnosi via smartphone e social sta causando dissociazione di massa
In Italia l’uso dello smartphone è tra i più alti d’Europa: 4-5 ore al giorno per persona. Puoi rimanere bloccato sul telefono e perdere letteralmente ore, giorni, settimane. È una dissociazione di massa che rende ancora più difficile distinguere tra tempo che scorre e tempo che si ferma.

Stiamo chiaramente uscendo dal periodo in cui passavano decenni e non accadeva nulla. La guerra in Ucraina, la crisi energetica,  l’instabilità presente e futura in Francia e Germania – tutto suggerisce che siamo entrati nella fase in cui il cambiamento storico avviene in settimane. Il tempo prevedibile dell’era post-Guerra Fredda è finito. Siamo tornati in un’epoca di turbolenza che ricorda più i primi decenni del XX secolo che la stabilità del dopoguerra.

La dilatazione temporale che stiamo vivendo non è solo una sensazione soggettiva: è il riflesso di un mondo che ha perso i suoi ancoraggi storici e sta cercando, con fatica, di trovarne di nuovi. Il paradosso è che mentre cerchiamo questi nuovi ancoraggi, oscilliamo tra la paralisi – il tempo fermo del 2016 che non riusciamo a superare – e l’accelerazione frenetica degli eventi che ci travolgono. Forse imparare a vivere in questa tensione, senza aspettare un impossibile ritorno alla normalità, è la vera sfida della nostra epoca. Per non restare ingabbiati in un loop da anno della marmotta. Come nel film “Ricomincio da capo” – dove Bill Murray rivive lo stesso giorno all’infinito fino a quando non impara davvero qualcosa – potremmo essere intrappolati in un eterno 2016, condannati a rivivere le stesse dinamiche politiche e culturali finché non saremo pronti ad accettare che il mondo è cambiato per sempre. La marmotta ha visto la sua ombra: l’inverno sarà ancora lungo. Ma a differenza del protagonista del film, noi non abbiamo il lusso di aspettare che il loop si interrompa da solo. Dobbiamo trovare il modo di spezzarlo noi stessi, di smettere di guardare indietro al mondo pre 2016 come a un paradiso perduto o a quanto ci accade da quell’anno come un incubo in cui siamo intrappolati, e cominciare finalmente a vivere nel presente turbolento che ci è toccato in sorte.

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