L'architettura e noi
L’armonia, impronta dell’umano nell’architettura
In un servizio televisivo scorrevano immagini della Groenlandia. In particolare si vedevano piccoli villaggi di pescatori, formati da poche case colorate e liberamente disposte. Questi raggruppamenti davano un senso di armonia, certamente innata e non ricercata. Anche favorita dal fatto che là la terra è un bene comune e quindi non vi sono vincoli e recinti di proprietà. Dove invece il quartiere è progettato l’armonia si perde, perchè il planivolumetrico non è progetto compiuto, ma solo “dispositio”.
L’armonia nasce dalla Natura e dalla natura dell’uomo; e ben presto si trasferisce nell’architettura. La colonna, con le parti e con i suoi ordini, è l’emblema dell’armonia, che, ripetuta, genera altre armonie. È anche la sintesi di forma e funzione.
Ovviamente la nozione di armonia cambia nel tempo dapprima è più vicina al concetto di simmetria, poi a quello di proporzione tra le parti. Bisognerà attendere Leon Battista Alberti, che adotta la definizione ciceroniana di “concinnitas” per introdurre l’armonia nella sfera etico morale, come ideale di bellezza. Il San Giorgio di Mantova incarna questo ideale, con la sua architettura senza tempo.
Quindi l’armonia, da fatto tecnico, si fa sempre più concettuale, così come l’arte moderna, nel suo insieme, è un’arte concettuale. Il convento di la Tourette di Le Corbusier è, in questo senso, un esempio di armonia come insieme di armonie, dove l’impostazione tipologica resta chiara e leggibile e dove l’armonia gioca con la luce: il “gioco sapiente”.
Oggi, in architettura, l’armonia a volte si dissolve perdendo la sua tridimensionalità, cioè appunto la luce, intesa come essenza dell’idea.
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