Memoria e Futuro

Le Malavoglia

di Marco Di Salvo 19 Marzo 2026

Ma, a guardare l’impegno delle due leader dei partiti più grandi esistenti in questo momento nel nostro paese vi pare davvero che ci tengano a questo referendum?

Partiamo dall’inizio: questo referendum è, di fatto, per la presidente del consiglio, il risultato di un baratto fallito. Meloni all’inizio della legislatura aveva un progetto chiaro. Primo: il premierato, “la madre di tutte le riforme”: era quella sua, quella che avrebbe concentrato il potere presidenziale sull’esecutivo e sancito la sua legittimazione diretta. Secondo: l’autonomia alla Lega, per tenere buono Salvini. Terzo: la giustizia a Forza Italia, per tenere buono Tajani. Il patto iniziale era che procedessero in parallelo. Nessuno ci credeva, ma almeno l’architettura era chiara.

Poi la Corte Costituzionale ha demolito l’autonomia della Lega. Il premierato si è arenato alla Camera da giugno 2024. E Meloni si è trovata con una sola carta da giocare: la riforma sulla giustizia di Forza Italia. Non era la sua, non la voleva come prioritaria, ma doveva fargliela passare per non far saltare l’accordo di maggioranza. Così ha iniziato a investire su quella che non era nemmeno la sua battaglia. Non per convinzione: per necessità. Forse anche per questo ha detto che il governo resta al suo posto anche se vince il No. Non è un dettaglio. A Renzi importava mortalmente della sua riforma costituzionale. A Meloni evidentemente no.

Qui faccio un inciso personale, e riguarda il genere. Ho visto molte volte donne, nelle campagne elettorali che ho seguito per mestiere o per passione, dire cose che non credevano davvero. Accade di frequente. Vedi una candidata, una leader, una militante che cinque minuti prima della diretta o di un comizio ti confessa il dubbio, l’incertezza, persino il dissenso dalla linea di partito che sta per esporre. Eppure escono là e lo dicono comunque, con una credibilità costruita  in una frazione di secondo di lucida professionalità. Riescono a fare quello che i maschi spesso non riescono a fare – separare il dubbio dal dovere, il dovere della esposizione pubblica della teoria. Non credono, ma lo dicono come se credessero. È una forma di controllo della narrazione che le donne politiche (e non solo loro) hanno dovuto imparare: mostrare certezza anche quando non ce l’hai.

Nel caso di Meloni e Schlein, però, qualcosa è diverso. Non riescono nemmeno a mantenere quella distanza professionale. Il dubbio esce fuori. Lo vedi nei video lunghi tredici minuti su Instagram dove la Meloni spiega una riforma costituzionale come se dovesse convincere un bambino che non sa cosa sia. Lo vedi nei podcast con Fedez, l’ultima spiaggia per cercare audience (saranno elettori?) dove la campagna tradizionale non arriva. Lo vedi anche, dall’altra parte, nella manifestazione di chiusura a piazza del Popolo con gli spazi vuoti mentre Schlein cerca di costruire entusiasmo che, forse, non possiede. Lo vedi in ogni parola di Meloni quando accusa la magistratura,  lei che si è sempre detta erede in politica di Paolo Borsellino: due cose che non possono stare insieme se le credi davvero.

In più, Schlein, per formazione familiare e culturale non è o non dovrebbe essere fan della magistratura forte come istituzione blindata – la sua sinistra dei diritti tradizionalmente è garantista, o almeno lo era. Ma Schlein si è trovata come intrappolata dalla necessità di scippare a Conte il ruolo di capofila di questa battaglia. Il quale, da parte sua, sa come funziona: se perde il referendum il colpo per lui è neutro, se vince il No se ne intesterà il merito. Schlein invece è stata gonfiata come un pallone – se perde è una sconfitta sua (con eventuale conseguenza per la sua leadership), se vince non cambia nulla nella geografia della sinistra. Dal giorno dopo ricominciano i tira e molla con i potenziali alleati. La piazza romana semivuota di ieri mentre cercava di convincere di un No cui non credeva davvero è il simbolo perfetto di questa coazione a ripetere.

Ed è qui che torniamo alla differenza di genere: entrambe le donne dovrebbero avere quella capacità di cui parlavo, di separare il dubbio dal dovere. Eppure qui nemmeno quello funziona. Il dubbio è talmente profondo, talmente strutturale, che non riescono a controllarlo nemmeno con gli strumenti di cui dispongono. Meloni ed Elly Schlein mentre parlano di magistrati e Costituzione non pensano al risultato di questo referendum ma a come rendere la propria coalizione vincente per le prossime elezioni. Schlein sa che quello che importa è il 2027, quando il Paese andrà a votare per rinnovare il Parlamento. Il referendum di fatto è un intralcio, non un obiettivo. L’una e l’altra l’hanno capito settimane fa. Da allora hanno marciato avanti per dovere, per rispettabilità istituzionale, per evitare il crollo della loro credibilità di fronte ai loro rispettivi mondi.

Ma non riescono a farlo nemmeno bene. Non riescono nemmeno a mentire come avrebbero dovuto imparare a fare. Ed è quello che è più fastidioso: non è che non ci credono – è che non riescono nemmeno a far credere.

I sondaggi proibiti ma conosciuti confermano tutto questo: il No e il Sì arrancano, stantuffano, si superano a seconda della provenienza della rilevazione (ma alcune facce sono più scure delle altre). Le piazze dei due schieramenti raccontano lo stesso vuoto. Non è il quadro di due leader che combattono per quello che credono. È il quadro di chi sta aspettando che il 22 e 23 marzo arrivino per potere finalmente tornare a quello che sa fare: il gioco della politica senza la seccatura di dover convincere la gente, senza la seccatura di fingere.

Questa campagna non è una battaglia per una riforma. È un peso che nessuna delle due voleva portare, tolto dalle mani di terzi, e che tocca a loro trainare finché non cala il sipario.

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