Memoria e Futuro

Le scogliere artificiali

di Marco Di Salvo 19 Febbraio 2026

Ci sono momenti in cui la politica smette di fingere di ragionare sul lungo periodo e si mette a correre. L’Europa istituzionale ci si trova da qualche mese, in quel tipo di corsa affannosa e silenziosa che non appare sulle prime pagine ma si consuma nei corridoi delle cancellerie, nelle telefonate notturne tra capi di gabinetto, nelle indiscrezioni affidate ai giornali giusti al momento giusto. La posta in gioco è semplice: blindare le istituzioni chiave prima che le elezioni le consegnino a chi di quelle istituzioni non sa che farsene.

L’ultima mossa in ordine di tempo — o forse la più clamorosa — è quella rivelata dal Financial Times il 18 febbraio. Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea il cui mandato scade nell’ottobre 2027, starebbe valutando di lasciare anticipatamente l’incarico, prima delle elezioni presidenziali francesi della primavera di quell’anno. L’obiettivo, secondo una fonte vicina al suo pensiero, sarebbe consentire a Emmanuel Macron e al cancelliere tedesco Friedrich Merz di concordare insieme la successione (leggete da qualche parte il nome di Meloni in questa vicenda?), sottraendo la nomina alla discrezionalità di chiunque dovesse vincere l’Eliseo. La BCE ha smentito prontamente — «la presidente è totalmente concentrata sulla sua missione» — ma la prontezza stessa della smentita ha il sapore di chi sa che la storia non è campata in aria.

Non sarebbe la prima volta che l’asse franco-tedesco usa le nomine come argine. Nel 2019 fu proprio Macron, insieme a Merkel, a costruire il pacchetto che portò Lagarde alla BCE e von der Leyen alla Commissione. Oggi Macron è indebolito in patria, non può ripresentarsi all’Eliseo, ma può ancora fare il kingmaker — purché agisca prima che la finestra si chiuda. Perché in vetta ai sondaggi francesi c’è il Rassemblement National di Marine Le Pen, o il suo delfino Jordan Bardella, il quale in passato ha lasciato intendere che una BCE guidata secondo le sue simpatie potrebbe comprare debito francese per alleggerire i conti pubblici di Parigi. È un’idea che farebbe inorridire qualsiasi banchiere centrale, e che spiega perché controllare quella nomina valga quasi quanto vincere un’elezione.

A questa si aggiunge la mossa di François Villeroy de Galhau, governatore della Banca di Francia, che ha annunciato dimissioni anticipate di diciotto mesi. Anche qui, nessun gesto estemporaneo: si libera uno spazio negoziale nel mosaico europeo prima che la geografia del potere si riassesti. Merz, dal canto suo, sa che la Germania ambisce alla presidenza della BCE da un decennio, ma sa anche che con von der Leyen già alla Commissione fino al 2029, Berlino non può occupare contemporaneamente entrambe le vette. Il gioco delle nomine si intreccia con le elezioni presidenziali francesi del 2027, con quelle politiche italiane dello stesso anno, con le scadenze al Consiglio Europeo e, in piccolo, con l’elezione del successore di Mattarella al Quirinale. Un orologio complicato che le forze centriste cercano disperatamente di regolare prima che qualcuno lo mandi in pezzi.

Il meccanismo si chiama sistema dei “top jobs”: un accordo informale tra Popolari, Socialisti e Liberali che spartisce le cariche apicali europee in base agli equilibri parlamentari. Il “cordone sanitario” che per decenni ha tenuto l’estrema destra fuori da quei tavoli si è sgretolato in molti Paesi — dall’Austria ai Paesi Bassi, dalla Slovacchia all’Italia. Ma a livello comunitario regge ancora. La strategia è semplice: chiudere le partite prima che le urne le riaprano.

È qui che l’Italia entra nella storia, non come protagonista ma come caso di studio per chi si preoccupa del futuro europeo. Questa settimana ha offerto due episodi che messi uno accanto all’altro dicono qualcosa di preciso sulla qualità del governo che abbiamo e sulle preoccupazioni che suscita nelle cancellerie europee.

Il 17 febbraio, Giorgia Meloni ha pubblicato un video (l’ennesimo di questa campagna/non campagna per il referendum) sui suoi canali social. Al centro della narrazione c’è un cittadino algerino irregolare, 23 condanne alle spalle tra cui lesioni per aver picchiato una donna, che il tribunale di Roma avrebbe non solo sottratto all’espulsione verso il centro in Albania, ma addirittura fatto risarcire dal ministero dell’Interno con 700 euro. Il tono è quello dell’indignazione pura: lo Stato tradito, i giudici politicizzati, il governo che vuole far rispettare le regole e viene ostacolato. La narrazione è impeccabile. Il problema è che omette l’essenziale: la sentenza del 10 febbraio non ha proibito la detenzione nel CPR, ha semplicemente stabilito che quel singolo trasferimento in Albania violava specifici profili di diritto internazionale — incluse, per ironia, le stesse norme approvate dal governo. Una sentenza tecnica di primo grado, trasformata in spot elettorale.

Ieri, Sergio Mattarella è comparso a sorpresa al plenum ordinario del Consiglio Superiore della Magistratura. Prima volta in undici anni di presidenza, comunicato al CSM soltanto la sera prima. L’intervento è durato meno di novanta secondi. «Avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza, nell’interesse della Repubblica». Nessun nome, nessun riferimento esplicito. Non ce n’era bisogno. Nei giorni precedenti il ministro Nordio aveva paragonato il CSM a «un sistema para-mafioso». Mattarella è andato lì per dire, con l’unico linguaggio che riconosce come legittimo, che certe parole hanno un costo. E che il costo lo paga la democrazia intera.

Il filo che lega Bruxelles a Palazzo Bachelet è questo: la preoccupazione non riguarda tanto Meloni ai vertici europei, dove si è dimostrata più pragmatica di quanto i suoi proclami lasciassero temere. Riguarda la cultura istituzionale che governa l’Italia sotto quella superficie — la stessa, trasversale, che nel 2022 aveva mostrato tutta la propria impreparazione nel gestire la successione al Quirinale, con candidature estemporanee e cortocircuiti che avevano convinto Mattarella a restare suo malgrado. Quella cultura non è cambiata. Un governo che usa un video social per riscrivere una sentenza, un ministro che paragona il CSM alla mafia: sono segnali che governare viene ancora confuso con fare opposizione, solo da una postazione più comoda.

Per questo in Europa si corre. Per questo si dimette chi non dovrebbe ancora dimettersi, si tratta su successori di presidenti ancora in carica, si costruiscono argini di carta prima che l’acqua arrivi. Perché quando arriva, di solito, è già tardi.

Le istituzioni europee stanno costruendo le loro scogliere artificiali — nomine anticipate, accordi informali, cordoni sanitari tenuti insieme dall’inerzia dei numeri parlamentari — nella speranza di fermare un’ondata che ha già cambiato la morfologia del continente. Come le scogliere sulle spiagge, queste misure possono guadagnare tempo, proteggere un tratto, rallentare l’immediato. Ma rischiano anche di irrigidire un sistema che avrebbe bisogno di adattarsi, di scambiare la difesa dell’esistente con la costruzione di qualcosa di nuovo. L’onda — quella climatica come quella politica — non si ferma con il cemento. Si impara a navigarla, o ci si ritrova sommersi.

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