Memoria e Futuro
Le trasparenze variabili
Negli ultimi giorni il dibattito politico italiano si è trovato davanti a uno dei suoi classici dissidi eticopolitici paradossali. Da una parte, il ministro della Giustizia Carlo Nordio solleva interrogativi stringenti sulla trasparenza dei finanziamenti al comitato referendario “Giusto dire No”, promosso dall’Associazione Nazionale Magistrati. Dall’altra, il governo italiano si appresta a partecipare come osservatore al Board of Peace per Gaza, un’entità dalla natura giuridica nebulosa creata da Donald Trump, senza che nessuno ponga domande altrettanto pressanti su chi paghi il conto della trasferta e a quale titolo.
La richiesta del ministero della Giustizia, formalizzata attraverso una lettera della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi al presidente dell’ANM Cesare Parodi, chiede di rendere pubblici i nomi dei cittadini che hanno donato al comitato per il No al referendum sulla riforma della giustizia. La motivazione invocata è quella di evitare potenziali conflitti d’interesse: cosa accadrebbe se un magistrato iscritto all’ANM si trovasse a giudicare un finanziatore del comitato? Si tratta di domande legittime in una democrazia che richiede trasparenza sui finanziamenti delle campagne referendarie. Il problema è che questa stessa attenzione maniacale alla provenienza dei fondi e alla legittimità della spesa pubblica sembra evaporare quando si tratta di valutare la partecipazione italiana a iniziative molto più opache e problematiche dal punto di vista istituzionale. Cosa che accade contemporaneamente a questi sussulti di trasparenza che sanno tanto di abbocchi per discutere d’altro rispetto al tema sottoposto al quesito. La vicenda del Board of Peace, ad esempio.
Da quello che si sa, quella “per Gaza” è una creatura peculiare dell’amministrazione Trump. Nato formalmente nell’ambito di una risoluzione ONU come strumento per coordinare la ricostruzione della Striscia di Gaza, si è rapidamente trasformato in qualcosa di molto diverso e più ambizioso. Il suo statuto, infatti, non menziona nemmeno Gaza e prevede un mandato globale per la risoluzione dei conflitti, ponendosi potenzialmente come alternativa alle Nazioni Unite. La struttura è fortemente centralizzata attorno alla figura di Trump, che ne è presidente a vita con poteri pressoché illimitati. Per ottenere un seggio permanente serve versare un miliardo di dollari, Ccome si trattasse di un tavolo da poker in una casa da giochi di altissimo livello. Alla cerimonia di firma del Board of Peace a Davos a gennaio 2026, è bene ricordarlo ogni volta che si parla di questo argomento, si sono presentati i rappresentanti di una ventina di paesi. Sul palco con Trump c’erano: Viktor Orbán dell’Ungheria (unico leader UE), Javier Milei dell’Argentina, i rappresentanti di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Egitto, Giordania, Pakistan, Turchia, Indonesia, Marocco, Albania, Kosovo, Bielorussia di Alexander Lukashenko, Armenia, Azerbaigian, Kazakistan, Uzbekistan e Vietnam. Ha aderito anche Benjamin Netanyahu per Israele, mentre Putin ha ricevuto l’invito e viene dato come probabile partecipante. Nel comitato esecutivo fondatore siedono il genero di Trump Jared Kushner, il segretario di Stato Marco Rubio, l’inviato speciale Steve Witkoff e l’ex primo ministro britannico Tony Blair. Qualcuno ha avuto l’impressione di vedere nella foto di gruppo anche Gargamella e il Dottor Destino, che comunque non avrebbero sfigurato se ci fossero stati.
L’Italia, dopo aver inizialmente declinato l’invito per incompatibilità con l’articolo 11 della Costituzione, ha trovato l’escamotage dello status di “osservatore” per non indispettire la Casa Bianca.
Quindi, mentre il ministero della Giustizia vuole conoscere i nomi di migliaia di cittadini che hanno liberamente donato poche decine di euro ciascuno a un comitato referendario perfettamente legale, nessuno sembra porsi domande altrettanto puntuali sulla missione italiana al Board of Peace. Chi viaggerà il 19 febbraio? Sarà il ministro degli Esteri Antonio Tajani, la premier Giorgia Meloni, o un funzionario di rango inferiore? E soprattutto: a quale titolo? La missione è ufficialmente istituzionale, quindi pagata con i soldi dei contribuenti italiani? Oppure, trattandosi di un organismo dalla dubbia legittimità internazionale, creato e dominato da un presidente straniero senza alcun mandato multilaterale, i rappresentanti italiani dovrebbero pagarsi il viaggio di tasca propria?
Un altro inciso sul tema tanto per gradire, a spulciare i siti ufficiali. Il governo è tenuto per legge a pubblicare i dettagli delle spese per i viaggi istituzionali, ma dal sito di Palazzo Chigi i dati si fermano ad agosto 2024. Per Tajani la situazione è ancora più nebulosa: mancano del tutto informazioni aggiornate sulle sue trasferte e relative spese. In un momento in cui si chiede trasparenza sui 50 euro donati da un cittadino a un comitato referendario, questa opacità sui viaggi di Stato appare quantomeno contraddittoria. Sarebbe carino sapere se è in occasione dei viaggi istituzionali di questi ministri abbiano combinato anche eventi legati all’attività dei loro partiti in campagna elettorale.
Ma, in generale e non divagando, il punto non è negare la legittimità delle domande sulla trasparenza dei finanziamenti ai comitati referendari. Il punto è che queste domande dovrebbero valere per tutti, soprattutto quando sono in gioco risorse pubbliche ben più consistenti e quando la partecipazione riguarda organismi dalla natura giuridica quantomeno dubbia. Il Board of Peace non è un’organizzazione internazionale riconosciuta come l’ONU o l’UE. È un’iniziativa personale di Trump, che ne detiene la presidenza a vita e il controllo assoluto. Non ha legittimità multilaterale, non risponde a criteri di parità tra Stati, e ha suscitato le perplessità della stessa Unione Europea. La Commissione parteciperà anch’essa come osservatore, mandando la commissaria per il Mediterraneo, ma questo non risolve il problema di fondo: perché l’Italia dovrebbe utilizzare fondi pubblici per partecipare a quello che molti osservatori considerano poco più di “un comitato d’affari” o una “speculazione immobiliare su Gaza”?
Magari non sarebbe male che qualcuno lo chiedesse all’ex magistrato Nordio dall’alto e la sua esperienza nelle indagini sulle malversazioni dei fondi pubblici.
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